Con la firma dei contratti del commercio e dei bancari la Cgil, fieramente schierata contro il Jobsact, lo ha nei fatti sottoscritto, applicato e persino interpretato creativamente.
Il
contratto del terziario peggiora i due contratti precedenti che la Cgil
aveva avuto il coraggio di non sottoscrivere. Si potrebbe fare un
elenco di tante piccole e grandi angherie verso i lavoratori che
vengono confermate, ma credo basti sottolineare che il lavoro
domenicale diventa regola e obbligo. Particolare attenzione è stata poi
rivolta alla clausola di flessibilità, che consente all'impresa di
obbligare il lavoratore a lavorare 44 ore settimanali per 16 settimane
senza neanche pagargli lo straordinario. Con 5 milioni di disoccupati
aumentare l'orario di lavoro è proprio una bella sensibilità sociale, ma
c'è di peggio. A livello aziendale o territoriale sarà possibile
concordare orari di 48 ore per 24 settimane in un anno. Metà dell'anno
si lavorerà con gli orari previsti dalla legge del 1923, senza
neppure che sia riconosciuto lo straordinario. La Cgil nel passato si
arrabbiò molto con il ministro berlusconiano Sacconi che aveva promosso
il regime delle deroghe aziendali ai contratti nazionali. Ora
sottoscrive una doppia deroga sugli orari di lavoro , realizzando un
altro punto della famosa lettera di Draghi Trichet, che nel 2011
dettarono ciò che si doveva fare in Italia per obbedire alla Troika
Il
Jobsact prevede il demansionamento, cioè la possibilità per la aziende
di degradare i lavoratori. Il contratto del commercio lo permette in via
anticipata, cioè si potranno assumere a termine disoccupati con due
qualifiche al di sotto della mansione effettivamente svolta. Cosa non si
fa pur di dare lavoro, Poletti e i supermercati sono commossi.
Naturalmente
gli enti bilaterali, cioè gli strumenti del peggiore consociativismo
sindacale , e mi fermo qui, vengono rafforzati. Quello di fare enti è
l'unico diritto che resta, perché è dei sindacati e non dei lavoratori.
Se il
contratto del commercio è soprattutto il veicolo di ogni flessibilità a
carico di chi lavora, quello dei bancari corre in soccorso di una
esigenza di fondo delle imprese, quella di tagliare il personale e
ristrutturarsi con meno costi possibili. Uno privilegia la flessibilità
in entrata, l'altro quella in uscita, ma la logica è sempre la stessa.
Tutti
sappiamo che la politica economica dei governi italiani ed europei ha
un occhio di particolare riguardo per il sistema bancario, che viene
sostenuto in tutti i modi con i nostri soldi. Lo stesso sostegno ai
poveri banchieri lo fornisce per la sua parte l'accordo appena
sottoscritto. Le banche
potranno più serenamente licenziare, perché assumono l'impegno di
prendere in considerazione i licenziati per eventuali nuove assunzioni.
Hanno il via libera per le terziarizzazioni in tante belle newco,
realizzate magari con la fusione di quelle banche
popolari scalabili grazie alla riforma di Renzi. Si riducono i costi ed
il valore della liquidazioni dei dipendenti così le banche risparmiano,
ma per dare un contentino si afferma che i lavoratori dismessi in nuove società continueranno ad avere l'articolo 18. È qui c'è una mela avvelenata perché con questa clausola il
contratto dei bancari riconosce di fatto il rapporto di lavoro a tutele
crescenti. Se infatti si esclude di applicarlo ai terziarizzati e solo a
quelli, si accetta che sia
pienamente applicabile a tutti gli altri che verranno assunti. Come
sempre le eccezioni confermano la regola. È questa la realizzazione di
quanto il gruppo dirigente della Cgil aveva promesso nelle piazze del 12
dicembre scorso? La lotta al Jobsact si riduce a individuare le persone
esentate dai suoi danni?
Questi contratti distruggono bel
pò di diritti in cambio di un aumento di 85 euro lordi distribuiti su
diversi anni. Un aumento mensile di 13 euro netti nella busta paga ogni
anno non mi pare uno scambio equo rispetto a ciò che i lavoratori
restituiscono. In effetti per un dipendente di un grande magazzino e di
una banca sarebbe molto più conveniente vedersi prolungare il contratto
precedente con zero aumenti, piuttosto che un rinnovo come questo. Ed infatti sono le aziende che festeggiano gli accordi.
Perché allora i grandi sindacati firmano queste porcherie? Semplice, lo fanno per sopravvivere come grandi organizzazioni burocratiche, ma questo loro modo d'agire finisce proprio per rafforzare Renzi e le sue politiche. Non so se Landini si riferisse ad accordi come questi quando ha parlato di crisi sindacale, però non l'ho sentito contestare una frottola che oggi va per la maggiore e che serve a giustificare le
politiche di flessibilità e precarietà. In ogni talkshow ad un certo
punto c'è chi afferma che la colpa principale delle grandi
confederazioni sia quella di difendere i sindacalizzati e non i precari.
È falso. CGILCISLUlL in questi anni hanno firmato accordi che
progressivamente hanno ridotto i diritti dei propri rappresentati, e per questo non hanno difeso neanche i precari. Come facevano ad estendere ciò a cui un pò alla volta rinunciavano? Oggi
più che mai il lavoro in tutte le sue forme ha bisogno di organizzarsi
in sindacato per difendersi. Ma il sindacato che serve non è certo
quello che firma contratti come quelli del commercio e dei bancari. No,
quei sindacati che senza un minuto di sciopero firmano la resa e poi
affermano di avere vinto fanno solo danno. Per ricostruire i diritti del
lavoro ci vogliono organizzazioni e strategie diverse da quelle che ci
hanno portato sino al disastro attuale.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie