La lettera inviata da Renzi, presidente del Consiglio e
segretario del Partito, agli iscritti PD sul tema della legge elettorale
rappresenta un momento di particolare significato nel mutamento in atto dell’agire
politico che merita un approfondimento e una riflessione.
Prima di tutto c’è da far notare come un episodio del genere
faccia parte di quello schema riguardante il “dialogo diretto” tra il Capo e le
masse (non certo una novità, soprattutto rispetto all’evolversi delle grandi
tragedie del ‘900) con il superamento, anche all’interno del Partito stesso,
delle strutture intermedie: non si riuniscono gli organismi dirigenti, non c’è
mobilitazione delle sezioni. Arriva la lettera e il singolo iscritto, nella
logica della presenza individuale, si misura con i contenuti esposti nella
missiva.
In secondo luogo da rilevare l’argomento: un tema così
delicato e specifico per la natura stessa della democrazia qual è la legge
elettorale viene affrontato secondo lo schema appena enunciato del rapporto
diretto tra il Capo e le masse: è la prima volta che avviene, nella vita
interna del Partito Democratico. Non c’è stata nessuna lettera per giustificare
i tanti casi di corruzione che agitano la vita di quel partito, oppure l’atteggiamento
militarista che anima la politica del governo in tema d’immigrazione. Politica
militarista ieri clamorosamente smentita e osteggiata dallo stesso segretario
generale dell’ONU. Oppure, ancora, nessuna lettera è stata scritta per entrare
nel merito delle logiche monetariste europee verso le quali il Governo (e di
conseguenza il Partito, quale punto d’ispirazione e di sostegno della
maggioranza) si è sempre dimostrato comunque del tutto acquiescente.
In terzo luogo deve essere rimarcato l’oggetto cui la
lettera si richiama: quello della dignità. Se il progetto di legge elettorale
non passasse, ciò andrebbe a discapito della dignità del PD. Si tratta davvero
di un punto molto delicato perché , oggettivamente, nega dignità alle posizioni
che, dall’interno dello stesso PD, chiedono di modificare il testo in
questione. E più in generale, in questo modo, si nega la validità del confronto
politico affidando soltanto alle posizioni della maggioranza il segno della
dignità politica. Non è la prima volta che ciò accade all’interno del Partito
Democratico, se pensiamo ad esempio alla vicenda delle primarie in Liguria, ma
quel che è grave è il fatto che ciò viene suffragato in una lettera che il
Segretario (Presidente del Consiglio) ha fatto recapitare a ogni singolo
iscritto.
Un PD che pretende, muovendosi in questo modo, di incarnare
l’ipotesi del vero e proprio “Partito della Nazione”.
La minoranza interna al PD, al di là delle sue confusionarie
divisioni, paga così un prezzo altissimo ai grandi errori commessi nel corso
della storia più recente del sistema politico di questo paese: in particolare
quello di aver cercato di cavalcare la tigre del maggioritario personalistico,
pensando che quella fosse la nuova frontiera della modernità di Governo.
A questo proposito cosa faranno le varie correnti interessa
poco.
Il dato più importante però rimane il fatto che si cercava
di richiamare all’inizio al riguardo del mutamento nelle forme dell’agire
politico: siamo allo schiacciamento dell’idea stessa della dialettica e della
rappresentanza collettiva, alla pericolosa confusione tra Partito e
Istituzioni, alla codificazione di un vero e proprio Regime.
Aver fatto passare questi concetti è una responsabilità
gravissima per un’intera classe politica, praticamente omologata attorno a
questi pericolosi principi di sostanziale negazione della dinamica democratica.
In questo quadro al Parlamento viene chiesto di ratificare
una decisione interna al Partito Democratico assunta con i metodi che sono
stati appena esposti.
Si tratta della legge elettorale: una legge elettorale che
presenta, nel suo progetto, evidenti elementi di incostituzionalità già fatti
oggettivamente rilevare dalla Suprema Corte nella sentenza che ha bocciato l’impianto
della legge precedente.
Un momento veramente buio per la democrazia italiana di cui
pochi sembrano rendersi conto fino in fondo.
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