LAVORARE MENO LAVORARE TUTTI di Franco Astengo
La
proposta è
arrivata
dalla ministra del Lavoro Nunzia
Catalfo: riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.
Questa
norma temporanea sarebbe allo studio del governo in particolare per
dare risposta ai problemi concreti che si verificheranno nelle
imprese per le misure si distanziamento interpersonale e per il
protocollo
di sicurezza anti-Covid:
i turni
andranno riorganizzati, meno dipendenti potranno lavorare nello
stesso momento. Quindi un’alternativa alla cassa integrazione
potrebbe essere proprio il taglio dell’orario di lavoro per
mantenere gli stessi livelli occupazionali.
Ritorna
quindi in campo un tema antico che fin dalla battaglia per le 8 ore
del tempo della rivoluzione industriale è periodicamente riaffiorato
nel dibattito sulla modifica delle relazioni industriali.
Vale la
pena ripercorrere una parte di questo itinerario, partendo dalle
proposte emerse subito dopo la conclusione della seconda guerra
mondiale e l’apertura della fase della ricostruzione.
Una
ricostruzione che presentava caratteristiche ben diverse dal tipo di
situazione economica in cui ci trova adesso nell’emergenza
sanitaria.
In Italia, così come nella
maggior parte dei paesi europei, l’obiettivo primario e condiviso
dalle parti sociali era la ricostruzione del paese distrutto dal
secondo conflitto mondiale.
In occasione del secondo
congresso della CGIL, nel 1949, venne rivendicata la settimana di
quaranta ore finalizzata al riassorbimento della disoccupazione.
Di tale questione si era
occupata anche l’Assemblea Costituente che, nell’articolo 36
della Costituzione della Repubblica Italiana, stabilì una riserva di
legge in materia di orario di lavoro.
L’occupazione aumentò con la
meccanizzazione e la riorganizzazione dei processi produttivi, con la
creazione delle catene di montaggio, con la crescita della domanda
estera dapprima ed interna poi .
Nel settore industriale italiano
il progresso tecnologico, pur presente e rilevante, non ebbe i ritmi
ed i livelli degli altri paesi più industrializzati. Gli industriali
italiani puntarono maggiormente sull’aumento dei ritmi di lavoro e
sui bassi salari per mantenere bassi i costi per unità di prodotto e
quindi alta la competitività; competitività che diversamente non
avrebbero avuto nei confronti di altri Paesi dove le imprese
adottavano impianti tecnologicamente più avanzati.
Nel frattempo le battaglie per
una riduzione dell’orario di lavoro tornarono a prendere vigore: in
un documento del 1955 della FIOM di Torino, si richiedeva alle
principali imprese piemontesi un orario settimanale di trentasei ore
per gli addetti alle lavorazioni più pesanti, e di quaranta ore per
tutti gli altri lavoratori, a parità di salario. Il primo risultato
ottenuto dai sindacati in materia di orario fu quello del 1956: la
FIAT e la Olivetti concessero una riduzione d’orario di due ore
settimanali. Alla Olivetti venne costituita una Commissione
Paritetica dei Tempi con il compito di prendere in esame i
contenziosi sui tempi di lavoro. Nel 1957 venne siglato dalla FIAT,
dalla CISL e dalla UIL (ma non dalla FIOM) un accordo sulla riduzione
dell’orario settimanale a quarantaquattro ore, che diede
all’azienda la facoltà di far variare l’orario settimanale tra
le quarantaquattro e le cinquantaquattro ore, a seconda delle
esigenze della produzione stabilite dall’azienda stessa.
In occasione del
Quinto Congresso della CGIL tenutosi a Milano nel 1960, la
confederazione ripropose la richiesta già avanzata in occasione del
Secondo Congresso del 1949: la settimana lavorativa di quaranta ore
senza decurtazione del salario rispetto a quella di quarantotto ore.
Una legge che
stabiliva l’orario settimanale di quaranta ore per i minatori fu
approvata nel 1960 ed il medesimo risultato fu ottenuto con il
rinnovo contrattuale dai lavoratori del tabacco.
Con i rinnovi dei
contratti dell’anno seguente altre categorie ottennero riduzioni: i
lavoratori dell’ENI ottennero l’orario di quarantadue ore, mentre
i tipografi dei giornali quotidiani contrattarono un orario
settimanale di trentasei ore. Nel 1964, le delegazioni delle
federazioni dei lavoratori tessili, ottennero che la settimana di
quaranta fosse pagata come quella di quarantotto ore con due giorni
consecutivi di riposo settimanale. Negli anni successivi vennero
inoltre incrementate le pause, considerate ora come componente
dell’orario di lavoro effettivo e non più come interruzioni di
lavoro.
Durante l’ “Autunno
Caldo” del 1969 le lotte del movimento operaio iniziarono a
rivendicare la riduzione dell’orario di lavoro a quaranta ore per
tutte le categorie, con il ricorso allo straordinario per un massimo
di otto ore settimanali. I risultati conseguiti dalle agitazioni
furono molto significativi: tutte le maggiori categorie di lavoro
dell’industria conquistarono contratti in cui era prevista la
settimana lavorativa di quaranta ore, divise in genere su cinque
giorni lavorativi, da attuarsi entro il 1972. Gli anni Sessanta si
chiusero, in Italia, con le premesse per la conquista da parte di
quasi tutti i lavoratori di contratti collettivi che prevedevano la
settimana lavorativa di quaranta ore, anche se, dal punto di vista
normativo, era ancora in vigore la legge fascista del 1923 che
prevedeva che l’orario di lavoro settimanale non superasse le
quarantotto ore. Un tentativo di ridurre l’orario di lavoro per via
legislativa venne fatto nel 1967, quando, per iniziativa del
Consiglio Nazionale per l’Economia e per il Lavoro, venne
presentato al Parlamento un disegno di legge sull’orario di lavoro,
il riposo settimanale e le ferie, volto a sistematizzare la materia
in modo organico. Tale progetto, però, non venne approvato e si
dovette attendere ancora un trentennio perché fosse approvata una
legge che decretasse la durata della settimana di lavoro a quaranta
ore.
Nel corso degli anni
Settanta, grazie ad un lungo e complesso processo negoziale, si andò
affermando e diffondendo un modello di organizzazione del tempo di
lavoro di tipo fordista, caratterizzato dall’uniformità degli
orari di lavoro.
L’orario tipico
era di otto ore giornaliere, collocate nel periodo diurno, per cinque
giorni la settimana, ed era “rigidamente predeterminato secondo
schemi prefissati, che tendono a non subire variazioni significative
per tutta la durata del rapporto di lavoro”.
Il modello standard
di orario di lavoro entrò in crisi a partire dagli anni Ottanta,
quando le imprese, per far fronte alla concorrenza estera attuano una
politica di riduzione dei costi per unità di prodotto attraverso
l’aumento della durata di funzionamento degli impianti, con il
conseguente ricorso a turni di lavoro decisamente più pesanti di
quelli sperimentati nel decennio precedente. Il dibattito sulla
riduzione dell’orario di lavoro si riaprì con l’inizio degli
anni Ottanta e viene affrontato sotto una diversa luce. Mentre negli
anni Cinquanta e Sessanta i sindacati chiedevano la riduzione
dell’orario per migliorare le condizioni di lavoro e per tutelare
la salute fisica e psichica dei lavoratori, negli anni Ottanta si
poneva l’accento sulla necessità di ridurre gli orari di lavoro
per far fronte alla crescente disoccupazione.
Quel periodo fu
contrassegnato dallo slogan “Lavorare meno lavorare tutti” teoria
sviluppata
da pensatori come il francese André Gorz o da noi Pierre Carniti
segretario generale della Cisl e
da economisti come il premio Nobel Wassily Leontief.
Nell’agosto del
1980 l’Istituto Sindacale Europeo rilevò che in tutti gli Stati
della Comunità il tasso di disoccupazione aveva raggiunto livelli
preoccupanti, e lanciò un appello per ridurre l’orario settimanale
da quaranta a trentasei ore, al fine di far fronte alla perdita dei
posti di lavoro. Nei rinnovi contrattuali del 1983, tuttavia, non
venivano previste riduzioni d’orario, bensì forme di flessibilità
dell’orario stesso a vantaggio dei datori di lavoro e l’ampia
possibilità di ricorrere allo straordinario sembra essere la
peculiarità di questo decennio.
Nel corso degli anni
Ottanta si assiste ad un crescente divario tra orari contrattuali e
orari di fatto, dovuto al continuo incremento dell’orario
straordinario: mentre l’orario contrattuale è stato ridotto dal
1980 al 1992 di quasi sessanta ore annue, quello effettivo è
aumentato nello stesso periodo di novanta ore. Risultava infatti più
conveniente per le imprese pagare ore di straordinario piuttosto che
assumere nuova manodopera, con notevoli costi per la formazione oltre
all’obbligo di sottostare ai vincoli introdotti dallo Statuto dei
Lavoratori.
La conseguenza di
ciò, aggiunta al sempre più frequente utilizzo da parte degli
industriali di innovazioni tecnologiche che sostituivano il lavoro
umano, fu un nuovo, forte incremento della disoccupazione. I
sindacati riaprirono pertanto il dibattito sulla riduzione
dell’orario di lavoro: incominciò a farsi strada la proposta della
settimana lavorativa di trentacinque ore.
Nel 1992 Fausto
Bertinotti, ex -segretario confederale della CGIL poi segretario di
Rifondazione Comunista, per la prima volta propone “una
legislazione di sostegno ed una generalizzata riduzione degli orari
di lavoro”. L’anno successivo anche la CISL si muove nella stessa
direzione, per voce del suo segretario generale Sergio D’Antoni.
Le richieste di
riduzione dell’orario di lavoro avanzate negli anni Novanta
riproponevano alcuni argomenti che furono di sostegno alle analoghe
rivendicazioni degli anni Trenta.
Un’ ipotesi
individuava una delle determinanti della crisi occupazionale nel
corso della metà di quel decennio in una combinazione negativa tra
un’insufficiente crescita della domanda aggregata (soprattutto
nazionale) e un più elevato aumento della produttività media del
lavoro.
La crisi
occupazionale degli anni Novanta vedeva però un aumento impetuoso
del progresso tecnologico che produceva impianti sempre più mirati a
risparmiare lavoro (labour saving), decretando ulteriori innalzamenti
del tasso di disoccupazione. L’ipotesi di favorire l’occupazione
frenando il progresso tecnologico, seppur a volte lumeggiata, è
risultata tanto controproducente quanto vana, mentre ridurre l’orario
di lavoro per aumentare l’occupazione appariva un’idea non nuova
che ritornava periodicamente all’ordine del giorno in modi, tempi e
luoghi diversi, quando si acuiva il problema della disoccupazione.
Già Keynes (1931)
aveva profetizzato per la fine del Ventesimo secolo quindici ore
settimanali di lavoro in base ai prevedibili aumenti di produttività
e, anche se in tali scritti non vi è un esplicito riferimento agli
effetti sull’occupazione di un orario così ridotto, è tuttavia
difficile pensare che tali effetti non fossero presenti nella mente
di un autore tanto attento agli sviluppi futuri dell’organizzazione
del lavoro.
A partire dal riconoscimento
della settimana lavorativa di otto ore il progresso tecnologico è
continuato a crescere, ma questo incremento non ci ha condotti ad una
proporzionale riduzione del nostro orario di lavoro; l’energia
nucleare, il computer e un numero indefinito di altre invenzioni che
parevano un invito aperto ad una vita più comoda e facile ci
avrebbero potuti condurre ad un risultato che, all’inizio, appariva
quasi scontato: un aumento del nostro tempo libero. Ma oggi ci
accorgiamo che la realtà ha invece percorso una strada diversa: la
vita moderna è una confusione frenetica fatta di lunghi spostamenti,
notti passate a lavorare fino a tardi, famiglie che dipendono da due
redditi e ricorrono a terzi per svolgere i lavori domestici e di cura
della famiglia. E sembrava che l’intera società avesse deciso di
accettare questa situazione come lo stato naturale delle cose.
Oggi
la situazione determinata dalla crisi sanitaria ha
aperto
la possibilità di un discorso diverso
che affronti prima di tutto sia
i paradigmi concettuali sia le conseguenti politiche economiche che
hanno governato l’Italia e l’Europa negli ultimi decenni,
moltiplicando i livelli di disuguaglianza.
Fiumi
di denaro saranno immessi nell’economia reale, soprassedendo ai
dogmi su deficit e debito.
Sicuramente però le modalità adottate per affrontare la recessione
potranno tradursi in ulteriore svendita del patrimonio pubblico e
impoverimento dei lavoratori.
Sarà
dunque decisiva la qualità di rivendicazione che sapranno imporre le
forze sociali organizzate, innanzitutto il sindacato.
Debbono
emergere due condizioni necessarie.
C’è
la
condizione economica:
la possibilità di investire denaro pubblico per avviare la
transizione verso una nuova organizzazione del lavoro e consolidarla
fino a farla diventare ordinaria, predisponendo fin da ora le
opportune leve di incentivo
/disincentivo fiscale
e contributivo. La mera estensione di congedi, cassa integrazione,
bonus reddituali è doverosa nell’emergenza, ma non potrà
determinare cambiamenti strutturali.
La
seconda condizione sarà quella della
ricerca di
una nuova cornice di senso: la drammaticità reale e percepita del
momento indica che non ci si può affidare a ricette logore o pavide,
ma occorre osare qualcosa di nuovo e di ambizioso. Soprattutto, il
discorso pubblico è già permeato dai media con messaggi di due
tipi, complementari fra loro : paura individuale e speranza
collettiva. I sacrifici richiesti oggi e i timori per il futuro che
“non sarà più come prima” vengono alleviati dal senso di
comunità (i canti dal balcone e le bandiere) e dalla solidarietà
come strumento per uscire dalla crisi (la riconoscenza per
l’abnegazione dei lavoratori della sanità, stare a casa per non
contagiare altri,
i
volontari che
portano
la spesa,
gli aiuti e gli studi internazionali condivisi).
Poco
importa soffermarsi sull’ autenticità e la reale incidenza di tali
sentimenti sulla realtà.
Occorrerà
allora
rielaborare un progetto di “senso del lavoro” sintonizzato
a rispondere alla paura di perderlo
o di non ritrovarlo.
Ci
vuole un progetto collettivo di solidarietà oggi più che mai
comprensibile e condivisibile.
E’
necessario allora rendersi conto che la riduzione degli orari non
genera una distribuzione aritmetica del lavoro,
che molte imprese avevano già una sovra-capacità produttiva,
aggravata ora dal calo degli ordini, e non assumeranno nuovo
personale nell’immediato. Permarrà la necessità di creare
occupazione buona e utile, a partire dal settore pubblico martoriato.
Sappiamo
inoltre che le crisi economiche sono anche fasi di rottura
che
ridisegnano molto velocemente i sistemi e le catene produttive,
nazionali e internazionali, addirittura all’interno di una logica
di nuovo bipolarismo sul terreno militare.
Non
è realistico immaginare di tornare “come prima” dopo una crisi
planetaria, ma nemmeno auspicabile, visto che prima c’erano
già milioni di persone oppresse dalla povertà o dallo sfruttamento.
Se
ne potrà uscire peggio di prima, ma anche meglio di prima, volgendo
lo sguardo (la cornice) e i passi (le politiche) verso altri
orizzonti.
La
proposta della semplice riduzione dell’orario di lavoro appare così
come
avanzata in questi giorni
almeno improvvisata in una logica populista come
quasi tutti i provvedimenti fin qui pensati dal Governo.
Un
progetto di rielaborazione di senso sul tema del lavoro dovrà
misurarsi rispetto alle esigenze di complessiva trasformazione del
modello di sviluppo, delle richieste di diversa flessibilità
collegata al rapporto da stabilire tra tempi di lavoro e tempi di
vita, di espressione di nuova contrattazione richiesta dall’imporsi
dell’utilizzo dello smart working, di collegamento con le esigenze
di regolarizzazione di cittadinanza necessaria per i lavoratori
migranti,del muoversi nella direzione di una effettiva concezione del
riconoscimento della diversità di genere.
Il
quadro generale dovrà essere fissato
dai termini di un recupero di produttività rivolto verso la
crescita di un “capitale sociale” considerato
come la
risorsa per lo sviluppo dell’individuo e del gruppo nell’intento
di generare assieme valore e formatività permanente.
Si
dovrà disegnare un quadro di vero e proprio mutamento di paradigma
richiesto dalla necessità di individuare una “finalità comune”
stando dalla parte delle sfruttate e degli sfruttati nell’insieme
degli obiettivi del lavoro umano
Il
movimento dei lavoratori possiede
valori storici e simboli potenti, in cui oggi molti possono tornare a
riconoscersi in un momento che ci accomuna nelle paure e nelle
attese, ben oltre la frammentazione lavorativa e sociale che ha
imposto nel
più recente passato
pericolose divisioni.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie