mercoledì 4 settembre 2013

BENE COMUNE E TRASCENDENZA: L'IMPORTANTE E' NEGARE IL CONFLITTO DI CLASSE di Franco Astengo



Nel presentare il “Festival della Politica” di Mestre (che si svolgerà senza la presenza di “politici”) Massimo Cacciari ha affrontato la teoria del “bene comune”( o dei “beni comuni”: ricordate “Italia bene comune”?). Una teoria oggi intesa da molti come la nuova frontiera della modernità, nel senso del considerarla la frattura sociale “decisiva” per costruire un “agire politico” provvisto di obiettivi particolarmente avanzati, sulla base dei quali poggiare una “nuova sinistra” o almeno una “nuova identità” per sinistra.


Cacciari prendere spunto dal fatto che, proprio al “Festival della politica” sarà messo in scena un testo di Fra Girolamo Savonarola sul tema “un buon predicatore dice la verità contra ciascuno e tutti, perché sceglie il bene comune”.

Il filosofo, ex-sindaco di Venezia e deputato del PCI, spiega, allora come “il bene comune può essere inteso come un valore religioso, nel senso che trascende tutto” e aggiunge “Non mi sembra inutile ricordarlo oggi”.

Del resto basta eseguire una breve ricerca per risalire a San Tommaso d’Aquino laddove affrontando il tema del rapporto tra città e individui come analogo a quello tra tutto e parti, il filosofo dopo aver oscillato tra una considerazione della “totalità della città come bene comune” che la città stessa incarna come superiore al bene del singolo e l’affermazione dell’identità sostanziale del fine singolo e del tutto, si risolve ad affidarsi all’idea del “bene comune” quale unità d’ordine in quanto specifica della comunità umana.

Siamo ai “fondamentali” della dottrina sociale della Chiesa (non a caso sarà Leone XIII autore della “Rerum Novarum” a stabilire la filosofia scolastica quale filosofia ufficiale della Chiesa stessa), giù, giù fino a Giovanni XXIII nella “Mater e Magistra” laddove il “bene comune” viene inteso (nella critica a ogni forma di collettivismo) come “insieme delle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo integrale della loro persona e, come tale, “ragion d’essere stessa e fondamento della legittimazione dei pubblici poteri”.

Nella legittimazione dei pubblici poteri attraverso la visione trascendente della “unicità del bene comune” si ravvede, con grande chiarezza, la negazione del conflitto sociale, anzi dell’impossibilità del conflitto.

Una strategia che, oggi, sembra far parte proprio di una negazione generale dell’esistenza delle ragioni dello scontro tra diverse visioni dell’assetto sociale: una diversa visione dell’assetto sociale, infatti, finirebbe con il negare direttamente questa idea del “bene comune”, inteso come universale ed ecumenico, fonte assoluta della “elargizione” del bene.

Una visione, sia consentito affermarlo con chiarezza, di vera e propria ascendenza medievale.

A costo di apparire sicuramente “vetero” deve essere espressa, invece, proprio la convinzione che nel prevalere delle ragioni derivanti dal conflitto di classe risieda la vera possibilità di avanzamento “storico”: affermazione difficile da portare avanti oggi, in una fase di vero e proprio “arretramento”, ma che è comunque necessario riproporre con grande forza quale base per una coerente azione politica di cambiamento dello “stato di cose presenti”.

La possibilità per contrastare questa pericolosa regressione sul piano teorico e politico risiede, ancora una volta, nella rilettura delle fondamenta del marxismo, considerando che, fino a quando gli esseri umani non avranno imparato a discernere sotto qualunque frase, dichiarazione o promessa morale, religiosa, politica e sociale gli interessi di queste o quelle classi, in politica saranno sempre, come sono sempre stati, vittime ingenue degli inganni e delle illusioni.

Ogni vecchia istituzione, per corrotta che essa sembri, si regge sulle forze di queste o quelle classi dominanti.

Il rinnovamento quindi avviene per il loro interno e, dal nostro punto di vista, l’abbandono dei riferimenti fondamentali del conflitto di classe non può che significare l’ingresso, più o meno mascherato, nel campo avversario.

La filosofia e la pratica politica del “bene comune” fa ben parte dell’impianto dominante che prevede nell’unicità del capitalismo la sola fonte di legittimazione del potere, l’orizzonte insuperabile nel tempo.

Questo è il punto da disvelare ancora una volta con grande forza, attraverso un’espressione politica di radicale contrasto che proprio dal dualismo di classe deve prendere forza e alimento per imporre la realtà di una società diversa e impedendo, come si sta cercando di fare adesso di “girare all’indietro la ruota della storia”.


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