Mi capita spesso, nel leggere o nell’ascoltare interventi di
analisi, riflessione, proposta politica, di provare una sorta di angoscia.
Compare, infatti, trasversalmente dal punto di vista della
collocazione culturale e politica dei diversi autori, una sorta di affannosa
rincorsa a una sorta di indiscriminato “nuovismo”: il ‘900 è finito, servono
soluzioni “nuove”, le categorie classiche di interpretazione filosofica,
sociologica, economica appaiono ormai totalmente superate.
Non parliamo poi delle interpretazioni di natura
politologica: ruolo dei partiti, rapporto tra sistema politico e società,
funzione delle istituzioni. Tutto uno scibile che appare ormai del tutto
obsoleto e lasciato a una sorta di furia iconoclasta: distruggere per mandare
“tutti a casa”, rottamare, con lo scopo, evidentemente, di lasciare – esauriti
i corpi intermedi- un “uomo solo al comando”. Esaltazione dell’individualismo,
della personalizzazione, della politica intesa come forma esclusiva della
scalata al potere.
Eppure intorno a noi gli effetti della crisi, o meglio della
gestione capitalistica della crisi, dicono altro: sono in atto i meccanismi
classici della creazione del cosiddetto “esercito di riserva”, avanza nuovamente
- sotto le mentite spoglie della
globalizzazione – la “guerra tra i poveri”. Emergono, qui da noi nel cuore del
capitalismo maturo, aree di vera e propria disperazione sociale; si ravvede il
ritorno a condizioni materiali di vita simili a quelle dei tempi di guerra; i
giovani appaiono emarginati e dispersi.
Una disperazione che riguarda tutti i ceti sociali, senza
distinzione alcuna : una disperazione che si vede anche senza l’utilizzo di
sofisticate metodologie di analisi sociologica.
Non si comprende, allora, perché tutti i corifei del
“nuovismo” si limitano a proclamare un generico antiliberismo, anziché
proclamare a chiare lettere come sarebbe necessario la necessità di una forza
anticapitalista, basata sull’analisi marxiana da utilizzare soprattutto laddove
si analizza la complessità della collocazione di classe: situazione che,
appunto, va verificandosi con grande ampiezza proprio in questa fase.
Emergono movimenti di contrasto a questo drammatico stato di
cose anche forti e importanti, in varie parti del mondo e d’Europa: ciò
nonostante non si può proprio affermare che ci troviamo in una situazione di
tipo pre-rivoluzionario. Anzi alla disgregazione sociale si affianca una forte
difficoltà politica espressa soprattutto da parte delle forze che dovrebbero
collocarsi in un ipotetico campo progressista che hanno, invece, introiettato
del tutto i modelli dell’avversario.
Torno però al tema degli effetti della crisi.
Mi pare emergano
davvero proposte di soluzione per alcune
delle questioni più urgenti che possono far affermare come davvero “nessuno
inventa nulla”.
Sviluppo due esempi molto semplici vicini alla nostra realtà
immediata: Giavazzi sul “Corriere della Sera” proponeva di pagare i debiti
della P.A attraverso l’emissione di BTP (in sostanza una manovra di debito
pubblico, mi pare di tipico modello
keynesiano); sui giornali compare l’ipotesi di un “ricambio generazionale”
attraverso uno scambio tra anziani e giovani nei posti di lavoro (si comincerà
con alcune aziende, ma già si pensa al grande serbatoio del pubblico impiego,
per una manovra che un tempo sarebbe stata tacciata di mero clientelismo).
Insomma: soluzioni assolutamente non in linea con il
conclamato liberismo di cui in realtà, in questi anni, non è stato ravvisato
alcunchè nel concreto delle dinamiche economiche: si è trattato, invece, di una
gigantesco processo di finanziarizzazione dell’economia prodotto allo scopo di
rendere ricchi i già ricchi e ulteriormente poveri quelli già poveri, poggiando
– socialmente – su quei due pilastri cui già ho accennato: la creazione
dell’esercito di riserva e proprio la “guerra tra i poveri”.
Schematismo? Semplificazione? : forse, ma proprio
l’involuzione che stiamo verificando nella condizione di vita delle masse
popolari, il venire meno dei diritti sociali, la sparizione del welfare
indicano con chiarezza che questo presunto schematismo incontra la realtà dei
fatti, la dura replica della storia.
A questo stato di cose va contrapposta direttamente l’idea
di una “società altra”, di una trasformazione complessiva degli equilibri
sociali, della prospettiva dello sviluppo delle forze produttive, intrecciando
il complesso delle contraddizioni materialiste e post-materialiste in una
visione di società che abbia al centro l’idea non perseguibile individualisticamente
del riscatto sociale
Come si può osservare c’è molto da recuperare in ciò che da
più parti si considera superato e obsoleto sul terreno dell’analisi sociale e
della proposta politica.
Mi permetto di compiere eguale valutazione anche rispetto
alle forme dell’agire politico, in particolare rispetto al tema del Partito.
Resto convinto, infatti, non soltanto che la miglior forma
organizzativa di una democrazia (che nel “caso italiano” sono convinto debba
restare fondata sul modello parlamentare delineato dalla Costituzione Repubblicana),
rimane quella fondata sui partiti.
I partiti, pur nel modificarsi del loro modo d’essere e di
organizzarsi in ragione delle profonde trasformazioni della tecnologia e
dell’impatto che questa ha avuto essenzialmente sulle comunicazioni e di
conseguenza sull’assetto sociale, rimangono essenziali e devono recuperare,
anche sotto quest’aspetto non mi nascondo certo dietro un dito, la loro
funzione di “integrazione di massa”, con un ruolo anche pedagogico, di vera e propria
formazione politica, non restando semplicemente soggetti destinati a fornire
“quadri” per un’indistinta, simil-tecnocratica (in realtà ferocemente
classista) gestione del potere.
Ho cercato di sviluppare soltanto alcuni accenni a temi che
ritengo dovrebbero essere approfonditi con grande attenzione proprio in questa
fase dove trasformismo, opportunismo, smarrimento, sembrano farla da padrone.
Abbiamo vissuto stagioni diverse di vita politica rispetto a
quelle attuali: dobbiamo analizzare ciò che
sta accadendo ma senza smarrire le nostre coordinate fondamentali e non
cedere sui principi di fondo.
Non proprio il caso di abdicare, accettando tranquillamente
anche l’accusa di vetustà.
Come sempre sarà la storia a distribuire le esatte ragioni e
la storia, nonostante ciò che ha scritto Fukuyama, non è davvero finita.
In aggiunta: non credo sia questo il momento del limitarsi
all’analisi sociologica, piuttosto si tratta di aprire una vera e propria
stagione di ricostituzione di soggettività e di definizione d’identità attorno
a due elementi analitici di fondo: la definizione di una prospettiva di
trasformazione della società sulla base dell’intreccio tra le contraddizioni
“materialiste” e “post-materialiste” ( un tema, mutatis mutandis affrontato
anche da Marx e Engels nell’intreccio tra lotta di classe, liberazione
nazionale dei popoli, liberazione coloniale, questione sessuale) ed una
proposta politica “di progetto” sulla base del mutato rapporto tra struttura e
sovrastruttura ( istituzioni e comunicazioni, ad esempio, struttura o
sovrastruttura?).
La questione quindi non è quella dell’analisi dei soggetti
sociali e dei movimenti che li rappresentano nell’immediatezza rivendicativa,
ma quella del “partito” che produce proposta politica e la porta, nella complessità
della sua struttura, nella società trasformandola , per quanto possibile, in
oggetto “generale” della lotta politica.

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