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| L'apertura dei lavori, con Giovanni Burzio ed Aldo Garzia |
Il Laboratorio politico per la sinistra d’alternativa di
Savona ha organizzato, Sabato 1 Giugno, presso la Libreria UBIK la
presentazione del volume “Alla ricerca di un nuovo comunismo” contenente
testimonianze e testi del percorso politico di Lucio Magri. Nel corso del
convegno, molto partecipato da un pubblico di compagne e compagni appassionato e
attento, ha svolto la relazione ALDO GARZIA (uno dei curatori del testo). Una
relazione della quale pubblichiamo, in quest’occasione, una sintesi.
La relazione ha preso le mosse da un’analisi dell’ultimo
lavoro di Lucio Magri “Il Sarto di Ulm” considerato un “unicum” dal punto di
vista di come vi siano affrontati i temi della storia del comunismo, sia
italiano, sia internazionale, e prima ancora del socialismo: un testo
fondamentale per comprendere le ragioni della sconfitta della sinistra.
Al momento della scomparsa di Magri si è posto il problema
di come continuare a far vivere il suo lavoro in una forma che potesse produrre
elementi di riflessione e di dibattito, partendo da un giudizio sulla sua
collocazione politica: Magri è sempre stato un eterodosso (un errore definirlo
“eretico”) perché ha sempre cercato, nel suo operato culturale e politico, di
“innovare la tradizione” presentando un alto livello di progettualità politica
e sociale.
In particolare, scorrendo i testi contenuti nel volume e al
riguardo dei quali è stata compiuta dai curatori una scelta molto accurata tra
i tanti lavori che pure avrebbero potuto essere considerati fondamentali, sono
stati privilegiati i temi della critica al sistema sovietico (uno dei punti
sulla base dei quali, nel 1969, il gruppo del “Manifesto” fu radiato dal PCI) e
l’originalità (in allora!) del cosiddetto “caso italiano”, considerando proprio
gli elementi di diversità e di originalità nella riflessione teorica già
presenti in Gramsci e Togliatti.
Una “diversità” da utilizzare per costruire una grande
esperienza politica e sociale rivolta a cambiare la società italiana.
Magri, nell’ultima fase della sua vita prima della
“decisione fredda” di allontanarsi definitivamente, aveva visto con chiarezza
il degrado cui stava andando incontro la nostra vita politica e la difficoltà
della sinistra a riunificarsi in un soggetto posto all’altezza delle
contraddizioni del presente.
Su questi temi era così nata una lunga conversazione,
riportata nel volume e che ne rappresenta uno dei punti salienti, che presenta
nel suo scorrersi spunti di grande interesse, anche sul piano dell’autocritica:
in particolare rispetto alla fase di scioglimento del PCI (con il seminario di
Arco di Trento, nel corso del quale Magri tenne la relazione “In nome delle
cose”) alla conclusione della quale entrambi i soggetti determinati da quel
frangente, PDS e Rifondazione Comunista, risultarono del tutto insufficienti a
rappresentare la complessità di quella parte della società italiana che
aspirava e ambiva a una trasformazione radicale del Paese.
La relazione si è poi snodata sul percorso politico di
Magri: dagli esordi nel movimento giovanile democristiano fino all’adesione al
PCI, nell’indimenticabile ’56: una decisione controcorrente presa proprio nei
giorni del XX congresso, quello della “destalinizzazione”, e della repressione
armata della rivolta di Budapest.
Sono stati analizzati, alcuni passaggi fondamentali di
questa lunga e importante esperienza politica, a partire dall’intervento svolto
al convegno sulle tendenze del capitalismo italiano, organizzato dall’Istituto
Gramsci nel 1962 all’esordio del centrosinistra, allorquando Magri individuò
con esattezza l’esigenza di una critica di fondo ai meccanismi d’innovazione
del capitalismo italiano (ci si trovava nel pieno del “boom” economico) e di
una nuova lettura del ciclo economico europeo).
Seguì la vicenda dell’XI congresso vissuta accanto ad Ingrao
(allorquando proprio Ingrao ruppe l’unanimismo che contraddistingueva il gruppo
dirigente del PCI con la famosa frase: “Non mi avete persuaso” fino al
congresso successivo, il XII, con la formazione del gruppo del “Manifesto, la
pubblicazione della rivista omonima da lui diretta con Rossana Rossanda, la
radiazione dal partito.
Seguirono poi le vicende del PdUP, soggetto politico nato
come proiezione dell’esperienza del gruppo originario e poi sviluppatosi, per
circa un quindicennio, in una ricerca appassionato di nuove dimensioni e nuove
identità per una sinistra contraddistinta, da un lato, dalle forme emergenti
del ’68 e, dall’altra, dalla grande tradizione storica del movimento operaio
italiano.
Fu al seminario di Bellaria, nel 1978, che Magri, analizzata
la situazione politica, segnata in quel momento dalla vicenda del rapimento
Moro e dai governi di “solidarietà nazionale”, ebbe l’intuizione, che nel PCI
si sarebbe riaperta una discussione di fondo: negli anni successivi quella
intuizione fu confermata, in particolare da parte di Enrico Berlinguer, con
l’adozione della linea dell’alternativa e l’individuazione di una “questione
morale” anche all’interno dello stesso partito comunista, quale frutto di una
degenerazione dell’intero sistema dei partiti.
Alla morte di Berlinguer si verificò il ritorno del PdUP nel
PCI. Nel 1989 Magri ebbe un ruolo di grande rilievo nell’opposizione alla
decisione di Occhetto di sciogliere il partito per costruire un nuovo soggetto
che assumendo la tematica del governo considerata esaustiva del suo agire
“sbloccasse il sistema politico”.
Le divisioni all’interno del fronte, pur composto da
dirigenti prestigiosi e di grande capacità politica da Natta a Ingrao, da
Cossutta a Garavini, che si oppose a quella decisione, impedirono un esito
felice provocando alla fine un esito molto deludente, in particolare nella
formazione di una Rifondazione Comunista realizzata attraverso un meccanismo di
“indistinta” uscita politica.
Alla fine l’esperienza della “Rivista del Manifesto” e
l’abbandono, da parte di Magri, dell’attività politica, fino alla stesura del
“Sarto di Ulm”.
La differenza fra questi due testi può essere così
individuata: il “Sarto di Ulm” ha ricostruito la storia, con “Alla ricerca del
nuovo comunismo” si è cercato di ricostruire il personaggio.
Come può, alla fine, essere sinteticamente riassunta
l’eredità politica di Lucio Magri: attorno a due punti, il primo riguarda la
sua idea della politica, intesa oltre che come azione anche come pensiero
(bisogna sempre avere un’idea del mondo, possedere una chiave di lettura per
interpretarlo); la seconda che non bisogna mai agire, in politica, in forma
minoritaria, considerando sempre la visione complessiva delle cose.
La sua citazione preferita era quella di una mistica, Santa
Teresa d’Avila: “So che niente dipende da me, ma parlo come se tutto dipendesse
da me”.

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