A 105 ANNI DALL’ENTRATA DELL’ITALIA NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE
di Franco Astengo
24 maggio 1915: “Il Piave mormorava” .
L’Italia
entrava nel drammatico crogiolo della prima guerra mondiale
infilandosi in un tunnel che l’avrebbe condotta direttamente
al fascismo e
ad attraversare il periodo
più cupo della sua storia.
In
quel 24 maggio si mandava al massacro un esercito composto in
gran parte
da arcadi analfabeti, guidato da generali impreparati allo sviluppo
della guerra moderna e pronti solo a considerare la truppa come
“carne da cannone”.
L’entrata in guerra era stata spinta dai circoli
monarchici, dagli industriali sorretti dal “Corriera della Sera”,
da una minoranza di intellettuali interventisti, senza alcun
passaggio parlamentare.
Il governo Salandra – Sonnino aveva praticamente
compiuto un colpo di stato.
A 105 anni di distanza è il caso di ricordare
quegli avvenimenti perché la loro rievocazione suggerisce un
argomento d’attualità.
Soprattutto debbono essere ricordati quanti si
opposero a quella che il papa Benedetto XV definì “inutile
strage”.
Il tema che mi preme sollevare in questo momento è quello del
risorgere , in Italia e in Europa, di posizioni nazionaliste (oggi
definite “sovraniste”).
A questo punto emerge la necessità di rivisitare
la storia, soprattutto quella dei socialisti italiani, tornando a 105
anni fa con l’ingresso nella Grande Guerra.
Questo ricordo si sviluppa oggi mentre sembra
risorgere il nazionalismo, vera matrice di quell’immane conflitto.
C’è un motivo per ricordare quell’immane
tragedia che avvolse la vita delle nostre madri e dei nostri padri:
combattere oggi come allora il nazionalismo.
Il nazionalismo racchiude in sé tutte le chiusure
che si stanno verificando sia sul piano culturale sia dello sviluppo
politico proprio qui in quell’Occidente che continuavamo a
considerare il punto più avanzato nel quale il pensiero del
progresso politico poteva ancora continuare a esprimersi.
Proprio
per affrontare questa situazione che, molto modestamente, si cerca in
questa occasione di presentare una riflessione quanto mai sintetica
sui due termini opposti di nazionalismo e di internazionalismo.
Il nazionalismo rimane l’arma più forte in mano a chi intende
perpetuare le logiche di sfruttamento e l’internazionalismo deve
essere considerato ancora lo strumento più importante per chi vuole
opporsi e proporre un’alternativa insieme di sistema e di società.
Un’assoluta identificazione con la nazione e
l’interesse nazionale ha rappresentato il tratto tipico del
nazionalismo che si era imposto come ideologia dello Stato di
potenza.
Il nazionalismo entra in campo sulla scena della
storia al tempo della seconda rivoluzione industriale e della società
di massa.
Le forme nelle quali il nazionalismo si è
storicamente espresso possono essere così riassunte:
1)Autoritarismo
2) Interventismo armato
3) Apologia della guerra
In sostanza sono stati questi i criteri di
politica interna ed estera assunti dalle maggiori potenze europee nel
ciclo della crisi internazionale che portò all’esplosione dei due
conflitti mondiali.
Gli elementi appena sovra esposti rappresentarono
i vettori ideologici per il disciplinamento delle masse e per la loro
completa identificazione nel patriottismo fanatico (da cui il termine
sciovinista), trasferendo la competizione politica sul terreno delle
ideologie autoritarie , di origini biologiste (vedi antisemitismo) e
della vocazione imperialista.
Insomma: razzismo e imperialismo hanno
rappresentato i punti salienti sui quali si sono innestate le
catastrofi del ‘900 e che oggi, in veste modernizzata dalla
tecnologia e dalla velocità di comunicazione, sembrano riproporsi
sulla scena della storia.
L’ idea dell’internazionalismo inteso come
concetto di base su cui si fonda il carattere universale dei principi
di emancipazione sociale rimane il presupposto indispensabile per il
superamento del nazionalismo, ben oltre la globalizzazione e l’idea
della cessione di sovranità dello “Stato - Nazione”.
Fin dall’800 l’internazionalismo aveva
trovato alimento nella necessità di coordinare le diverse
organizzazioni operaie nazionali nella lotta comune contro
l’applicazione universale delle logiche di sfruttamento.
Purtroppo la Seconda Internazionale non si era
però formata sulla base di principi internazionalisti ma si era
configurata come un coordinamento di autonomi partiti nazionali.
Fu questo il limite che ne causò il crollo nel
1914 a causa della vicenda dei crediti di guerra votati nei
rispettivi parlamenti.
In Italia non ci fu bisogno di quel voto perché
Monarchia e Governo, come è già stato ricordato, decisero l’entrata
in guerra scavalcando il Parlamento, i cui membri erano per la
maggioranza contrari.
Il Partito Socialista Italiano, unico tra i
partiti europei, assunse ufficialmente una posizione di “né
aderire, né sabotare”, ma il principio internazionalista ormai era
stato superato in negativo e non sarebbe stato recuperato neppure
attraverso l’esito della Rivoluzione d’Ottobre.
A partire della primavera del 1915 gli oppositori
della guerra in Europa, pur appartenendo a diverse correnti
minoritarie iniziarono a cercare nuovamente un collegamento
internazionale.
A questo desiderio, dopo un intenso e anche oscuro
lavoro preparatorio svolto ad esempio fra il partito italiano e
quello svizzero di cui non è possibile dar conto nel corso di questo
lavoro, risponderanno le conferenze di Zimmerwald (5-8 Settembre
1915) e di Kienthal (24-30 Aprile 1916).
L’idea di una conferenza internazionale di tutti
i gruppi, di tutte le organizzazioni operaie scelte non in funzione
della loro rappresentatività ma in ragione della loro condanna
dell’union sacrée e della loro fedeltà ai “vecchi principi” e
alle vecchie risoluzioni dell’Internazionale operaia, matura
lentamente tra il fallimento dei neutralisti e il relativo successo
della conferenza femminile e di quella giovanile.
Essa prende forma tra il maggio e il settembre del
1915 per iniziativa di due militanti, lo svizzero Robert Grimm e il
menscevico di sinistra Martov e su di un appello lanciato dal Partito
Socialista Italiano.
L’incontro di Zimmerwald vide riuniti 38
delegati di 11 paesi: furono rappresentati ufficialmente i partiti
che si richiamavano al marxismo, quello italiano, russo, bulgaro,
romeno, polacco e lettone, la Norvegia era rappresentata
dall’organizzazione giovanile, l’Olanda e la Svezia da gruppi
della sinistra dei rispettivi partiti; significative le presenze
tedesche rappresentanti la sinistra operaia e francesi.
Il Manifesto votato all’unanimità a Zimmerwald
non chiamava alla rivoluzione, ma puntava “a ripristinare la pace
tra i popoli sulla base della pace senza annessioni e del diritto dei
popoli all’autodeterminazione”, inoltre giudicava la guerra come
“ un prodotto dell’imperialismo che mette a nudo il carattere
reale del capitalismo moderno” (si sente in questo passaggio la
mano dei francesi ma soprattutto di Trotskij).
La votazione di Zimmerwald avvenne, come già
ricordato, all’unanimità ma le interpretazioni del documento
furono diverse e sei delegati l’accettarono come un “appello alla
lotta” stilando un’apposita dichiarazione di condanna
dell’opportunismo e specificando come vi fosse assente
un’indicazione dei mezzi idonei a combattere la guerra.
I sei delegati erano Lenin, Zinoviev, Radek
(delegato di Brema), Hoglund e Nerman (rappresentanti dell’estrema
sinistra scandinava) e il delegato lettone Winter.
Era nata la “sinistra di Zimmerwald” che, alla
successiva conferenza di Kienthal allargò i propri consensi sino a
19 delegati su 44 con l’adesione dei menscevichi , della
maggioranza degli italiani (tra i quali Serrati e Angelica
Balabanoff) e di una parte dei tedeschi (fra i quali due delegati
spartachisti).
Nel documento finale la classe operaia viene
chiamata all’azione di massa per la pace e per le proprie
rivendicazioni, fino al “trionfo finale del proletariato”.
L’esito di Kienthal fu chiaro: pur nelle
difficoltà la prospettiva della rivoluzione era aperta, mentre
divenne possibile una rottura organizzativa con la Seconda
Internazionale.
Zinoviev ammise, senza farsi illusioni, che si
trattava di un “nuovo passo avanti verso la Terza Internazionale”.
Come sappiamo si trattò di una Terza
Internazionale legata alle logiche di un dominante “Partito –
guida”, realizzando così una particolare forma di
internazionalismo.
Nel momento dello svolgimento della conferenza di
Kienthal ci si trovava alla vigilia della rivoluzione russa e della
vittoria dei bolscevichi: un’altra piega della storia, improvvisa e
violenta che determinò una cesura netta anche rispetto alla fase
della quale si è cercato di ricostruire, sia pure sommariamente, i
difficili passaggi.
Dal 24 maggio 1915 sono passati 105
anni: serve ancora ricordare, riflettere, analizzare.
Non sarà mai tempo e fatica sprecati
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