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| Immagine dal sito: http://www.cittadiniditalia.it |
Il quadro internazionale appare contraddistinto, in questa
fase, dal presentarsi di un’inedita qualità del conflitto sociale esteso a
livello globale: una risposta, in varie forme e – apparentemente – con diverse
scaturigini alla crisi che rende possibile pensare come ci si stia avviando
verso un vero e proprio “salto nel conflitto”.
Il tema all’ordine del giorno, rispetto proprio al tema del
conflitto, diventa quello di
alimentarlo, estenderlo, provvederlo – nella molteplicità delle situazioni – di
una proposta politica adeguata.
Brasile e Turchia appaiono in questo momento le vere
“emergenze” ma la cronaca di questi mesi riempie la nostra analisi di svariate
annotazioni : la condizione del Sud d’Europa e significatamente della Grecia,
stretta nella morsa monetarista che contraddistingue la parte forte dell’UE, i
mille morti di Dacca e poi Cina, Messico, Est Europa, Vietnam, Cambogia.
Tutto ciò avviene mentre gli USA sembrano non reggere più il peso del ruolo di unica
superpotenza e si apprestano a lasciare l’Afghanistan cercando di mascherarne,
in qualche modo, l’esito da secondo Vietnam.
Pare essersi squarciato il velo di ipocrisia che ha
nascosto, nel corso di questi anni di globalizzazione “affluente” il livello di
intensificazione dello sfruttamento, vero obiettivo dei governanti a tutte le
latitudini e vero punto di intesa in quelle organizzazioni all’interno delle
quali poteri trasversali e in parte opachi prendono decisioni sotto forma di
suggerimenti “accademici” ai vari Governi: da Billdeberg a quant’altro della
stessa natura.
L’esito, del tutto provvisorio, della crisi innestata
dall’esplosione dei “subprime” a partire dal 2007 è stato quello di uno
spostamento di massa verso la metropoli: si può calcolare che, nel corso di questi
anni, cinquanta milioni di donne e di uomini hanno lasciato le campagne del
mondo e si sono accalcate nelle metropoli delle nuove potenze del capitalismo,
quelle del cosiddetto BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa),
rappresentando la base di massa per la costruzione di un nuovo proletariato.
Verso le antiche potenze, l’America e l’Europa il movimento
migratorio è apparso ridotto ma comunque significativo: verso i punti di
riferimento classici dello sviluppo capitalistico sono affluiti tra cinque e
dieci milioni di persone, accolte allo scopo di far loro ricoprire le mansioni
più ingrate e a sostenere una demografia ormai esausta.
In queste condizioni il dato di maggior rilievo appare
essere quello relativo alle caratteristiche di fondo della crisi: non si può
certo parlare di crisi dello sviluppo, ma di una vera e propria crisi “nello
sviluppo”, esito di un inceppamento complessivo e di ardua reversibilità
nell’intero sistema.
Eccesso incontrollato della finanziarizzazione dell’economia
(da qualche parte si scrive di vera e propria “anarchia capitalista”),
difficoltà dei mercati a trasformare la produzione in merce, marginalità
dell’innovazione tecnologica sul ciclo di produzione a fronte dell’ingigantirsi
e del velocizzarsi fuori misura del processo di distribuzione e di
comunicazione (Gramsci avrebbe forse riflettuto sul modificarsi evidente nel
rapporto tra struttura e sovrastruttura).
In Europa questo stato di cose va facendosi sentire in
maniera specifica per i riflessi immediati che le politiche dei governi
allineati sulle posizioni speculative delle grandi banche internazionali e su
di una logica liberista “arraffatrice” (si pensi alla bolla immobiliare
spagnola) presentano in un quadro dominato dalla rigidità monetarista dei
trattati e dall’assenza di una qualche prospettiva di crescita democratica.
L’Europa paga anche un allargamento eccessivamente rapido
dovuto a una analisi sbagliata circa la creazione di nuovi mercati e al
tentativo di creare le condizioni per un nuovo “esercito di riserva” (con
l’obiettivo di spingere i salari in basso, verso il cosiddetto “minimo
romeno”).
Difficile prevedere gli sviluppi di questo stato di cose:
probabilmente verificheremo nel breve periodo all’intensificarsi della
repressione poliziesca di fronte alla prevedibile “moltitudine” delle
insorgenze sociali e all’allargarsi delle divaricazioni tra le diverse aree del
mondo.
E’ proprio in questo senso che possiamo permetterci di
definire come, nella crisi, si stiano creando le condizioni per una ricollocazione
complessiva sul terreno di classe e, di conseguenza, di pieno rilancio della
contraddizione “principale” da intrecciare, naturalmente, con l’emergere delle
contraddizioni definite post-materialiste.
Per questo motivo la prima indicazione possibile per quanti
intendono muoversi politicamente sul terreno della trasformazione sociale deve
essere quella del mantenere e accrescere la tensione internazionalista, creando
nuove condizioni di relazione politica tra le diverse componenti
anticapitalistiche presenti nei vari paesi: è questo il senso, ad esempio della
proposta avanzata rispetto alle prossime elezioni europee di una lista comune
anticapitalista da presentarsi nei 27 paesi con un solo capolista, un simbolo,
una consistente “premessa di programma”. Una proposta avanzata anche per far sì
che i proletari di ogni singolo paese si sentano immediatamente rappresentati
anche da eletti di altri Paesi, in una visione nuova di quel concetto di
rappresentanza politica che deve essere rilanciato anche e soprattutto sul
piano internazionale, a fronte del vero e proprio “soffocamento democratico”
rappresentato dal concetto di “governabilità” inteso come esaustivo dell’azione
politica.
La seconda indicazione riguarda l’elaborazione programmatica
e la definizione di obiettivi politici. Tanto per restare in Europa appare
fuorviante un certo tipo di dibattito in corso sulla moneta unica se non si
comprende, prima di tutto, che il ritorno alle monete nazionali significherebbe
una fase di vero e proprio “riallineamento” speculativo e la creazione di una
moneta di “secondo livello” (l’euro mediterraneo) rappresenterebbe la semplice
riproduzione del meccanismo che ha portato al dominio monetarista sull’economia
del vecchio continente.
Le forze vanno concentrate sull’obiettivo di contrastare i
meccanismi di riduzione del costo e di aumento della flessibilità del lavoro,
che dovrebbero rappresentare la base portante di un “New Deal per l’Europa”
sostenuto da una riedizione del Piano Marshall di cui si sta parlando, anche
attraverso accenni avanzati dallo stesso Presidente USA (rapporto diretto USA –
Europa attraverso la creazione di un mercato comune, ecc.).
In Italia il dibattito e il confronto sociale appaiono
offuscati dalla dinamica delle “larghe intese” che ormai comprende anche le
confederazioni sindacali: una dinamica che, al di là di scossoni episodici
dovuti al riassestamento di vicende legate alla fase del precedente ventennio,
è destinata a durare e a costruire un ceto omogeneo di “nuova generazione” del
potere.
E’ a questo livello dello scontro che siamo chiamati a
riferirci, senza attardarci in battaglie di retroguardia: nuovo
internazionalismo tra le forze anticapitaliste a livello europeo, nuova
soggettività della sinistra d’alternativa in Italia. Una nuova soggettività
fondata essenzialmente su di un’autonomia di pensiero ormai smarrita da molto
tempo, su di una proposta di alternativa radicale di sistema, sulla convinzione
che non sarà breve la fase di opposizione nel corso della quale ricostruire
l’identità del blocco storico e la piena agibilità della proposta e della
presenza politica.

2 commenti:
E' evidente che sull'euro non sono in grado di convincerti...
Però leggi anche questo articolo dell'ex responsabile economico del prc andrea ricci , docente di economia internazionale ad Urbino :
http://www.sinistrainrete.info/europa/2866-andrea-ricci-il-nodo-delleuro-non-puo-piu-essere-eluso.html , in cui si 'pente' di aver appoggiato l'euro.
E' vero che sarebbe ancora meglio ribaltare i trattati ma , questo sì, ad oggi è molto più velleitario che uscire dall'euro.
Euro, la clava che ci sta ammazzando, ma non insisto.
ciao ciao
Ricci commette, almeno a mio giudizio, un errore teorico nell'inquadramento di fase (salvo equivoci a riferimenti diversi) e non ho mancato di segnalarglielo con il testo che segue e che ho inviato al sito di Ross@ che ha ospitato il suo intervento.
Leggo oggi, invece, in un intervento del compagno Andrea Ricci, intervento nel quale compaiono spunti di notevole interesse che ci si troverebbe in una fase di "guerra di movimento".
Di seguito una, credo corretta interpretazione gramsciana ( ho usato come fonte Rossana Rossanda):
Il nocciolo è in sostanza questo: dove il potere della classe dominante poggia non solo sullo stato ma su una società civile avanzata e complessa, il movimento rivoluzionario non può vincere con un attacco al vertice dell'apparato statale (guerra di movimento) ma in quanto abbia conquistato le «casematte» della società civile (guerra di posizione). Soltanto dove è lo stato a detenere tutto il potere rispetto a una società civile debole e poco strutturata, può avvenire il contrario. Sotto l'occhio della censura Gramsci usa un linguaggio mascherato e «militare» - ne nota egli stesso il limite - ma la trasposizione non è difficile. Guerra di movimento è una rivoluzione che, anche se si impadronisse con una rapida mossa del vertice statuale, non reggerebbe alla resistenza d'una forte società civile, che occorre perciò penetrare, postazione per postazione, con una tenace guerra di posizione
Pare a voi, per concludere, che questa sia una fase di "guerra di movimento"? Questa pare proprio la fase "classica" della guerra di posizione, difensiva prima di tutto e poi molto complessa e faticosa al riguardo della possibile ripresa di conquista delle "casematte" borghesi, senza considerare ovviamente il mutato rapporto, rispetto al periodo in cui Gramsci scriveva, tra struttura e sovrastruttura.
A meno che il riferimento non fosse all'accezione gramsciana.. Grazie per la vostra attenzione Franco Astengo
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