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| Licio Gelli, immagine da web |
Quanto durerà il governo Letta? Considerate le forti
fibrillazioni alle quali è sottoposto, per diversi motivi, l’intero sistema
politico italiano, la domanda appare più che legittima e i pronostici quanto
mai difficili.
Eppure non si tratta della domanda giusta che, invece,
dovrebbe essere riformulata in questo modo: quali prospettive ha il “modello”
di cultura politica cui si ispira il governo Letta, in una visione di
cambiamento del sistema?
In questo caso la risposta può risultare sufficientemente
precisa: altissime probabilità di affermazione, almeno nel medio periodo.
Anche perché si tratta di un modello che si è ormai
insediato nella mentalità di gran parte degli operatori politici ed ha già
avuto una sua prima sperimentazione (sia pure di diversa intensità e qualità)
con il governo Monti: il modello che Ilvo Diamanti ha definito “democrazia
degli ottimati”.
Qualcuno obietterà tirando in ballo la presunta debolezza di
questo tipo di governo: ebbene sarà facile rispondere che proprio questa
debolezza (e la tattica del rinvio assunta come metodo) rappresentano un vero e
proprio punto di forza, con una sua ragione fondamentale: l’impossibilità di un’espressione
bipolare del sistema italiano a livello centrale (come invece è possibile a
livello locale). L’affermazione, nel medio periodo irreversibile, di una nuova
forma di “pluralismo polarizzato” (derivante anche dall’adozione di un certo
tipo di sistema elettorale, che non potrà essere modificato nel senso del
ritorno – appunto – a una possibilità di offerta politica “bipolare”)
rappresenta una sorta di “camicia di Nesso” che imprigiona gli attori politici
presenti nella nostra arena, costringendoli in una qualche misura ad assumere
gli atteggiamenti cui stiamo assistendo proprio sul terreno di quelle che sono
state definite “larghe intese”.
Esistono però motivazioni molto più profonde, poste proprio
nel campo di un’espressione di cultura politica, che rendono e renderanno
stabile questo incontro “al centro” tra i due “storici” competitor della fase
apparentemente bipolare sviluppatasi nel primo decennio del 2000 .
Motivazioni che
risiedono nell’evidente emergere di un vero e proprio dato di omogeneità
culturale, almeno tra il “grosso” del notabilitato già di centrosinistra e del
suo omologo già di centrodestra (tanto per usare una datata toponomastica
politica e rendere, così, più intellegibile il discorso all’esterno).
Sul piano della dinamica di periodo saranno due i punti sui
quali si verificherà questa espressione di omogeneità nel tentativo,
considerata presumibilmente l’eventualità dell’uscita di scena del
“protagonista storico” del periodo che è trascorso dal 1994 a oggi, di chiudere
l’infinita “transizione italiana”:
1) Il
mutamento della forma di governo e l’adozione del presidenzialismo (in quale
formato si vedrà: al momento sembra favorito il modello francese, al riguardo
del quale però dovranno essere svolte ancora accurate riflessioni). Il
presidenzialismo sembra proprio essere ritenuto quel punto di cultura politica
che può suggellare quel dato di omogeneità cui si faceva già ampio cenno e la
forma di governo più adatta alla fase storica, sulla base della quale costruire
un nuovo regime (nell’accezione piena, non semplicemente dispregiativa) del termine.
Ciò per almeno tre motivi: il primo quello della previsione dell’insorgere di
una fase d’intense turbolenze sociali (prive del resto, pressoché
completamente, di referenti politici: anche per scelta delle stesse più
importanti espressioni di movimento che appaiono essere in grado di provocare
le più forti insorgenze ) che dovranno essere affrontate con una dose ulteriore
di autoritarismo al di là dei meccanismi repressivi già in atto. Autoritarismo
che può trovare una sua fonte di legittimazione soltanto dall’espressione di un
potere di tipo monocratico; il secondo motivo è quello della suffragazione
definitiva della personalizzazione e dell’individualismo competitivo (che il
PD, partito di pieno regime correntizio, ha ritenuto istituzionalizzare attraverso
il ricorso alle “primarie” in una misura pressoché generalizzata, sia per le
cariche elettive, sia per quelle di partito). Personalizzazione e
“individualismo competitivo” rappresentano il fondamento di questa comune
cultura di governo, tra le espressioni di quelli che dovrebbero essere diversi
schieramenti; il terzo motivo è quello di un’altrettanta comune visione della
democrazia fondata sull’intreccio tra una “democrazia governante” all’interno
della quale si agisce sulla base di una completa separatezza tra governanti e
governati (hanno impressionato, proprio in questi giorni, le “distaccate”
analisi sviluppate dal prof. D’Alimonte al riguardo del vistosissimo calo nella
partecipazione al voto nelle elezioni amministrative) e la cosiddetta “democrazia
del pubblico” laddove cittadine e cittadini, magari via web, sono “consultati”
su specifiche questioni (mai collegate tra loro in una visione di progetto
generale) e chiamati, così, ad assistere a una sorta di “evento della
politica”. Si realizzerebbe, in questo modo, una sorta di cocktail micidiale
tra le teorie di Licio Gelli e quelle di Gian Roberto Casaleggio. Uno scenario
inquietante, non c’è che dire, almeno per i sinceri democratici;
2) Il
secondo punto sul quale si verificherà la consistenza di questa omogeneità di
nuovo conio tra ex-centrodestra ed ex-centrosinistra sarà quello della
questione europea: e bene lo vedremo all’opera nella campagna elettorale per il
Parlamento Europeo, prevista per la primavera del 2014. Entrambi gli
schieramenti si troveranno nella condizione di sviluppare la competizione
elettorale attorno ad un punto in comune (poi gli accenti propagandistici
saranno diversi, figuriamoci): quello dell’appoggio indiscriminato a questa
Europa, a “queste” istituzioni europee, a “questa BCE”, a “questo” monetarismo,
a “questa” volontà capitalistica, che proprio a livello europeo sta
esprimendosi al meglio, di soffocamento economico e di repressione politica
delle grandi masse popolari. Si tratterà di un punto in comune di formidabili proporzioni
sul piano politico, il vero e proprio momento di suggello dell’apertura di una
nuova fase.
Dal nostro punto di vista la necessità di costruzione di una
“voce fuori dal coro” appare urgente e ineludibile: una espressione di
opposizione e di alternativa, posta proprio sul piano europeo in una dimensione
assieme internazionalista e sovranazionale.
L’espressione concreta, per dirla con uno slogan riassuntivo
magari un po’ usato ma sempre valido : un’altra Europa.
Per riuscire nel concreto a muoversi in questa direzione è
obbligatorio metterci al lavoro per costruire una adeguata cultura politica:
basata, però, su di una “visione del mondo”, non sui dettagli di pur sacrosante
specificità rivendicative o territoriali.
Una sinistra d’alternativa e d’opposizione che sappia
“volare alto” sia rispetto all’espressione di una teoria del cambiamento, sia
nella quotidianità della lotta di difesa nella società e nella politica.

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