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| Zaferr
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Moises Naim, scrittore venezuelano di origine libica,
interviene sulle colonne di “Repubblica” cercando di individuare le “cause
comuni” che starebbero alla base delle motivazioni al riguardo delle rivolte in
atto in diversi paesi del mondo: Tunisia, Cile Turchia e adesso Brasile.
Nell’articolo sono individuate sei questioni che qui vengono
riassunte in maniera del tutto schematica: 1) La casualità di piccoli incidenti
che poi si allargano sostenuti da movimenti che da locali si trasformano in
nazionali; 2) la cattiva reazione da parte dei governi, dimostratisi incapaci
di anticipare l’esprimersi delle turbolenze; 3) Le proteste non hanno né capi
né catene di comando; 4) La conseguenza di ciò è che i governi non trovano
interlocutori diretti per aprire negoziati; 5) E’ impossibile prevedere le
conseguenze politiche delle proteste; 6) Evidentemente la prosperità non compra
la stabilità.
Quest’ultimo punto sembra essere quello che sta maggiormente
a cuore all’autore che, addirittura, s’interroga: perché scendere in piazza a
protestare, invece di festeggiare?
Allo scopo di cercare una spiegazione a questo fenomeno,
Naim rispolvera un classico della destra americana: un testo del 1968, autore
il politologo Samuel Huntington dal titolo “Ordinamento politico e mutamento
sociale”.
Si tratta del testo base su cui si è basata la cosiddetta
teoria “dell’eccesso di domanda”, vero e proprio assunto fondamentale
dell’ideologia “reaganian-tachteriana” che ha, partendo dagli anni’80,
esercitato una vera e propria funziona egemonica nello sviluppo del rapporto
tra economia e finanza, trovando conferma successivamente nel crollo del
sistema bipolare (in quel periodo Huntington con Fukuyama fu uno dei principali
elaboratori della teoria relativa alla “fine della storia”) e negli ulteriori
sviluppi della politica internazionale sia al riguardo della guerra intesa come
“esportazione della democrazia” sia rispetto all’assalto feroce verso il
“welfare state”.
Il testo “Ordinamento politico e mutamento sociale” ha
sicuramente ispirato anche la teoria di Niklas Luhmann circa la necessità di
tagliare proprio l’eccesso di domanda, riducendo lo spazio tra la politica e la
società: da qui le esigenze di accentuare i termini del decisionismo da parte
delle elite, rafforzare il concetto di governabilità, ridurre il ruolo dei
corpi intermedi portatori di richieste sociali e di sintesi di cambiamento.
Naim raccoglie dunque, nella sua analisi, gli elementi
portanti dell’ondata neo-liberista che dura da vent’anni ed ha portato alla
gestione distruttiva della crisi che il capitalismo sta attuando a tutte le
latitudini.
L’autore non perde occasione, inoltre, di ribadire la sua
fiducia nel “disordine” della protesta come forza di turbolenza che, alla fine,
non avrà esito pratico, ma porterà comunque a un progresso generale.
Dal nostro punto di vista appare, invece, necessario
contrapporre subito a questo tipo di analisi l’insieme di un ragionamento
alternativo, partendo da un’analisi delle condizioni materiali delle grandi
masse popolari, proprio nei Paesi che hanno avuto nel corso di questi anni un
più elevato tasso di sviluppo capitalistico (includendo anche Cina e India).
Il punto di partenza deve esser quello di considerare la
situazione che si è creata non derivante dal cosiddetto “eccesso di domanda”,
bensì dalla crescita enorme di diseguaglianza che è stato provocato dal
particolare tipo di gestione dello sviluppo a livello globale.
Una crescita enorme delle diseguaglianze segnata anche
dall’emergere violento di contraddizioni “altre” rispetto a quella centrale
dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo: pensiamo ai temi ambientali,
all’inasprirsi terribile della contraddizione di genere, all’affollamento nelle
grandi metropoli dei paesi in via di sviluppo che ha provocato condizioni di
vita insostenibili anche dal punto di vista culturale e del complesso delle
relazioni umane.
Sullo sfondo, quasi da cornice, ancora la guerra, una guerra
endemica, diffusa, combattuta magari per interposti mercenari e la violenza
espressa nelle forme più diverse di vera e propria sopraffazione per i più
deboli.
Non c’è “eccesso di domanda” come teorizzava nel ’68
Huntington e come rilancia oggi Naim, ma una pesante, complessiva e articolata
nella sua composizione reale, “ricollocazione di classe” che riguarda milioni e
milioni di donne e di uomini che ne soffrono, per di più, alla presenza di
modelli di vita falsi tali da produrre bisogni indotti, magari superflui, causa
ulteriore di conflitto e di emarginazione sociale.
Questo della “ricollocazione di classe” appare davvero il
punto da cui ripartire non solo sul piano teorico, ma della visione del mondo e
della progettazione del cambiamento: il primo passo non potrà che essere quello
del promuovere nuovi livelli di lotta per ridurre le diseguaglianze nel loro
complesso.
Per muoversi in questa direzione serve, però, rivitalizzare,
ricomporre, ricollegare i soggetti rappresentativi della classe in forma
politica, a tutti i livelli e a tutte le latitudini.
Una sola indicazione finale, in sintesi: riprendiamoci il
primato della politica.

3 commenti:
Caro Astengo purtroppo per combattere le diseguaglianze bisogna credere nell'eguaglianza, è questa la fonte a cui attingere ed è qui la nostra prima debolezza culturale.
Come fai a lottare per il comunismo se non credi più fermamente nell'uguaglianza delle persone ?
E allora anche la consueta parola d'ordine della 'riduzione delle diseguaglienze' non è in fondo sbagliata ?
Le disuguaglianze non si dovrebbero abolire ?
Ci vorrebbe un filosofo, un qualcuno che cominciasse un libro dei nostri giorni scrivendo una cosa tipo questa : 'L'uomo nasce libero e dappertutto è in catene' ...
Caro Adriano, da quale fonte hai attinto il dato della disonestà intellettuale di chi scrive versus le diseguaglianze e non crede nell'eguaglianza?
Quanto alla teoria si tratta di riprendere, prima di tutto le fondamenta di quello che è stato il nostro sapere: siamo tutti nani sulle spalle di giganti.
Franco Astengo
Mi hai proprio frainteso alla grande ! Comunque, la critica non era rivolta a te, tant'è vero che ho scritto 'nostra' e non essendo un prete se dico 'nostra' intendo dire della sinistra con me compreso dentro.
Quello che volevo dire è che se abbiamo perso è anche perché abbiamo dato per scontato che certi princìpi valoriali sussistessero a prescindere, mentre certe cose muoiono se non traggono continuamente linfa anche dai fondamenti di una etica 'altra' che va sempre difesa.
Non so se hai fatto caso ma non si sente più in giro nessuno usare la locuzione 'è giusto' o 'non è giusto', come se si fossero persi i punti di riferimento per giudicare le cose.
Ultimamente hanno persino scritto un libricino anche carino sull'eguaglianza che però per giustificarsi non osa dire che l'eguaglianza è giusta ma che l'ineguaglianza è inefficente
.
Vabbè spero di essermi spiegato, scusami ancora per il tono.
ciao
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