Marchionne al fine ha
dovuto cedere. Con un comunicato la Fiat ha annunciato che si adeguerà alla
sentenza della Corte Costituzionale, il che permetterà quindi alla Fiom di non
essere più esclusa dalla vita sindacale di fabbrica e di formare la
rappresentanza sindacale aziendale (RSA).
Alcuni, per sminuire la portata,
della retromarcia Fiat, dicono oggi che la multinazionale non avrebbe potuto
fare diversamente dopo sì autorevole sentenza. Eppure finora Marchionne delle
decisioni della Magistratura se ne era fatto beffe, giungendo a dire che con questi giudici era impossibile
fare impresa in Italia e che quindi avrebbe portato tutte le lavorazioni all’estero.
Parola torna indietro dunque.
Di sfuggita vale
anche la pena di notare il diverso atteggiamento nei confronti delle sentenze
adottato dalla Fiat, seppure in ultima battuta, da quello continuamente
ostentato con arroganza da Berlusconi e dai suoi accoliti. A dimostrazione che
se si tiene il punto con coerente fermezza gli scontri di potere e
istituzionali possono essere vinti a favore e nel nome della Costituzione.
Ma soprattutto tutto
ciò dimostra che la Fiom ha vinto. Ha vinto una specifica battaglia sindacale,
quella della rappresentanza, da cui deriva tutto il resto dell’agire sindacale.
Lo ha fatto con fermezza e tenacia, alla faccia di tutti quelli che ne
prevedevano l’isolamento o che la accusavano di trasformarsi in un partito
politico.
Nello stesso
comunicato la Fiat auspica una nuova legge sulla rappresentanza sindacale. Anzi
la esige poiché in mancanza della stessa rinnova la minaccia di chiudere gli
stabilimenti di Mirafiori e Cassino. Intanto
però la dichiarazione della Fiat dimostra che gli accordi tra le parti non sono
sufficienti a governare il sistema delle relazioni sociali e sindacali. Anche
questa è una vittoria del pensiero democratico in contrapposizione con tutti
quelli, numerosi anche nello schieramento sindacale soprattutto confederale e
in particolare nella Cisl, che hanno sempre pensato e predicato che a regolare
tale materia bastassero gli accordi tra le parti sociali a livello
centralizzato.
Il grande passo in
avanti compiuto non deve però nascondere i nuovi problemi che apre. Ha ragione
il giuslavorista Piergiovanni Alleva a dire che il comunicato Fiat è non solo
un punto di arrivo ma soprattutto di partenza.
Infatti la
restituzione dei diritti sindacali alla Fiom non risolve del tutto il tema
della rappresentanza e della agibilità sindacale nei luoghi di lavoro. Come
sappiamo la vita sindacale nel nostro paese è più ampia e varia, e comprende
anche i cosiddetti sindacati di base i cui diritti non hanno mai avuto pieno
riconoscimento. Se con la vittoria odierna si è ristabilito il principio che il
sindacato più rappresentativo non può essere escluso dai negoziati per un
contratto nazionale o aziendale e che un contratto firmato da una minoranza non
può valere per tutti, bisogna evitare che si cada nell’errore opposto, ovvero
che un contratto firmato dalla effettiva maggioranza dei sindacati ipso facto
valga anche per i lavoratori che aderiscono a sindacati dissenzienti. La
dittatura della maggioranza non è meglio di quella della minoranza. Se ne può
uscire solo se ogni contratto, nazionale o aziendale che sia, riceve una
validazione democratica tramite un referendum fra tutte le lavoratrici e i lavoratori cui si riferisce. Una buona
legge sulla rappresentanza sindacale deve cominciare da qui.
La seconda questione
che va ribadita, poiché è stata motivo di diverse interpretazioni e di scontro
dopo la firma dell’ accordo sindacale definito “storico” di fine maggio, è che
il diritto di sciopero nella nostra Costituzione è un diritto che appartiene
alla singola persona, pur essendo più efficace se viene esercitato collettivamente.
Non è nelle mani dei sindacati e tantomeno può essere vincolato dagli obblighi
discendenti da un contratto. Nel nostro diritto costituzionale è un diritto
individuale inviolabile. Sia i dirigenti sindacali che i Marchionne di turno lo
devono rispettare.
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