Il tema dell’autonomia culturale e
politica si colloca, in questa fase, al primo posto di una possibile agenda per
un dibattito volto a riprendere il tema della presenza organizzata dei
comunisti, e dell’insieme delle forze anticapitalistiche, in Italia.
Beninteso: un tema da porre con
l’indispensabile respiro internazionalista, in un quadro assai complesso di
mutamento del ciclo e dell’insieme delle relazioni statuali, economiche,
sociali a livello globale.
Non è però possibile sfuggire
all’esigenza, assolutamente prioritaria, circa l’avvio di un processo di
ricostruzione della rappresentanza politica dei comunisti in Italia:
rappresentanza politica della quale sono privi ormai da tempo.
Un’assenza che ha causato un vero e
proprio “vulnus” nel complesso delle dinamiche in atto al riguardo delle lotte
sociali e del confronto politico nel nostro Paese e, di conseguenza, in Europa.
Torniamo comunque al punto di
partenza: quello dell’autonomia.
L’ultimo lavoro di Mario Tronti “Per
la critica del presente” è composto di un testo suddiviso in “voci”,
ciascheduna delle quali rappresenta l’indicazione di un terreno di ricerca sul
piano teorico e anche più direttamente dell’applicazione politica.
Ebbene al primo posto tra queste
voci si colloca proprio “autonomia”.
In realtà nell’introduzione l’autore
dedica due righe a un altro punto, che risulta essere propedeutico a tutto il
resto del ragionamento: “Zur Kritik”. Per la critica: un’abitudine marxiana,
imparata, coltivata, affinata, mai dismessa”.
Dunque “autonomia e critica” : Zur
Kritik und Reichweite, binomio inscindibile.
Due punti, allora, desunti dal testo
della “voce” come si trova elaborata nel volumetto di Tronti: autonomia come
segno del carattere della modernità; autonomia come parola “prima” del lessico
della politica, da cui tutte le altre parole discendono.
Autonomia – scrive Marco Bascetta in
una lunga recensione apparsa sulle colonne del “Manifesto”, “voce decisiva,
quella con cui tutte le altre debbono misurarsi. L’elemento fondativo che non
si limita a regolare, ma abbatte e istituisce, distrugge e crea. Non c’è
rottura dell’esistente senza scontro con il nomos che la fonda. Ma “autonomia”
non unisce ma divide”.
Quindi si può aggiungere: autonomia
“divide” perché non può essere altro che il patrimonio di una “parte”,
contrapposta all’autonomia delle “altre parti”.
Ed è dal termine “parte” che deriva
“partito”.
Ai comunisti, in Italia, mancano da
più di vent’anni l’autonomia e di conseguenza il “Partito”: quanto è stato
posto in mezzo nel corso di questo periodo è stato condizionato, da un lato
dall’autonomia del politico esercitata nel senso dello “sblocco del sistema”
quale unica indicazione esaustiva nella direzione della governabilità, dall’altro da una supposta (molto supposta)
“autonomia del sociale”, malintesa come richiedente sia la fine della
strutturazione politica, sia come primato del movimento (come abbiamo visto
nell’occasione, del g8 di Genova: occasione tragica non solo per i fatti che vi
accaddero e per la repressione poliziesca, ma per il vero e proprio “passo
indietro” che fu compiuto dalla sinistra italiana, comunista e non comunista,
proprio sul terreno dell’autonomia teorica e politica).
I comunisti, in Italia, almeno dallo
scioglimento del PCI in avanti hanno smarrito la capacità di intreccio tra
autonomia del politico e autonomia del sociale, lasciando così che queste
corressero parallele esercitando insieme governativismo (deleterio, in
particolare a livello locale) e movimentismo.
In questo modo è saltato
completamente il concetto di “politica delle alleanze” ridottasi a una mera
espressione di subalternità tattica e si sono perduti punti fondamentali sul
terreno dell’identità, smarrendo qualsivoglia capacità egemonica.
Nasce da questo stato di cose la
perdita della rappresentanza istituzionale a livello parlamentare, fattore del
tutto esiziale causa principale per quell’espressione di vera e propria
“minorità politica” che registriamo oggi in tutti gli atti compiuti da diversi
soggetti rimasti in campo.
E’ arrivato il tempo di riflettere
davvero su questi elementi, alla vigilia di importanti scadenze che si
collocano al centro di una fortissima controffensiva di destra, sia sul piano
dei contenuti economici e sociali ma soprattutto sul terreno della qualità
della democrazia attraverso espressioni di una ripresa evidente di fenomeni di
vera e propria repressione poliziesca.
Potrà essere soltanto dal
raggiungimento di una reale autonomia teorica e politica che si potrà tornare a
parlare coerentemente di identità
facendo discendere, coerentemente, una definizione di egemonia, intesa e
praticabile nelle modificazioni dell’oggi nello specifico del rapporto tra
struttura e sovrastruttura, in un quadro di vera e propria “rivoluzione passiva”
imposta dall’esercizio da parte dell’avversario di una vera e propria ideologia
dominante.
La riflessione sull’autonomia non può però essere disgiunta
da un’azione politica immediata: serve la ricostituzione in tempi brevi di una
soggettività politica dei comunisti e degli anticapitalisti.
Una soggettività politica
strutturata in partito (appunto la “parte” che non unisce ma divide,
espressione immediata di un’autonomia del pensiero), senza cedere alle mode del
momento: quella della cosiddetta “rete” (intesa
come forma organizzativa s’intende, altra questione quella dell’utilizzo della
rete informatica per le comunicazioni, lo scambio di idee, la lievitazione del
dibattito) oppure, sempre per fare degli esempi, del modello radicaleggiante
della “doppia tessera” o della pluralità di appartenenza.
Un partito che si ponga
immediatamente alla ricerca di quella che potrebbe essere definita “Autonomia
di sintesi”, superando il parallelismo tra autonomia del politico e autonomia
del sociale.
Un partito che non sia semplice
“rifugio aggregativo” per gli orfani di diverso livello, ma sia luogo insieme
di aggregazione e di elaborazione.
Un partito che, come stava scritto
sulla copertina di un vecchio opuscolo ani’70: “non sia coscienza separata, né
riflesso dell’autonomia del movimento, ma teoria, progetto politico, memoria
della lotta di classe”.
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