“Saigon si chiama Ho
Chi Minh.
Questo sì è un primo
maggio internazionalista sotto le bandiere di una rivoluzione comunista
vittoriosa contro l’imperialismo e ammonitrice verso i regimi corrotti e
polizieschi d’occidente”
30 Aprile 1975: gli americani si arrendono ai vietcong, l’ambasciatore
USA fugge precipitosamente da Saigon in elicottero con la bandiera a stelle e
strisce arrotolata sotto il braccio.
Quarant’anni fa finiva la guerra-simbolo della generazione
del ’68: la guerra contestata dall’anima libertaria delle nuove generazioni in
tutto il mondo, da Berkeley a Dakar, dalla Sorbona alla Freie Universitat a
Berlino.
Tanto per dare un esempio dello spirito dell’epoca
ricordiamo il “sommarione” che faceva da titolo al “Manifesto” del 1 Maggio di
quell’anno:
“Saigon si chiama Ho
Chi Minh.
Questo sì è un primo
maggio internazionalista sotto le bandiere di una rivoluzione comunista
vittoriosa contro l’imperialismo e ammonitrice verso i regimi corrotti e
polizieschi d’occidente”
Luigi Pintor, in un corsivo a fondo pagina, sotto il titolo
da “Saigon a Roma” scriveva:
“Il primo maggio può
essere rivissuto con spirito internazionalista, quest’anno, com’è nella
tradizione.
E’ un primo maggio
unico, sotto quest’aspetto.
A Saigon è finita una
guerra infame, una grande rivoluzione ne ha preso il posto. Più vicino a noi,
in tutt’altro quadro un paese europeo è uscito da cinquant’anni di fascismo e
segue una via socialista col consenso popolare (Il Portogallo, n.d.r.).
A duro prezzo, secondo
un itinerario non lineare, conoscendo anche amare sconfitte (oggi non
dimentichiamo il Cile), la parte viva dell’umanità rompe il cerchio dell’imperialismo,
e costruisce fuori dal capitalismo in crisi un ordine nuovo, cerca una diversa
civiltà…”
Più avanti l’articolo si conclude in questo modo:
“E’ il miglior impegno
da assumere in questo primo maggio, festeggiando il trionfo di Saigon, ma per
respirare, anche a qui a Roma aria pulita e libera.”
Oggi a quarant’anni di distanza cosa rimane di quelle parole
e di quegli entusiasmi?
La delusione e il disincanto sono cocenti: rileggere quelli
frasi, ritornare ai pensieri che ci animavano in quell’epoca ci fa vivere come
dentro ad un oceano di illusioni perdute.
Il mondo appare pervaso da un nuovo spirito di distruzione
alimentato da un capitalismo vorace, le rivoluzioni sono scomparse lasciando un
retaggio pesante, le grandi masse che avevano animato le tensioni politiche e
sociali appaiono passive e tornate agli istinti primitivi del razzismo, dell’egoismo,
dell’individualità sfrenata.
Un arretramento di civiltà, prima ancora che culturale e
politico che ci fa stilare un bilancio disastroso.
Eppure: esiste un
Eppure o dobbiamo arrenderci all’ineludibile della sopraffazione dei
potenti sui deboli?
Esiste l’Eppure: è l’Eppure che ci indica come le ragioni di
quel tempo si trovano ancora tutte intere nella realtà del quotidiano e nell’immaginario
collettivo.
Finché sentiremo la tensione verso la giustizia, l’eguaglianza,
la solidarietà di classe; fino a quando ci sarà chi, anche soltanto un pugno di
donne e di uomini che avranno all’interno della loro coscienza questi valori e
cercheranno di trasmetterli alle nuove generazioni allora pensare ad altri
Vietnam liberi e rossi avrà un senso: ne varrà la pena.
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