Nel presentare il “Festival della Politica” di Mestre (che
si svolgerà senza la presenza di “politici”) Massimo Cacciari ha affrontato la
teoria del “bene comune”( o dei “beni comuni”: ricordate “Italia bene comune”?).
Una teoria oggi intesa da molti come la nuova frontiera della modernità, nel
senso del considerarla la frattura sociale “decisiva” per costruire un “agire
politico” provvisto di obiettivi particolarmente avanzati, sulla base dei quali
poggiare una “nuova sinistra” o almeno una “nuova identità” per sinistra.
Cacciari prendere spunto dal fatto che, proprio al “Festival
della politica” sarà messo in scena un testo di Fra Girolamo Savonarola sul
tema “un buon predicatore dice la verità contra ciascuno e tutti, perché sceglie
il bene comune”.
Il filosofo, ex-sindaco di Venezia e deputato del PCI,
spiega, allora come “il bene comune può essere inteso come un valore religioso,
nel senso che trascende tutto” e aggiunge “Non mi sembra inutile ricordarlo
oggi”.
Del resto basta eseguire una breve ricerca per risalire a
San Tommaso d’Aquino laddove affrontando il tema del rapporto tra città e
individui come analogo a quello tra tutto e parti, il filosofo dopo aver
oscillato tra una considerazione della “totalità della città come bene comune”
che la città stessa incarna come superiore al bene del singolo e l’affermazione
dell’identità sostanziale del fine singolo e del tutto, si risolve ad affidarsi
all’idea del “bene comune” quale unità d’ordine in quanto specifica della
comunità umana.
Siamo ai “fondamentali” della dottrina sociale della Chiesa
(non a caso sarà Leone XIII autore della “Rerum Novarum” a stabilire la
filosofia scolastica quale filosofia ufficiale della Chiesa stessa), giù, giù
fino a Giovanni XXIII nella “Mater e Magistra” laddove il “bene comune” viene
inteso (nella critica a ogni forma di collettivismo) come “insieme delle
condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo
integrale della loro persona e, come tale, “ragion d’essere stessa e fondamento
della legittimazione dei pubblici poteri”.
Nella legittimazione dei pubblici poteri attraverso la
visione trascendente della “unicità del bene comune” si ravvede, con grande
chiarezza, la negazione del conflitto sociale, anzi dell’impossibilità del
conflitto.
Una strategia che, oggi, sembra far parte proprio di una
negazione generale dell’esistenza delle ragioni dello scontro tra diverse
visioni dell’assetto sociale: una diversa visione dell’assetto sociale,
infatti, finirebbe con il negare direttamente questa idea del “bene comune”,
inteso come universale ed ecumenico, fonte assoluta della “elargizione” del
bene.
Una visione, sia consentito affermarlo con chiarezza, di
vera e propria ascendenza medievale.
A costo di apparire sicuramente “vetero” deve essere espressa,
invece, proprio la convinzione che nel prevalere delle ragioni derivanti dal
conflitto di classe risieda la vera possibilità di avanzamento “storico”: affermazione
difficile da portare avanti oggi, in una fase di vero e proprio “arretramento”,
ma che è comunque necessario riproporre con grande forza quale base per una
coerente azione politica di cambiamento dello “stato di cose presenti”.
La possibilità per contrastare questa pericolosa regressione
sul piano teorico e politico risiede, ancora una volta, nella rilettura delle
fondamenta del marxismo, considerando che, fino a quando gli esseri umani non
avranno imparato a discernere sotto qualunque frase, dichiarazione o promessa
morale, religiosa, politica e sociale gli interessi di queste o quelle classi,
in politica saranno sempre, come sono sempre stati, vittime ingenue degli
inganni e delle illusioni.
Ogni vecchia istituzione, per corrotta che essa sembri, si
regge sulle forze di queste o quelle classi dominanti.
Il rinnovamento quindi avviene per il loro interno e, dal
nostro punto di vista, l’abbandono dei riferimenti fondamentali del conflitto
di classe non può che significare l’ingresso, più o meno mascherato, nel campo
avversario.
La filosofia e la pratica politica del “bene comune” fa ben
parte dell’impianto dominante che prevede nell’unicità del capitalismo la sola
fonte di legittimazione del potere, l’orizzonte insuperabile nel tempo.
Questo è il punto da disvelare ancora una volta con grande
forza, attraverso un’espressione politica di radicale contrasto che proprio dal
dualismo di classe deve prendere forza e alimento per imporre la realtà di una
società diversa e impedendo, come si sta cercando di fare adesso di “girare all’indietro
la ruota della storia”.
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