Le proteste che stanno attraversando
il Brasile nei giorni della Confederations Cup sono animate da rivendicazioni
locali e nazionali, ma la loro valenza si estende oltre i confini del gigante
lusofono: queste manifestazioni contengono infatti un messaggio per tutti i
governi di (centro-)sinistra del Sudamerica.
La goccia
che ha fatto traboccare il vaso della pazienza dei residenti di San Paolo, Rio de
Janeiro e altre città brasiliane è stata locale: l’aumento del prezzo dei
biglietti per usare i mezzi di trasporto, a parità del pessimo servizio
offerto. Tale aumento, il primo dal 2011 e comunque inferiore
alla crescita dell’inflazione, è stato deciso proprio mentre il
governo di Dilma Rousseff rivedeva al rialzo la spesa stimata per ospitare i
prossimi Mondiali di calcio che si terranno in questo paese nell’estate del
2014. La violenta repressione delle prime manifestazioni da parte della polizia
ha indignato la popolazione, richiamando più gente in piazza.
Il fatto che
le proteste siano in qualche modo legate ai Mondiali sposta la questione da tanti
micropiani locali al livello nazionale: a essere sotto accusa è l’esecutivo di
Dilma, erede di Lula e probabile candidata del Partito dei lavoratori (Pt) alle
presidenziali dell’ottobre prossimo, ritenuto colpevole di tollerare (o
beneficiare da) malversazioni e corruttele. A 12 mesi dal calcio d’inizio, i
lavori in alcuni stadi sono ancora incompleti e potrebbero non essere terminati
in tempo.
Questo
spreco di denaro in gran parte pubblico risulta particolarmente indigesto ai cittadini brasiliani non solo in
base a ovvie considerazioni etiche, ma anche per ragioni politico-economiche.
Il Brasile si è consolidato come democrazia e ha compiuto nell’ultimo decennio
enormi passi in avanti nella lotta alla povertà, diventando una delle 10
maggiori economie del mondo. Ciò non vuol dire però che tutti i suoi secolari
problemi siano stati risolti da Lula e Dilma: in particolare, permangono disuguaglianze abissali nella
distribuzione della ricchezza, una rete di infrastrutture e servizi
o troppo costosa o troppo carente, una criminalità capace di mettere seriamente
a rischio la sicurezza dei cittadini e una corruzione diffusa a tutti i livelli
politici.
Non si
tratta delle prime o delle uniche proteste contro il governo del Pt provenienti da settori che
dovrebbero rappresentare lo zoccolo duro del partito: basti pensare alla lotta
degli indigeni e degli ambientalisti contro la diga di Belo Monte
o a quella del Movimento sem terra. La
novità è rappresentata dalle dimensioni delle manifestazioni, le più
partecipate degli ultimi vent’anni.

[Carta di Laura Canali, per ingrandire clicca qui]
In Brasile
si sta ripetendo ora una storia già vista, tipica di una certa fase dello sviluppo economico.
Grazie anche alle politiche dei governi che ora vengono contestati, milioni di
persone non vivono più in condizioni di povertà e si considerano / sono
considerati “classe media”: con la maggiore affluenza nascono nuove pretese la
cui soddisfazione non può essere garantita in maniera altrettanto rapida.
Misure come la riforma dell’istruzione o della sanità, la costruzione di nuove
infrastrutture, la lotta alla criminalità e quella alla costruzione necessitano
di tempi politici o tecnici più lunghi rispetto alla concessione di sussidi.
In un certo
senso, Dilma è vittima del suo stesso successo (e di quello di Lula): quelle
stesse persone che il Pt ha portato fuori dalla povertà ora pretendono -
giustamente - di più e non hanno paura di chiederlo.
Nel caso
brasiliano c’è un senso d’urgenza, per Dilma, dettato dall’avvicinarsi dei Mondiali e
delle elezioni presidenziali: se l’attuale capo di Stato - che pensa di
ricandidarsi - vuole rivincere con facilità, è imperativo che le proteste non
proseguano fino alla manifestazione sportiva dell’estate prossima e che non
divengano un tema da campagna elettorale. Un’altra considerazione, di segno
opposto, può far dormire all’erede di Lula sonni relativamente più tranquilli:
l’opposizione non pare al momento in grado di raccogliere il consenso di chi è
sceso in piazza in questi giorni.
Quanto sta
accadendo in Brasile deve valere da monito per tutti i protagonisti della
cosiddetta “svolta a sinistra” sudamericana, ossia quei governi di (centro-)sinistra
che a partire dalla vittoria di Chávez in Venezuela (1998) hanno amministrato e
in molti casi amministrano ancora vari paesi della regione: Argentina, Bolivia,
Brasile, Cile, Ecuador, Paraguay, Perù, Uruguay e Venezuela. Ci sono delle
differenze anche notevoli tra le politiche promosse dai vari leader di questi
Stati, ma è possibile una generalizzazione.
Questi
governi hanno saputo coniugare la crescita economica a un’agenda sociale orientata verso le classi più
umili; molti di loro sono riusciti per un lungo periodo a tenere i conti dello
Stato in ordine, complici i prezzi record delle materie prime, che
rappresentano il principale export di questi paesi.
Per rimanere
al potere, questi governi devono comprendere che non basta offrire quello che è stato offerto
finora: la lotta alla povertà è imprescindibile (per motivi elettorali oltre
che ideologici) ma va accompagnata da una serie di riforme capaci di migliorare
il tenore di vita della popolazione e al contempo slegarlo dalla dipendenza dal
prezzo delle commodities.
Negli ultimi
anni, Dilma e gli altri presidenti della sinistra latinoamericana hanno potuto (e saputo) godere di
una situazione economica favorevole. Questa finestra di opportunità non resterà
però aperta per sempre: lo shale gas degli Usa
è solo uno dei fattori che potrebbe causare il ribasso dei prezzi delle materie
prime - peraltro già in atto rispetto ai livelli record precedenti alla crisi
del 2008.
Le vittorie
dei (centro-)sinistra sudamericani in questi anni sono state rivoluzionarie, perchè avvenute in modo
democratico - anche quando, ironia della sorte, si candidavano ex
guerriglieri come Mujica in Uruguay o ex golpisti come Chávez - e perchè hanno
interrotto il dominio liberal-conservatore. Ma sono state anche riformiste,
perchè pur avendo introdotto cambiamenti anche radicali non hanno voltato
completamente le spalle ai meccanismi del libero mercato e della democrazia
rappresentativa.
Contare
sulle divisioni delle opposizioni per rimanere al potere ha funzionato in alcuni casi e
funzionerà di nuovo (in Bolivia ed Ecuador, per esempio). Prima o poi però in
ogni Stato emergerà un Capriles, ossia un
candidato che promette di mantenere le conquiste della sinistra e raddrizzarne
le storture - compresa quella corruzione che si pensava erroneamente patrimonio
esclusivo di una certa destra latinoamericana, ma che, quando da opposizione si
diventa establishment, può ingolosire anche i progressisti.
Per vincere
con un margine più legittimante dell’1,5% con cui Maduro si è imposto in Venezuela proprio
contro Capriles, è imperativo proseguire sul cammino delle riforme (anche le
più scomode) ed evitare di incancrenirsi sugli scranni del potere: l'unica
risposta alle proteste è quindi il riformismo permanente.
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