Serve, a sinistra, una diversa soggettività capace di intrecciare ideologia e idealità, svelando l’enormità delle mistificazioni dell’avversario e tornando a chiamare il confronto sociale con il suo vero nome “lotta di classe”.
Il grido di “pericolo” sta attraversando l’intero sistema
di potere, amplificato dalla compiacenza dell’ apparato comunicativo: “
L’instabilità mette a rischio la timida ripresa dalla crisi”.
Siamo di fronte alla necessità, ancora una volta, di
demistificare quanto questa vera e propria “cappa di piombo” di stampo
orwelliano che ci sovrasta sta tentando di far credere all’opinione pubblica (e
usiamo volutamente un termine così generico come quello di “opinione
pubblica”.)
Rivolgiamo allora proprio alla generalità dell’opinione
pubblica questa domanda: a chi risale la responsabilità della crisi?
Antonio Gramsci, per rispondere, avrebbe scritto di
“sovversivismo delle classi dirigenti”: una definizione che si attaglia
perfettamente alla situazione attuale, contraddistinta da una feroce gestione
del ciclo capitalistico (non ci stancheremo mai di ripeterlo), accompagnata
nello specifico del caso italiano da una crisi verticale della credibilità
dell’agire politico, nel suo complesso, e da una “questione morale” che investe
per intero il delicato tema del rapporto tra etica e politica, non certo
riducibile alla decadenza o meno da senatore del pregiudicato Silvio
Berlusconi.
Siamo davanti ad una crisi complessiva che è possibile
definire come di carattere “sistemico” che colpisce duramente i comuni cittadini
nella materialità delle loro condizioni di vita e anche nell’idealità del
sistema di valori e delle stesse prospettive per il futuro.
Un “ceto separato”, composto non soltanto dai cosiddetti
“politici” che, oggi, nel suo insieme mistifica le ragioni riguardanti il vero
“perché” al riguardo della rottura dei legami che univano passato, presente,
futuro unificando il tutto nel mostro di un presente “divoratore” a vantaggio
esclusivo del più forte.
Altri perché dovrebbero essere spiegati e, comunque,
ricordati: come è successo che si è dato via libera, da tutte le parti, a un
processo di finanziarizzazione dell’economia di proporzioni gigantesche che ha
finito, com’era naturale fosse, la maggior parte dell’economia reale; come si è
formato questo gigantesco debito pubblico che minaccia a questo punto non tanto
e non solo la sovranità degli stati ma addirittura l’essenza stessa della
democrazia, lasciando il campo al potere assoluto di organismi sovranazionali,
lontani da ogni qualsiasi possibilità di controllo collettivo.
Al riguardo della formazione del debito pubblico, per
quel che riguarda l’Italia, è bene ricordare che negli ultimi vent’anni, dal
1993 in avanti, data dell’introduzione del sistema elettorale maggioritario si è
avuta un’effettiva alternanza di governo: il centrodestra ha governato per 6
mesi nel 1994, per cinque anni dal 2001 al 2006 e per tre anni dal 2008 al 2011,
il centrosinistra per cinque anni dal 1996 al 2001 e per due anni dal 2006 al
2008, i tecnici per 1 anno e mezzo dal 1995 al 1996 e per un altro periodo
analogo tra il 2011 e il 2013, anno nel quale si è formato un governo organico
di “larghe intese” con presidente di centrosinistra e vice di
centrodestra.
Torniamo però
all’analisi della crisi: una crisi, quella che stiamo vivendo giorno per giorno,
condotta dai “potenti” con inaudita tracotanza ideologica, puntando a
ripristinare antiche “condizioni di classe”, dalle quali pensavamo di essere
usciti anche attraverso compromessi che apparivano sufficientemente
stabilizzati, in particolare da questa parte del mondo, nel cuore dell’antico
Occidente.
La sinistra ha completamente smarrito, sotto
quest’aspetto, la memoria delle grandi contraddizioni storiche che sono state
attraversate nel corso del 900, tra guerre e rivoluzioni e si è consegnata, mai
e piedi, all’ideologia dell’avversario, in nome dell’analisi colpevolmente
errata della fine – appunto – delle ideologie e della distinzione
destra/sinistra (perfino Norberto Bobbio cercò, inutilmente, di richiamare la
sussistenza di questa distinzione di fondo ma, nella parte terminale della sua
opera, fu molto riverito e altrettanto poco ascoltato).
Si punta chiaramente, da parte dei ceti dominanti, a una
tecnocrazia intesa come “dittatura delle coscienze” e all’imposizione di un
modello di vita segnato – rovesciandone il senso ovviamente – dalla
“contraddizione principale” di marxiana memoria e dal pressapochismo di una
forma di vera e propria “decadenza storica” che ha contrassegnato gli ultimi 20
anni d storia.
A sinistra, al riguardo di questi aspetti, si è
letteralmente “smarrita la sinderesi”, abdicando dalla politica sostituita con
il personalismo delle ambizioni soggettive e da una tragica forma di
“individualismo competitivo”.
Come rispondere a questo drammatico stato di cose:
recuperando l’idea della politica come rappresentazione concreta della realtà
sociale; come momento di promozione di nuovi livelli di attivizzazione dal basso
ma soprattutto sviluppando il concetto di identità allo scopo di produrre
egemonia attorno alle coordinate di fondo di una teoria politica in grado di
promuovere un progetto di profonda trasformazione.
Serve, a sinistra, una diversa soggettività capace di
intrecciare ideologia e idealità, svelando l’enormità delle mistificazioni
dell’avversario e tornando a chiamare il confronto sociale con il suo vero nome
“lotta di classe”.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie