lunedì 25 maggio 2020

A 105 ANNI DALL'ENTRATA DELL'ITALIA NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

A 105 ANNI DALL’ENTRATA DELL’ITALIA NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE di Franco Astengo


24 maggio 1915: “Il Piave mormorava” .
L’Italia entrava nel drammatico crogiolo della prima guerra mondiale infilandosi in un tunnel che l’avrebbe condotta direttamente al fascismo e ad attraversare il periodo più cupo della sua storia.
In quel 24 maggio si mandava al massacro un esercito composto in gran parte da arcadi analfabeti, guidato da generali impreparati allo sviluppo della guerra moderna e pronti solo a considerare la truppa come “carne da cannone”.
L’entrata in guerra era stata spinta dai circoli monarchici, dagli industriali sorretti dal “Corriera della Sera”, da una minoranza di intellettuali interventisti, senza alcun passaggio parlamentare.
Il governo Salandra – Sonnino aveva praticamente compiuto un colpo di stato.
A 105 anni di distanza è il caso di ricordare quegli avvenimenti perché la loro rievocazione suggerisce un argomento d’attualità.
Soprattutto debbono essere ricordati quanti si opposero a quella che il papa Benedetto XV definì “inutile strage”.
Il tema che mi preme sollevare in questo momento è quello del risorgere , in Italia e in Europa, di posizioni nazionaliste (oggi definite “sovraniste”).
A questo punto emerge la necessità di rivisitare la storia, soprattutto quella dei socialisti italiani, tornando a 105 anni fa con l’ingresso nella Grande Guerra.
Questo ricordo si sviluppa oggi mentre sembra risorgere il nazionalismo, vera matrice di quell’immane conflitto.
C’è un motivo per ricordare quell’immane tragedia che avvolse la vita delle nostre madri e dei nostri padri: combattere oggi come allora il nazionalismo.
Il nazionalismo racchiude in sé tutte le chiusure che si stanno verificando sia sul piano culturale sia dello sviluppo politico proprio qui in quell’Occidente che continuavamo a considerare il punto più avanzato nel quale il pensiero del progresso politico poteva ancora continuare a esprimersi.
Proprio per affrontare questa situazione che, molto modestamente, si cerca in questa occasione di presentare una riflessione quanto mai sintetica sui due termini opposti di nazionalismo e di internazionalismo.
Il nazionalismo rimane l’arma più forte in mano a chi intende perpetuare le logiche di sfruttamento e l’internazionalismo deve essere considerato ancora lo strumento più importante per chi vuole opporsi e proporre un’alternativa insieme di sistema e di società.
Un’assoluta identificazione con la nazione e l’interesse nazionale ha rappresentato il tratto tipico del nazionalismo che si era imposto come ideologia dello Stato di potenza.
Il nazionalismo entra in campo sulla scena della storia al tempo della seconda rivoluzione industriale e della società di massa.
Le forme nelle quali il nazionalismo si è storicamente espresso possono essere così riassunte:
1)Autoritarismo
2) Interventismo armato
3) Apologia della guerra
In sostanza sono stati questi i criteri di politica interna ed estera assunti dalle maggiori potenze europee nel ciclo della crisi internazionale che portò all’esplosione dei due conflitti mondiali.
Gli elementi appena sovra esposti rappresentarono i vettori ideologici per il disciplinamento delle masse e per la loro completa identificazione nel patriottismo fanatico (da cui il termine sciovinista), trasferendo la competizione politica sul terreno delle ideologie autoritarie , di origini biologiste (vedi antisemitismo) e della vocazione imperialista.
Insomma: razzismo e imperialismo hanno rappresentato i punti salienti sui quali si sono innestate le catastrofi del ‘900 e che oggi, in veste modernizzata dalla tecnologia e dalla velocità di comunicazione, sembrano riproporsi sulla scena della storia.
L’ idea dell’internazionalismo inteso come concetto di base su cui si fonda il carattere universale dei principi di emancipazione sociale rimane il presupposto indispensabile per il superamento del nazionalismo, ben oltre la globalizzazione e l’idea della cessione di sovranità dello “Stato - Nazione”.
Fin dall’800 l’internazionalismo aveva trovato alimento nella necessità di coordinare le diverse organizzazioni operaie nazionali nella lotta comune contro l’applicazione universale delle logiche di sfruttamento.
Purtroppo la Seconda Internazionale non si era però formata sulla base di principi internazionalisti ma si era configurata come un coordinamento di autonomi partiti nazionali.
Fu questo il limite che ne causò il crollo nel 1914 a causa della vicenda dei crediti di guerra votati nei rispettivi parlamenti.
In Italia non ci fu bisogno di quel voto perché Monarchia e Governo, come è già stato ricordato, decisero l’entrata in guerra scavalcando il Parlamento, i cui membri erano per la maggioranza contrari.
Il Partito Socialista Italiano, unico tra i partiti europei, assunse ufficialmente una posizione di “né aderire, né sabotare”, ma il principio internazionalista ormai era stato superato in negativo e non sarebbe stato recuperato neppure attraverso l’esito della Rivoluzione d’Ottobre.
A partire della primavera del 1915 gli oppositori della guerra in Europa, pur appartenendo a diverse correnti minoritarie iniziarono a cercare nuovamente un collegamento internazionale.
A questo desiderio, dopo un intenso e anche oscuro lavoro preparatorio svolto ad esempio fra il partito italiano e quello svizzero di cui non è possibile dar conto nel corso di questo lavoro, risponderanno le conferenze di Zimmerwald (5-8 Settembre 1915) e di Kienthal (24-30 Aprile 1916).
L’idea di una conferenza internazionale di tutti i gruppi, di tutte le organizzazioni operaie scelte non in funzione della loro rappresentatività ma in ragione della loro condanna dell’union sacrée e della loro fedeltà ai “vecchi principi” e alle vecchie risoluzioni dell’Internazionale operaia, matura lentamente tra il fallimento dei neutralisti e il relativo successo della conferenza femminile e di quella giovanile.
Essa prende forma tra il maggio e il settembre del 1915 per iniziativa di due militanti, lo svizzero Robert Grimm e il menscevico di sinistra Martov e su di un appello lanciato dal Partito Socialista Italiano.
L’incontro di Zimmerwald vide riuniti 38 delegati di 11 paesi: furono rappresentati ufficialmente i partiti che si richiamavano al marxismo, quello italiano, russo, bulgaro, romeno, polacco e lettone, la Norvegia era rappresentata dall’organizzazione giovanile, l’Olanda e la Svezia da gruppi della sinistra dei rispettivi partiti; significative le presenze tedesche rappresentanti la sinistra operaia e francesi.
Il Manifesto votato all’unanimità a Zimmerwald non chiamava alla rivoluzione, ma puntava “a ripristinare la pace tra i popoli sulla base della pace senza annessioni e del diritto dei popoli all’autodeterminazione”, inoltre giudicava la guerra come “ un prodotto dell’imperialismo che mette a nudo il carattere reale del capitalismo moderno” (si sente in questo passaggio la mano dei francesi ma soprattutto di Trotskij).
La votazione di Zimmerwald avvenne, come già ricordato, all’unanimità ma le interpretazioni del documento furono diverse e sei delegati l’accettarono come un “appello alla lotta” stilando un’apposita dichiarazione di condanna dell’opportunismo e specificando come vi fosse assente un’indicazione dei mezzi idonei a combattere la guerra.
I sei delegati erano Lenin, Zinoviev, Radek (delegato di Brema), Hoglund e Nerman (rappresentanti dell’estrema sinistra scandinava) e il delegato lettone Winter.
Era nata la “sinistra di Zimmerwald” che, alla successiva conferenza di Kienthal allargò i propri consensi sino a 19 delegati su 44 con l’adesione dei menscevichi , della maggioranza degli italiani (tra i quali Serrati e Angelica Balabanoff) e di una parte dei tedeschi (fra i quali due delegati spartachisti).
Nel documento finale la classe operaia viene chiamata all’azione di massa per la pace e per le proprie rivendicazioni, fino al “trionfo finale del proletariato”.
L’esito di Kienthal fu chiaro: pur nelle difficoltà la prospettiva della rivoluzione era aperta, mentre divenne possibile una rottura organizzativa con la Seconda Internazionale.
Zinoviev ammise, senza farsi illusioni, che si trattava di un “nuovo passo avanti verso la Terza Internazionale”.
Come sappiamo si trattò di una Terza Internazionale legata alle logiche di un dominante “Partito – guida”, realizzando così una particolare forma di internazionalismo.
Nel momento dello svolgimento della conferenza di Kienthal ci si trovava alla vigilia della rivoluzione russa e della vittoria dei bolscevichi: un’altra piega della storia, improvvisa e violenta che determinò una cesura netta anche rispetto alla fase della quale si è cercato di ricostruire, sia pure sommariamente, i difficili passaggi.
Dal 24 maggio 1915 sono passati 105 anni: serve ancora ricordare, riflettere, analizzare.
Non sarà mai tempo e fatica sprecati




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