NELLA DIFFICOLTA’ ITALIANA: UN VUOTO DI PROGETTO di Franco Astengo
Ci troviamo in una fase nella quale sarebbe giusto reclamare una capacità di visione da parte della classe dirigente.
Una capacità di visione che – appunto – sembra proprio latitare.
Nella sua analisi Ignazi investe direttamente il PD definendone assieme la sua caratteristica distintiva di essere “un partito naturale di governo” ma nello stesso tempo denunciando, all’interno del partito, l’assenza di capacità di discussione e di progettualità, la mancanza di “pensiero lungo” e di proposta per un “colpo d’ala” rispetto all’esistente.
Ai democratici viene così riconosciuta una capacità di ”riflesso gestionale”, insufficiente però a progettare la fase che sta ci sta arrivando addosso.
Ancora più ampio il quadro che traccia Carlo Galli affrontando il tema della contrapposizione tra libertà e coercizione, economia e sicurezza, normalità costituzionale ed eccezione.
In conclusione Galli si pone un interrogativo di fondo: se nel nostro presente normalmente eccezionale che è diventato quello di uno Stato di sicurezza stiamo vedendo il nostro futuro, oppure se è il caso di pensare ad una alternativa. E quale.
La sostanza è ancora riassunta nella conclusione dell’articolo di Ignazi quando, sempre riferendosi al PD ma con termini che possono essere estesi all’intero sistema politico, scrive come le iniziative per ridisegnare la società in tutti i suoi aspetti vanno precisate fin d’ora, perché chi avrà più capacità progettuale e attuativa lascerà la propria impronta negli anni a venire.
I due articoli, pur affrontando argomenti diversi, sembrano collegati da uno stesso punto d’analisi: la fase dell’emergenza sanitaria ha posto ancor più in rilievo, se mai ce ne fosse stato bisogno, un vuoto che da tempo non è stato riempito, quello del progetto.
Nel sistema politico italiano è assente una presenza di sinistra capace di inserirsi in quel vuoto attraverso una rinnovata proposta di progetto e di programma posta nella dimensione di una definizione di alternativa per il futuro.
Nel discorso di ricostruzione della sinistra che abbiamo interrotto nei mesi scorsi per ragioni di forza maggiore ma che dovremo urgentemente riprendere, risulterà prioritario rispondere a questa domanda di vera e propria “occupazione del vuoto”.
Deve essere chiaro che per una sinistra capace di proporre progettualità e alternativa esiste uno spazio politico sufficiente a sviluppare un’iniziativa assolutamente adeguata all’intensità dello scontro sociale e politico in atto.
Oggi
l’emergenza sanitaria sconvolge l’assetto consolidato in un
momento in cui si stava attraversando una forte difficoltà per
quell’accelerazione nei meccanismi di scambio che abbiamo definito
come “globalizzazione” con l’ingresso nel novero delle grandi
potenze di nuovi attori politici portatori di diversi sistemi di
governo della politica e dell’economia, a partire dalla Cina. Tutti
elementi di cui tener conto con grande attenzione. Gli altri decisivi
temi di fondo possono essere riassunti in tre punti:
1) La
democrazia. Una questione sulla quale è necessario dimostrarsi
estremamente chiari nelle nostre espressioni. In precedenza
all’esplosione dell’emergenza sanitaria la democrazia liberale
appariva già in forte difficoltà con il riapparire, anche nel cuore
dell’Europa di tensioni autoritarie e sovraniste innestatesi sul
fallimento dell’Europa di Maastricht e dintorni. Il rischio di oggi
è che nella fase della cosiddetta “ripartenza” potrebbero
sopravvivere restrizioni adottate nella fase di emergenza assumendo
elementi di costruzione di una nuova “Costituzione materiale”. Si
tratta di un rischio che non dobbiamo correre. Nel caso di
elaborazione di una proposta politica socialista che contenga la
consapevolezza della finitudine nelle possibilità umane risulterà
prioritario affermare il principio dell’esercizio di una democrazia
fondata sulla rappresentanza sociale. Una democrazia ancora basata
sulla tripartizione dei poteri, sulla centralità delle assemblee
elettive, sulla libertà della comunicazione . Divisione dei poteri,
ruolo dei Parlamenti, libertà di espressione pubblica rappresentano
i tre elementi fondativi di una possibile e auspicabile elaborazione
di progetto di aggregazione e strutturazione politica;
2) quella
del rapporto tra consumo del pianeta in termini complessivi di suolo
e di risorse naturali e la stessa prospettiva di vivibilità del
genere umano;
3) quella
della capacità cognitiva, in termini globali di formazione,
informazione, capacità di trasmissione di notizie e cultura e quindi
di educazione globale.
Non
riusciremo però raggiungere un livello sufficiente di elaborazione
per una proposta politica compiuta se, all’interno del quadro
generale fin qui riassunto, non sapremo inserire nella nostra analisi
la capacità di affrontare gli elementi specifici che hanno
caratterizzato nei decenni quella che possiamo definire ancora come
“difficoltà italiana”.
C’è
un virus che non abbandonerà il corpo cronicamente debilitato
dell’economia italiana. E non si tratta, per adesso, del germe che
ci ha afflitto in questi mesi.Lo spettro che si aggira oggi si chiama inasprimento della recessione e gli indicatori statistici ce lo mostrano con chiarezza.
Vale allora la pena ritornare su questi (decisivi) argomenti con alcune osservazioni.
Anche
nel momento dell’emergenza più assoluta la situazione italiana può
essere, ancora una volta schematizzata in relazione alla nostra
storia industriale dal dopoguerra in avanti.
Si
tratta di argomentazioni già sostenute in varie sedi ma mai come in
questo caso “repetita juvant”.Il punto di partenza non può che essere quello degli anni’70: la fase di avvio dello “scambio politico”, attraverso l’operazione “privatizzazioni” realizzate in funzione clientelare rispetto alla politica.
Negli anni’80 le compensazioni delle perdite avvennero a spese dei contribuenti (ricordate i BOT a 3 mesi?) con la relativa esplosione del debito pubblico e all’inizio degli anni’90, finiti i soldi dello Stato, dichiarati incostituzionali i prestiti,l’IRI trasformata in s.p.a.
L’esito più grave della fase dello “scambio politico” infatti, si realizzò in una condizione di totale assenza di un piano industriale per il Paese, mentre stavano verificandosi almeno quattro fenomeni concomitanti:
1) L’imporsi
di uno squilibrio nel rapporto tra finanza ed economia verificatosi
al di fuori di qualsiasi regola e sfuggendo a qualsiasi ipotesi di
programmazione;
2) La
perdita da parte dell’Italia dei settori nevralgici dal punto di
vista della produzione industriale: siderurgia, chimica,
elettromeccanica, elettronica. Quei settori dei quali a Genova si
diceva con orgoglio “ produciamo cose che l’indomani non si
trovano al supermercato”;
3) A
fianco della crescita esponenziale del debito pubblico si collocava
nel tempo il mancato aggancio dell’industria italiana ai processi
più avanzati d’innovazione tecnologica. Anzi si sono persi settori
nevralgici in quella dimensione dove pure, si pensi all’elettronica,
ci si era collocati all’avanguardia. Determinante sotto
quest’aspetto la defaillance progressiva dell’Università con la
conseguente “fuga dei cervelli” a livello strategico. Un fattore
questo della progressiva incapacità dell’Università italiana di
fornire un contributo all’evoluzione tecnologica del Paese che è
risultato assolutamente decisivo per leggere e affrontare
correttamente la crisi;
4) Si
segnalavano infine, fin da allora, due elementi tra loro intrecciati:
la progressiva obsolescenza delle principali infrastrutture, in
particolare le ferrovie ma anche autostrade e porti e un utilizzo del
suolo avvenuto soltanto in funzione speculativa, in molti casi
scambiando la deindustrializzazione con la speculazione edilizia e
incidendo moltissimo sulla fragilità strutturale del territorio.
L’ultima
questione da sottolineare in questo momento riguarda la prospettiva
dell’innalzamento dei livelli di mancanza di lavoro, di ulteriore
precarizzazione, di dimensione del “lavoro nero” e dei meccanismi
di sfruttamento.
Un
quadro drammatico che può essere emblematizzato dal permanere, nel
post - emergenza dell’ indiscriminata estensione nell’utilizzo
del cosiddetto “smart working” inteso come possibile nuova
frontiera di forme inedite di instabilità e coercizione.
Lo
“smart working” può essere inteso , a questo punto, quasi come
una sublimazione dell’individualismo sociale che, in questo caso,
con un processo “rovesciato”, rispetto a quello classico prodotto
dalla rivoluzione industriale, passa direttamente dalla società al
cuore del mondo del lavoro e di conseguenza alla politica?
Nella
ricerca di una elaborazione in grado di contrastare questa deriva
diventa allora
la definizione di una “visione di coscienza” al riguardo
dell’estensione
nel peso delle categorie dello sfruttamento nelle diverse condizioni
di allargamento delle disuguaglianze e di conseguente modifica nelle
relazioni di classe. Una “visione di coscienza” che deve
riguardare anche la consapevolezza circa i livelli insopportabili di
sfruttamento che sono stati raggiunti al riguardo del territorio e la
distanza che
rimane ancora
da percorrere nella capacità di affrontare il tema della
contraddizione di genere, senza considerare le nuove frontiere di
quello che era stato definito “conflitto generazionale” che pone
anch’esso questioni di grande importanza sul piano culturale
soprattutto
attraverso il cosiddetto “digital divide”;
Si tratta, com’è evidente, di temi di grandissima dimensione
tali da disegnare trasformazioni epocali nell’agire sociale e
politico .Temi che meritano l’apertura di una riflessione sull’identità possibile di un soggetto politico rappresentativo di una sinistra che si ponga come obiettivo un’aggregazione sociale e di consenso politico posta in grado di incidere su di una società così frammentata (come osserviamo in questi giorni di emergenza anche nella dimensione sovranazionale).
Sfidando tutte le difficoltà che si pongono sul piano intellettuale va elaborato e proposto un diverso modello di società rispetto a quello fondato sull’individualismo competitivo e di conseguenza una visione alternativa di un agire politico che ci faccia dall’isolamento del nostro schermo e dal ridursi della partecipazione al solo scambio attraverso i social network.
Considerata fino in fondo la non lineare radicalità delle contrapposizioni che sicuramente si pongono in questa società occorre comprendere come sicuramente siano saltati tutti i vecchi termini della pura contestazione di classe ridotta all’interno del luogo di lavoro e posta in rapporto esclusivamente con l’autonomia del politico rappresentata dal “partito”.
Egualmente sono radicalmente cambiati i fattori che avevano determinato il successo di una gradualità del riformismo posta in una visione di relazione politica e sociale commista tra capitale e lavoro temperata dai meccanismi keynesiani che pure, a Ovest come a Est, avevano segnato i 30 gloriosi del nostro dopoguerra.
Da questi punti di analisi l’esigenza, che avvertiamo impellente, di un ripensamento dei fondamenti di una teoria e pratica politica che possano dirsi di sinistra progettuale e alternativa.
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