lunedì 4 maggio 2020

NELLA DIFFICOLTA' ITALIANA: UN VUOTO DI PROGETTO

NELLA DIFFICOLTA’ ITALIANA: UN VUOTO DI PROGETTO di Franco Astengo


Piero Ignazi e Carlo Galli, in due articoli pubblicati da “Repubblica”, hanno posto ciascuno dal proprio punto di vista una sola questione di fondo: quella del vuoto di progettualità che sta risaltando nell’insieme del sistema politico italiano.
Ci troviamo in una fase nella quale sarebbe giusto reclamare una capacità di visione da parte della classe dirigente.
Una capacità di visione che – appunto – sembra proprio latitare.
Nella sua analisi Ignazi investe direttamente il PD definendone assieme la sua caratteristica distintiva di essere “un partito naturale di governo” ma nello stesso tempo denunciando, all’interno del partito, l’assenza di capacità di discussione e di progettualità, la mancanza di “pensiero lungo” e di proposta per un “colpo d’ala” rispetto all’esistente.
Ai democratici viene così riconosciuta una capacità di ”riflesso gestionale”, insufficiente però a progettare la fase che sta ci sta arrivando addosso.
Ancora più ampio il quadro che traccia Carlo Galli affrontando il tema della contrapposizione tra libertà e coercizione, economia e sicurezza, normalità costituzionale ed eccezione.
In conclusione Galli si pone un interrogativo di fondo: se nel nostro presente normalmente eccezionale che è diventato quello di uno Stato di sicurezza stiamo vedendo il nostro futuro, oppure se è il caso di pensare ad una alternativa. E quale.
La sostanza è ancora riassunta nella conclusione dell’articolo di Ignazi quando, sempre riferendosi al PD ma con termini che possono essere estesi all’intero sistema politico, scrive come le iniziative per ridisegnare la società in tutti i suoi aspetti vanno precisate fin d’ora, perché chi avrà più capacità progettuale e attuativa lascerà la propria impronta negli anni a venire.
I due articoli, pur affrontando argomenti diversi, sembrano collegati da uno stesso punto d’analisi: la fase dell’emergenza sanitaria ha posto ancor più in rilievo, se mai ce ne fosse stato bisogno, un vuoto che da tempo non è stato riempito, quello del progetto.
Nel sistema politico italiano è assente una presenza di sinistra capace di inserirsi in quel vuoto attraverso una rinnovata proposta di progetto e di programma posta nella dimensione di una definizione di alternativa per il futuro.
Nel discorso di ricostruzione della sinistra che abbiamo interrotto nei mesi scorsi per ragioni di forza maggiore ma che dovremo urgentemente riprendere, risulterà prioritario rispondere a questa domanda di vera e propria “occupazione del vuoto”.
Deve essere chiaro che per una sinistra capace di proporre progettualità e alternativa esiste uno spazio politico sufficiente a sviluppare un’iniziativa assolutamente adeguata all’intensità dello scontro sociale e politico in atto.
Oggi l’emergenza sanitaria sconvolge l’assetto consolidato in un momento in cui si stava attraversando una forte difficoltà per quell’accelerazione nei meccanismi di scambio che abbiamo definito come “globalizzazione” con l’ingresso nel novero delle grandi potenze di nuovi attori politici portatori di diversi sistemi di governo della politica e dell’economia, a partire dalla Cina. Tutti elementi di cui tener conto con grande attenzione. Gli altri decisivi temi di fondo possono essere riassunti in tre punti:
1) La democrazia. Una questione sulla quale è necessario dimostrarsi estremamente chiari nelle nostre espressioni. In precedenza all’esplosione dell’emergenza sanitaria la democrazia liberale appariva già in forte difficoltà con il riapparire, anche nel cuore dell’Europa di tensioni autoritarie e sovraniste innestatesi sul fallimento dell’Europa di Maastricht e dintorni. Il rischio di oggi è che nella fase della cosiddetta “ripartenza” potrebbero sopravvivere restrizioni adottate nella fase di emergenza assumendo elementi di costruzione di una nuova “Costituzione materiale”. Si tratta di un rischio che non dobbiamo correre. Nel caso di elaborazione di una proposta politica socialista che contenga la consapevolezza della finitudine nelle possibilità umane risulterà prioritario affermare il principio dell’esercizio di una democrazia fondata sulla rappresentanza sociale. Una democrazia ancora basata sulla tripartizione dei poteri, sulla centralità delle assemblee elettive, sulla libertà della comunicazione . Divisione dei poteri, ruolo dei Parlamenti, libertà di espressione pubblica rappresentano i tre elementi fondativi di una possibile e auspicabile elaborazione di progetto di aggregazione e strutturazione politica;
2) quella del rapporto tra consumo del pianeta in termini complessivi di suolo e di risorse naturali e la stessa prospettiva di vivibilità del genere umano;
3) quella della capacità cognitiva, in termini globali di formazione, informazione, capacità di trasmissione di notizie e cultura e quindi di educazione globale.
Non riusciremo però raggiungere un livello sufficiente di elaborazione per una proposta politica compiuta se, all’interno del quadro generale fin qui riassunto, non sapremo inserire nella nostra analisi la capacità di affrontare gli elementi specifici che hanno caratterizzato nei decenni quella che possiamo definire ancora come “difficoltà italiana”.
C’è un virus che non abbandonerà il corpo cronicamente debilitato dell’economia italiana. E non si tratta, per adesso, del germe che ci ha afflitto in questi mesi.
Lo spettro che si aggira oggi si chiama inasprimento della recessione e gli indicatori statistici ce lo mostrano con chiarezza.
Vale allora la pena ritornare su questi (decisivi) argomenti con alcune osservazioni.
Anche nel momento dell’emergenza più assoluta la situazione italiana può essere, ancora una volta schematizzata in relazione alla nostra storia industriale dal dopoguerra in avanti.
Si tratta di argomentazioni già sostenute in varie sedi ma mai come in questo caso “repetita juvant”.
Il punto di partenza non può che essere quello degli anni’70: la fase di avvio dello “scambio politico”, attraverso l’operazione “privatizzazioni” realizzate in funzione clientelare rispetto alla politica.
Negli anni’80 le compensazioni delle perdite avvennero a spese dei contribuenti (ricordate i BOT a 3 mesi?) con la relativa esplosione del debito pubblico e all’inizio degli anni’90, finiti i soldi dello Stato, dichiarati incostituzionali i prestiti,l’IRI trasformata in s.p.a.
L’esito più grave della fase dello “scambio politico” infatti, si realizzò in una condizione di totale assenza di un piano industriale per il Paese, mentre stavano verificandosi almeno quattro fenomeni concomitanti:
1) L’imporsi di uno squilibrio nel rapporto tra finanza ed economia verificatosi al di fuori di qualsiasi regola e sfuggendo a qualsiasi ipotesi di programmazione;
2) La perdita da parte dell’Italia dei settori nevralgici dal punto di vista della produzione industriale: siderurgia, chimica, elettromeccanica, elettronica. Quei settori dei quali a Genova si diceva con orgoglio “ produciamo cose che l’indomani non si trovano al supermercato”;
3) A fianco della crescita esponenziale del debito pubblico si collocava nel tempo il mancato aggancio dell’industria italiana ai processi più avanzati d’innovazione tecnologica. Anzi si sono persi settori nevralgici in quella dimensione dove pure, si pensi all’elettronica, ci si era collocati all’avanguardia. Determinante sotto quest’aspetto la defaillance progressiva dell’Università con la conseguente “fuga dei cervelli” a livello strategico. Un fattore questo della progressiva incapacità dell’Università italiana di fornire un contributo all’evoluzione tecnologica del Paese che è risultato assolutamente decisivo per leggere e affrontare correttamente la crisi;
4) Si segnalavano infine, fin da allora, due elementi tra loro intrecciati: la progressiva obsolescenza delle principali infrastrutture, in particolare le ferrovie ma anche autostrade e porti e un utilizzo del suolo avvenuto soltanto in funzione speculativa, in molti casi scambiando la deindustrializzazione con la speculazione edilizia e incidendo moltissimo sulla fragilità strutturale del territorio.
L’ultima questione da sottolineare in questo momento riguarda la prospettiva dell’innalzamento dei livelli di mancanza di lavoro, di ulteriore precarizzazione, di dimensione del “lavoro nero” e dei meccanismi di sfruttamento.
Un quadro drammatico che può essere emblematizzato dal permanere, nel post - emergenza dell’ indiscriminata estensione nell’utilizzo del cosiddetto “smart working” inteso come possibile nuova frontiera di forme inedite di instabilità e coercizione.
Lo “smart working” può essere inteso , a questo punto, quasi come una sublimazione dell’individualismo sociale che, in questo caso, con un processo “rovesciato”, rispetto a quello classico prodotto dalla rivoluzione industriale, passa direttamente dalla società al cuore del mondo del lavoro e di conseguenza alla politica?
Nella ricerca di una elaborazione in grado di contrastare questa deriva diventa allora la definizione di una “visione di coscienza” al riguardo dell’estensione nel peso delle categorie dello sfruttamento nelle diverse condizioni di allargamento delle disuguaglianze e di conseguente modifica nelle relazioni di classe. Una “visione di coscienza” che deve riguardare anche la consapevolezza circa i livelli insopportabili di sfruttamento che sono stati raggiunti al riguardo del territorio e la distanza che rimane ancora da percorrere nella capacità di affrontare il tema della contraddizione di genere, senza considerare le nuove frontiere di quello che era stato definito “conflitto generazionale” che pone anch’esso questioni di grande importanza sul piano culturale soprattutto attraverso il cosiddetto “digital divide”;
Si tratta, com’è evidente, di temi di grandissima dimensione tali da disegnare trasformazioni epocali nell’agire sociale e politico .
Temi che meritano l’apertura di una riflessione sull’identità possibile di un soggetto politico rappresentativo di una sinistra che si ponga come obiettivo un’aggregazione sociale e di consenso politico posta in grado di incidere su di una società così frammentata (come osserviamo in questi giorni di emergenza anche nella dimensione sovranazionale).
Sfidando tutte le difficoltà che si pongono sul piano intellettuale va elaborato e proposto un diverso modello di società rispetto a quello fondato sull’individualismo competitivo e di conseguenza una visione alternativa di un agire politico che ci faccia dall’isolamento del nostro schermo e dal ridursi della partecipazione al solo scambio attraverso i social network.
Considerata fino in fondo la non lineare radicalità delle contrapposizioni che sicuramente si pongono in questa società occorre comprendere come sicuramente siano saltati tutti i vecchi termini della pura contestazione di classe ridotta all’interno del luogo di lavoro e posta in rapporto esclusivamente con l’autonomia del politico rappresentata dal “partito”.
Egualmente sono radicalmente cambiati i fattori che avevano determinato il successo di una gradualità del riformismo posta in una visione di relazione politica e sociale commista tra capitale e lavoro temperata dai meccanismi keynesiani che pure, a Ovest come a Est, avevano segnato i 30 gloriosi del nostro dopoguerra.
Da questi punti di analisi l’esigenza, che avvertiamo impellente, di un ripensamento dei fondamenti di una teoria e pratica politica che possano dirsi di sinistra progettuale e alternativa.

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