Oggi “Il
Manifesto” titola un intervento di Luciana Castellina con un richiamo, certo
non involontario, a Ernest Bloch e al suo “lato caldo del marxismo”.
Luciana,
infatti, nel suo articolo affronta il tema della “coalizione sociale” e del
nuovo soggetto politico della sinistra italiana parlando di “fusione calda” tra
società e partiti e richiamando la necessità della “forma-partito” sia pure in
termini nuovi rispetto all’insieme della nostra storia.
Lo scopo del
mio intervento sul tema è quello di fornire un contributo, sia pure limitato,
alla riflessione partendo da almeno due considerazioni critiche: la prima
riguarda il fatto che un partito da solo non possa bastare a rendere la
complessità del rapporto tra movimenti, società, politica nell’ottica della
trasformazione sociale.
Pare ormai
accantonato, sotto quest’aspetto, il concetto di egemonia dell’agire politico e
quello del ruolo della struttura politica quale riferimento anche sociale, di
vera e propria “espressione di comunità”: sembra proprio che ci si arresi alla
reciproca autonomia, quella del “politico” e quella del “sociale.
Con tutto
quello che è accaduto di degenerativo sul terreno dell’autonomia del politico,
a partire dall’esaltazione inconsulta del personalismo che, a sinistra, ha
compiuto disastri facendo smarrire il senso dell’identità collettiva e della
capacità di rappresentanza.
L’altro
punto riguarda la necessità, a mio giudizio almeno, rispetto al “caso italiano”
(che esiste, sia pure in forma direttamente rovesciata rispetto a quello che
era stato fino agli anni’80: siamo passati, insomma, da avanguardia a
retroguardia, tanto per semplificare), di sciogliere i soggetti esistenti e di
far ripartire un processo aggregativo nuovo e diverso basato su due punti
fondamentali: quello dell’opposizione “sistematica” e quella di una forma della
struttura politica che, a questo punto, per far presto definisco della “via
consiliare”.
SeL e
Rifondazione Comunista debbono sciogliersi, tanto per essere chiari, non tanto
e non solo per i gravi errori commessi e il patrimonio di militanza disperso a
partire dalla brutta vicenda della “Sinistra Arcobaleno” e della sudditanza
alle logiche politiciste che ne sono derivate ma soprattutto perché non
rappresentano più soggetti in grado di attivare una concreta “massa critica”
rispetto alle contraddizioni dell’oggi: si tratta di due soggetti egualmente
marginali rispetto al cuore dello scontro e che tali rimarranno nel tempo.
Non certo
per un deficit di “estremismo oppositivo” sia ben chiaro ma perché entrambi non
rispondono più a contribuire a risolvere l’interrogativo che, qualche giorno
fa, sulle colonne di “Sbilanciamoci” poneva Paolo Gerbaudo : “Unire la sinistra
o costruire il popolo”.
C’è ,
invece, da costruire la soggettività che unisca il popolo.
Per questo
motivo la mia proposta è quella di ripartire da un punto di riflessione teorica
che appare necessario esplorare.
Provo a
procedere con ordine.
La proposta
che si sta tentando da tempo di avanzare per la formazione di una nuova
soggettività politica della sinistra italiana d’alternativa e di opposizione ha
necessità di essere motivata andando “oltre”, per quanto possibile, alle pur
evidenti ragioni legate al fallimento dei soggetti esistenti, risultati
incapaci di promuovere e realizzare quel livello di presenza politica che
sarebbe risultata necessaria per fronteggiare l’emergenza della controffensiva
dell’avversario e il mutamento complessivo di scenario verificatosi
nell’insieme del sistema politico.
Queste
ragioni, però, non sono sufficienti: occorre, infatti, andare alle radici del
meccanismo dell’aggregazione politica, recuperandone insieme significati ed
effetti aggiornandoli ai cambiamenti culturali, sociali, tecnologici, di
costume verificatisi nel tempo.
Gli
scienziati politici, al proposito, hanno sempre usato due prospettive definite
l’una come primordiale e l’altra come strumentale.
La
prospettiva primordiale ha visto nei partiti i rappresentanti naturali di
persone che hanno interessi comuni.
Con il
formarsi di gruppi intorno a queste fratture d’interesse i partiti politici
sono emersi e si sono evoluti proprio per rappresentarle.
La visione
strumentale della formazione dei partiti li considera, invece, squadre di
persone interessate a ottenere cariche pubbliche: questo tipo di visione è stato
così focalizzato sul ruolo delle élite e dei cosiddetti “imprenditori
politici”.
Queste due
prospettive della formazione dei partiti ricordano da vicino quelli che gli
economisti chiamerebbero fattori della domanda e fattori dell’offerta.
La
prospettiva primordiale dà per scontata la domanda sociale di rappresentazione
di determinati interessi e spiega l’esistenza dei partiti politici come
risposta a queste istanze.
Per contro,
la prospettiva strumentale, sulla falsariga della “legge di Say” in economia,
afferma che “l’offerta crea una sua domanda”.
Così come il
marketing e la pubblicità possono influenzare i gusti dei consumatori, gli
imprenditori politici (come abbiamo ben visto, in particolare, nell’ultima fase
storica) contribuiscono a creare la domanda di determinate politiche e di
determinate ideologie.
Come avviene
per l’offerta e per la domanda, si scopre che capire le origini dei partiti
politici significa riconoscere l’interazione tra le forze primordiali e delle
forze strumentali.
In larga
misura sono state le domande sociali di rappresentazione a ispirare la
formazione dei partiti politici.
Queste
domande, tuttavia, sono state incanalate con modalità efficaci e significative
da istituzioni politiche che hanno strutturato l’ambiente degli aspiranti
imprenditori politici e degli elettori.
Si tratta
quindi di analizzare com’è avvenuta, e come può avvenire nel futuro,
l’interazione tra le forze sociali (primordiali) e le forze istituzionali
(strumentali) per determinare le possibili identità delle formazioni politiche.
Prestando
attenzione a un punto fondamentale: la funzione principale del partito politico
rimane quella di rappresentare, formulare e promuovere gli interessi e le cause
dei suoi appartenenti.
Con buona
pace delle proclamazioni relative al “superamento dei concetti di destra e di
sinistra” questi interessi e questa cause, al di là della retorica, sono sempre
condivisi, per loro stessa natura, solo da una parte della popolazione
complessiva.
Per questo
motivo la classificazione “classica” delle diversità tra i partiti politici si
è sempre realizzata usando quella che è stata definita “teoria delle fratture”,
via via attualizzata nel tempo con il mutare delle condizioni culturali,
sociali, tecnologiche.
Quella
“teoria delle fratture” che si chiede oggi di aggiornare alla luce di quanto
avvenuto negli ultimi tempi.
E’ evidente,
in questo, che il riferimento non è soltanto semplicisticamente al sistema
politico italiano, ma è a questo che dal nostro punto di vista ci rivolgiamo
per inserire la nostra proposta di nuova soggettività politica della sinistra
d’alternativa e di opposizione: questo intervento è dunque rivolto a promuovere
questa precisa eventualità.
Il più
importante aggiornamento nella “teoria delle fratture” è avvenuto nel 1967 per
opera di Lipset e Rokkan, attraverso la divisione tra “fratture
post-industriali” e la “frattura di classe” che aveva assunto assoluta
rilevanza durante la rivoluzione industriale alla fine del XIX secolo.
Con la
“frattura di classe” gli attori sociali si contrappongono in base a interessi
economici divergenti provocando un conflitto di tipo “verticale” tra attori che
si guadagnano da vivere con il proprio lavoro e attori che si guadagnano da
vivere attraverso lo sfruttamento della proprietà o del capitale.
La
definizione più netta e precisa della “frattura di classe” è sicuramente quella
di Karl Marx contenuta nel testo “La povertà della filosofia” del 1847 “gli
individui fanno parte di una classe in sé in virtù della relazione obiettiva
che intrattengono con i mezzi di produzione”.
Si può dire
che per gran parte del XX secolo la “frattura di classe” abbia rappresentato un
punto di riferimento stabile nelle dinamiche dei diversi sistemi politici,
anche oltre le differenziazioni teoriche e ideologiche e del formarsi di “ceti
politici” di tipo professionale che, alla fine, hanno potuto perseguire
obiettivi distinti da quelli della classe che intendevano rappresentare, come
ben descritto da Michels nella sua elaborazione circa “la legge ferrea
dell’oligarchia” e nelle analisi sulla politica come professione elaborate da Max
Weber.
Era così
emersa un’ipotesi di “congelamento” delle fratture esistenti anche per spiegare
perché i partiti politici che dominavano le elezioni negli anni’60 del XX
secolo erano gli stessi partiti che avevano dominato le elezioni decenni prima,
negli anni’20 o ’30 ed egualmente per spiegare l’accumulo di consenso
realizzato, comunque, dai partiti al potere nei regimi dell’Est europeo a
cosiddetta “rivoluzione avvenuta” o di “socialismo reale”.
L’ipotesi
del “congelamento” viene messa in discussione a partire dalla fine degli
anni’80 con l’emergere di nuovi fenomeni sociali quali quelli dell’ambientalismo,
del femminismo, dell’immigrazione al punto che Inglehart nel 1997 afferma come
si sia di fronte a un mutamento di valori all’interno delle società industriali
avanzate, passando da valori “materialisti” a valori “post materialisti”.
Da allora si
è assistito ad un declino nella rilevanza delle fratture più tradizionali e
all’emergere appunto di una non meglio definita frattura “post-materialista”,
in quadro di generale richiesta di espansione della libertà umana.
A questo
punto è facile individuare, sotto questo profilo, le ragioni teoriche di ciò
che è accaduto nell’ultimo decennio del secolo scorso rispetto allo
sconvolgimento di sistemi politici consolidati, alla caduta dei regimi dell’Est
europeo, al mutamento complessivo di paradigma nella natura dei partiti
politici con il rovesciarsi del rapporto tra gli interessi dei ceti politici
professionalizzati (governabilità, personalizzazione) e quelli dei rappresentati
in nome delle “fratture sociali” persistenti.
Nel
frattempo si è realizzato un altro rovesciamento “storico” sul piano della
comunicazione di massa e del rapporto tra questo e il consumo individuale: una
novità fondamentale che ha dato vita al fenomeno della cosiddetta
“globalizzazione”, esplosa in particolare nella prima parte di questo decennio
del X XI secolo.
Su questa
base si sono verificati due fenomeni di portata assolutamente epocale: quello
del passaggio da un’idea del collettivo sociale all’individualismo di massa
(sulla base del quale la democrazia ha assunto le vesti della cosiddetta
“democrazia del pubblico”) e dello smarrimento da parte dei partiti politici
dell’idea della rappresentanza.
Due fenomeni
che hanno determinato il formarsi di nuove élite e di nuovi intrecci tra
economia e politica al fine di determinare livelli diversi da quelli della
governabilità democratica novecentesca.
Si stanno così affermando nuovi modelli di
governabilità autoritaria in economia come in politica e su questa base, è
stato attuato, il tentativo della sola superpotenza rimasta in campo per un
lungo periodo di “esportazione della democrazia” attraverso la guerra.
All’interno
di questo quadro, sommariamente descritto, l’opposizione è stata affidata, in
generale e a prescindere dalla diversa qualità e composizione dei sistemi
politici, alla protesta movimentista, all’idea che le “moltitudini” potessero
provocare con i loro sommovimenti un mutamento di equilibri, spostando, sul
piano teorico, la realtà della “frattura di classe” verso una ricerca di
richiesta di restituzione di non meglio precisati “beni comuni”, intesi
soprattutto come valori ambientali e di disponibilità essenziali per la vita
umana.
Mentre
questo quadro sta mutando e la globalizzazione sembra essersi arrestata
tornando d’imperio sulla scena del mondo il primato della geopolitica e la contrapposizione
a livello planetario non si è riusciti ad invertire la tendenza proprio nel
definire un aggiornamento teorico relativo proprio alla realtà delle “fratture”
esistenti, sulla base del quale riaggregare primordialmente interessi
specifici.
Sembrano due
le grandi questioni sul tappeto: quello del rapporto tra consumo del pianeta in
termini complessivi di suolo e di risorse e la prospettiva di vivibilità del
genere umano e quella della capacità cognitiva, in termini globali di
formazione, informazione, capacità di trasmissione di notizie e cultura (e
quindi di educazione globale) come sta accadendo sia nell’utilizzo delle nuove
tecnologie, sia nel ritorno a pericolosissimi fondamentalismi posti non tanto e
non solo sul piano bellico ma – addirittura – su quello “storico”, capaci ciò
di informare un’intera epoca futura ottundendo la complessità delle
contraddizioni.
Sono questi
i punti di riflessione sui quali soffermarsi: nel momento in cui appare
necessario muoversi sul terreno di una nuova dimensione collettiva dell’agire
politico da strutturare organizzativamente qui ed ora dove ci troviamo
concretamente, come riuscire a far sì che il contesto di interessi che legano
la classe che s’intende rappresentare a questo tipo di fenomeni appena
descritti assuma una veste politica definita, sia sul piano teorico di
riferimento sia rispetto ad un progetto di radicale trasformazione sociale e
politica.
A questo
punto appare indispensabile lavorare su di un aggiornamento della “teoria delle
fratture” del livello di quello che appunto fu elaborato al momento della
comparsa dell’insostituibile e comunque fondamentale “frattura di classe”.
“Frattura di
classe” che, oggi, nell’esplicitarsi della ferocia della gestione del ciclo
capitalistico, trova un suo rafforzamento e una sua capacità di inglobare l’insieme
delle discriminazioni sociali (pensiamo al tema della differenza di genere)
tale da renderla agente dell’insieme delle contraddizioni che “spaccano” la
società moderna.
Non possiamo
però arrenderci a questa ineluttabilità: abbiamo bisogno di fare opposizione
subito ma prefigurando la prospettiva di una società alternativa, di una
trasformazione radicale dello stato di cose presenti.
Per questo
serve il nuovo soggetto: nuovo soggetto che non accetta la “filosofia della
crisi” e il minoritarismo ma esprime, da subito, un nesso inscindibile tra
autonomia ed egemonia.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie