mercoledì 27 maggio 2020

LETTERA A VITA

Caro Vincenzo,
preferisco usare il mezzo scritto rispetto a quello verbale per esplicitarti meglio, in via del tutto personale, il mio pensiero sulla fase e sulla prospettiva politica.
Come avrai notato dai miei ultimi scritti, sicuramente di profilo molto basso sul piano culturale e dell’analisi, sono per un deciso passo in avanti rispetto a quanto avevamo già concordato nel luglio scorso: decisioni poi sospese per varie ragioni ma che adesso tornano di stretta attualità.
Mi è parso anche che il tema riaffiorasse anche nel corso della riunione della presidenza dell’ARS cui mi hai gentilmente invitato.
Il punto è che non basta un convegno, oppure due puntate dello stesso convegno: una dedicata ai temi politico – istituzionali e l’altra a quelli economico – sociali.
In realtà, come la nostra esperienza ci insegna, questi temi sono del tutto collegati e interdipendenti.
Temi raccolti in una grande cornice: quella di una costruzione di soggettività a sinistra capace di misurarsi con l’insieme delle contraddizioni dell’oggi.
La sinistra non può ridursi alla contrapposizione tra governismo e movimentismo.
E’ necessario provvedere a proporre una nuova capacità di riedificazione politica e di costruzione di capitale sociale.
Fin qui mi dirai nulla di nuovo.
Di nuovo c’è che siamo di fronte a una occasione che non vorrei definire storica soltanto perché enfatizzare non mi piace e non mi è mai piaciuto.
La vicenda dell’emergenza sanitaria ha, infatti, dimostrato come quella “nuova qualità delle contraddizioni” e l’intreccio tra di esse, assai diverso dal quadro novecentesco, è qui davanti a noi e richiede due cose:
1) essere affrontata politicamente;
2) L’apertura di una riflessione di fondo su quello che abbiamo definito “mutamento di paradigma”.
Non credo sia necessario cancellare tutto quanto è stato accumulato in un secolo e mezzo di storia della sinistra e del movimento operaio.
Purtuttavia appaiono evidenti le necessità di aprire capitoli nuovi: lo spostamento nell’utilizzo delle risorse verso frontiere inusuali come quella sanitaria, il modificarsi della stessa realtà del lavoro oggi assai più frantumata di qualche anno fa attraverso l’utilizzo del web, il ruolo sostitutivo del “lavoro vivo” esercitato dai progressi dell’intelligenza artificiale e dalla robotica modificano il quadro complessivo delle relazioni sociali, del rapporto tra la società, la tecnica, la politica.
Appare mutarsi e, se vogliano semplificare, allargarsi “socialmente” il concetto stesso di sfruttamento in un contesto nel quale non reggono più “le magnifiche sorti e progressive” ma ci stiamo muovendo a forme spurie di vero e proprio “ritorno all’indietro”.
Nel prorogarsi dell’emergenza sanitaria quale significato assumerà l’evidente riduzione dell’area del lavoro manuale e la crescita di settori sociali sempre più dipendenti dall’assistenza pubblica che sarà provocata dal combinato disposto “distanziamento sociale – utilizzo della tecnologia al suo stadio più avanzato”?
Saranno possibili, auspicabili e/o sufficienti la riduzione dell’orario di lavoro e l’elargizione di un reddito minimo garantito in una società che si può prevedere sempre più “panottica” come dimostrano anche le stesse disposizioni sulla limitazione di movimento nell’emergenza?
Sia ben chiaro nessun ritorno all’elevazione del concetto di “nuovo” quale sola possibile esaustiva frontiera dell’azione politica.
Se noi però stiamo fermi alla solita discussione, non dico quella tra comunisti e socialisti, ma tra governisti e anti – governisti, tra fautori del “Partito” oppure delle “Moltitudini”, tra nostalgia/recupero della forma – partito ad integrazione di massa oppure al recupero dei “beni comuni” e della “mutualità” di stampo ottecentesco, tra difesa o modifica della Costituzione non ne caveremo nulla di buono.
E’ necessario porre assieme la questione di un’immediata presenza politica capace di superare la frammentazione , di elaborare un programma minimo per l’immediato, recuperando una adeguata capacità di presenza sul piano istituzionale (da questo punto di vista mi pare che spazi aperti ne possano sussistere) e una visione “alta” della prospettiva del futuro che preveda come non potremo disporre di una “immediatezza sociale” cui fare riferimento: le cose staranno in maniera assai più complicata e il rischio di affermarsi di forme di presunta democrazia di tipo plebiscitario è molto alto.
Tralascio il discorso sulla necessità di tenere assieme un quadro di alleanze sociali e politiche, sulla valutazioni riguardanti i temi più strettamente istituzionali (legge elettorale, difesa della Costituzione, quant’altro), sulla politica estera (al riguardo della quale, letto LIMES, il mutamento di proprietà della GEDI influirà tantissimo).
Così come tralascio i temi – pur fondamentali – dello sfasamento sociale e dell’emergere di una forma inedita di neo- corporativismo paradossalmente basato sull’individualismo competitivo.
Non capisco cosa intende fare il Manifesto che ospita questi articoli più o meno condivisibili sviluppati attorno ai temi che rozzamente ho cercato qui di sollevare , ma non pare disporre di un orientamento complessivo come invece sarebbe necessario.
Ritengo urgente, invece, che ci si muova sulla via – almeno – della concretizzazione di un confronto con l’esistente, sia sul piano politico, sia su quello associativo ponendo con chiarezza i due temi:
1) qualità del mutamento di paradigma;
2) Costruzione di un soggetto politico capace di affrontare la nuova situazione.
Ripeto, tenuto conto del background di ciascun soggetto, sarebbe necessario mettere attorno a un tavolo almeno Articolo 1, Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista e financo Potere al Popolo ponendo loro i temi di fondo (sicuramente quelli che indico io non saranno quelli giusti) per cercare una soluzione, non tanto alla frammentazione ma all’inadeguatezza complessiva, all’esigenza di ricostruzione di soggettività che, beninteso, vale anche per il piano europeo.
In questi due mesi di emergenza i partiti europei non si sono assolutamente fatti sentire ed anche questo è un segnale da non sottovalutare.
Non so quale soggetto può rappresentare il ruolo di “convocatore”, forse l’ARS sotto l’egida della convocazione di un seminario nel corso del quale porre con chiarezza le questioni e verificare la possibilità di realizzare almeno un tavolo permanente di confronti.
Il confronto con i singoli intellettuali dispersi potrà, a mio giudizio, avvenire in un secondo tempo a iniziativa già delineata.
A mio giudizio i tempi urgono: l’idea potrebbe essere lanciata fin da adesso e forse un incontro, considerate le presenze romane, già realizzabile a breve in attesa del superamento del divieto di transito tra regione e regione.
A quel punto forse mi vedrai capitare a Roma.
Mi auguro di essere risultato comprensibile.
Con grande,immutata, stima e affetto
Franco

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