mercoledì 18 settembre 2013

SEL, RENZI, LA POLITICA DELLE ALLEANZE di Franco Astengo


Qualche giorno fa il leader di Sel e presidente della Regione Puglia ha dichiarato “con il PD di Renzi saremo alleati comunque”.
Un’indicazione che merita qualche spunto di riflessione proprio intorno al tema della politica delle alleanze, un elemento molto importante nella politica della sinistra e, in particolare, nella storia dei comunisti non solo in Italia.

Occorrono però nel merito due osservazioni preliminari: la prima riguarda lo evidenziarsi, ancora una volta, di una concezione esasperatamente personalistica della politica poiché ci si rivolge al “PD di Renzi” come se si trattasse di un partito “personale” di proprietà; su questo terreno si procede dunque nel perseverare facendo danno all’idea stessa della partecipazione, del collettivo, della struttura del soggetto politico.
 
La seconda concerne l’indifferenzialità nel proporre alleanze indipendentemente dalla valutazione della fase, dei soggetti contraenti, degli obiettivi che ci si pongono davvero, al di là della facilità degli slogan che, in questi casi, possono essere sempre adottati da politici propagandisti dalla battuta facile.
In ogni caso SeL conferma la sua vocazione di “partito parassita” collocato in una dimensione del tutto utilitaristica non tanto dal punto di vista politico, ma essenzialmente sul terreno elettorale che, alla fine, è quello che interessa in maniera pressoché esaustiva al suo ceto politico.
Colpisce molto, in questo caso come in altri precedenti, la sottovalutazione riguardante la propria autonomia di proposta quale base di fondo per contrarre alleanze politiche, anche in condizioni di evidente asimmetria dal punto di vista delle proporzioni numeriche, riferite in particolare al piano elettorale (l’unico, assieme a quello mediatico, che sembra contare per davvero in questi tempi così negativi per l’espressione di una qualità “alta” dell’agire politico).

Il tema della “politica delle alleanze”, come si sosteneva già all’inizio, è quanto mai delicato e complesso da affrontare, perché richiede l’espressione, insieme, di una propria teoria e di una coerente applicabilità pratica distinguendo anche tra un’alleanza proposta per definire un’identità politica comune tra forze affini (l’unità della sinistra, ad esempio) oppure una proposta di governo tra forze differenti (il “compromesso storico”, tanto per far un altro esempio classico).
Colpisce, infatti, in questo dibattito la confusione che si fa tra “accordo elettorale” (che può essere sviluppato in diversi modi, si pensi alla “desistenza” esercitata dal PRC rispetto all’Ulivo nelle elezioni del 1996) e “alleanza” concetto che prevede, in politica, una prospettiva e un progetto comuni aventi, tra l’altro, anche una forte corrispondenza nella società: come fu, ad esempio, l’alleanza centrista nell’immediato dopoguerra, laddove gli alleati condividevano, al fondo, sia l’idea dell’economia liberale (sia pur con possibilità diverse di “temperamento” al riguardo di differenti ideologie o analisi economiche) sia la collocazione internazionale, in quel periodo elemento assolutamente decisivo.
Proprio l’esempio del “compromesso storico” può essere approfondito per cercare di comprendere, al meglio possibile, la logica di una politica delle alleanze che non si riduca a mera sommatoria elettorale, com’è stato nel recentissimo passato anche per via della spinta oggettivamente impressa dal maggioritario, nelle sue diverse espressioni all’italiana sia a livello di elezioni politiche (misto collegi/proporzionale; premio – smodato – di maggioranza) sia a livello di elezioni regionali, provinciali, comunali.
Un esempio quello del “compromesso storico” indicativo anche al riguardo del suo esito: quel governo a maggioranza di “solidarietà nazionale” (nelle due versioni dell’astensione e della maggioranza allargata) che alla fine ne decretò il fallimento.
Nell’affermazione di quella strategia alcuni elementi debbono essere, però, ricordati anche in positivo: non vi fu mai, da parte dei comunisti, sulle questioni decisive, dismissione del proprio portato autenticamente socialista e della riaffermazione del rapporto con i capisaldi della tradizione terzinternazionalista (un elemento, quest’ultimo, che da un certo punto di vista poteva essere visto – anche da “sinistra”, ad esempio nella critica del “Manifesto” come un limite evidente di cultura politica). Questo nonostante l’evidenziarsi di “errori e deformazioni” (riprendendo la terminologia dei documenti ufficiali del tempo) in URSS, quella tradizione rimaneva attiva nel portato politico complessivo di chi proponeva quel nuovo sistema di alleanze, in Italia, tra le forze rappresentative delle grandi masse popolari.
Un secondo elemento fu rappresentato dalla determinazione, assieme all’individuazione di uno schieramento possibile di forze politiche, dall’assegnazione di obiettivi all’interno di un rapporto intrecciato tra idea di progetto e proposta di programma.
Sotto quest’aspetto fu fortissima l’ambizione (come scrive Alberto Asor Rosa nel numero di Laboratorio Politico “Il compromesso storico” pubblicato da Einaudi nel 1982), pur tra le preoccupazioni dell’emergenza, di continuare a mantenere attuale e politicamente premiante la prospettiva di una “società futura”, da realizzarsi attraverso un pieno dispiegamento del gioco democratico e a partire da un programma riformatore limitato a poche ma decisive questioni, la cui risoluzione avrebbe dovuto mettere in moto il meccanismo di un cambiamento ben più radicale, modificando anche i modelli politici e sociali.
La realizzazione si arenò proprio su quel punto, sulla valutazione errata della fase e delle forze in campo che non consentivano assolutamente di poter reggere quella che fu definita “la politica dei due tempi”, tanto più che molto rapidamente si verificò un processo di assoluta identificazione tra il massimo partito di opposizione, appena entrato nell’area governativa, con la causa della difesa dello Stato (o meglio dell’autorità dello Stato) contro quella che era stata individuata come una disgregazione particolaristica e corporativa che attraversava in quel momento la società italiana (quale effetto di un processo di reale modernizzazione, letto erroneamente in ritardo) che produceva una miriade di effetti in vari campi, economico, giuridico, del costume in generale, fino all’accusa di “diciannovismo” rivolta ad avanguardie di antagonismo sociale sorti (subito dopo la grande ondata del 74-76) proprio in contrapposizione a un Partito che proclamava se stesso come partito dell’”interesse generale”.
Di fronte a ciò una parte della dinamica sociale nel frattempo continuò a seguire, e non poteva non farlo, le logiche classiche del conflitto sottraendo così settori e forme decisive di consenso all’ipotesi politica del compromesso.
Attorno a questi fattori tramontò così l’ipotesi di far avanzare un progetto teorico di alleanze politiche di grande spessore fino a farlo pervenire a un’identità di alternativa, non ridotta semplicemente a “governo”.
Eppure contenuti importanti di autonomia e di progetto di alternativa stavano dentro a quell’ipotesi: leggere oggi :”saremo alleati comunque con il PD di Renzi” ci fa toccare con mano il basso profilo opportunistico della politica di una sinistra che non riesce ad elaborare teoria politica muovendosi esclusivamente in funzione del personalismo e della “governabilità spicciola”.
Serve, urgentemente, qualcosa di “diverso”, di molto “diverso”.
Nell’attesa è il caso, in conclusione, di rileggersi Gramsci:
Fondamentali, mi sembrano, in questo momento, soprattutto due idee: da un lato quella della difesa intransigente dell'autonomia ideologica, politica e organizzativa del Partito comunista come parte d'avanguardia della classe, e dall'altra quella della strategia d’isolamento del nemico principale attraverso un duttile sistema di alleanze di tipo al tempo stesso politico e sociale, parlamentare ed extraparlamentare.

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