martedì 16 ottobre 2012

LA SINISTRA OGGI: UNA ANALISI DI MARIA G. MERIGGI


Sollecitata da compagni dei quali seguo e stimo da anni la riflessione politica, invio a mia volta qualche riflessione premettendo che non sono un’esperta degli sviluppi politici resi possibili dalle scelte in tema di sistema elettorale.
 
Sono solo da sempre una sostenitrice senza riserve del proporzionale puro fin dai tempi della coraggiosa campagna di Rifo nel lontano ’93.
Nell’attuale discussione sulla presentazione autonoma della sinistra politica o sul suo inserimento nel Centro sinistra mi sembra che come nel caso della lettera rubata (del racconto di Poe) buona parte dei protagonisti della discussione rifiuta di vedere elementi del quadro che pure sono sotto gli occhi di tutti e proietta in larga misura le proprie aspirazioni sulla realtà.
Non solo, infatti, la stragrande maggioranza di SeL ma quella del PdCI e il gruppo esiguo ma qualificato che fa capo al movimento del partito del lavoro rischiano di scambiare un’esigenza del tutto condivisibile per una scorciatoia organizzativa. L’esigenza condivisibile è quella di rinunciare a ricomporre la sinistra per aggregazione di gruppi dirigenti di minoranze spesso appartenenti più alla sinistra culturale e che in Francia si chiamerebbe “societale” che al mondo del lavoro; oppure a minoranze attive ed efficaci nelle lotte ma sistematicamente incapaci di pensare una politica delle alleanze (Rifo+Sinistra Critica+Partito Comunista dei Lavoratori…) o ancora (e peggio) a transfughi del qualunquismo di sinistra e di rivolgersi alla ben più vasta platea di lavoratori e cittadini che soprattutto nei piccoli centri, anche per ragioni di continuità di persone, luoghi, istituzioni amministrative, interpretano il Pd come una forma, sia pure indebolita e”diluita” del vecchio Pci. Dalla loro parte questi compagni – soprattutto il gruppo che fa capo alla rivista Progetto Lavoro – hanno una notevole capacità di proposta: come reperire finanziamenti (a partire dalla Cassa depositi e prestiti) per una politica industriale efficace, come uscire dal nanismo industriale, fare inchiesta,
organizzare una proposta di incisivo piano del lavoro che dia senso a politiche1 che strappino concessioni ai rigidi vincoli europei che attraverso il controllo antimonopolistico hanno finito per impedire interventi decisivi nelle crisi industriali. Niente vaniloqui sulla decrescita, un’autentica ammirazione (da me condivisa) per i sistemi industriali che non hanno rinunciato alla presenza pubblica nei settori strategici (siderurgia, energia), un orizzonte che darebbe finalmente concretezza e prospettiva alla difesa spesso eroica ma simile alla fatica di Sisifo dei diritti del contratto nazionale e della legislazione del lavoro. Questi compagni aspirano a contare e incidere nei programmi del centro sinistra perché esso faccia proprie in forma esplicita non un generico “superamento del liberismo” ma un autentico impegno per il superamento del fiscal compact e per una politica europea che consenta alla Banca europea di svolgere un ruolo attivo come prestatore in ultima istanza e soprattutto di intervenire nelle crisi industriali. Ora niente di tutto questo c’è scritto esplicitamente in nessun documento del centro sinistra e le difficoltà finora incontrate dalla presidenza Hollande e dal suo governo indicano che solo una vittoria netta di forze politiche di una sinistra interventista in Germania darebbero respiro a simili politiche che comunque richiedono una smentita di tutta la cultura delle privatizzazioni e dei “beni comuni” che ne sono l’altra faccia, una rivalutazione esplicita dell’esperienza delle PPSS. L’aspirazione a portare queste politiche nel Centro Sinistra ha il merito di affermare, giustamente, che oggi la ricomposizione del mondo del lavoro diviso e parcellizzato dalla precarietà, dalle esternalizzazioni… si realizza ANCHE dall’alto, dal governo ma ha lo svantaggio di non vedere la propria velleità di fronte alla stratificazione di un pensiero politico liberal rispetto a cui il Pd e il centro sinistra non sembrano pronti a operare una radicale revisione anche culturale (non in senso “vendoliano” ma di rigorosa e seria analisi attuale delle classi, della loro composizione, delle possibili alleanze ). Mi sembra, da questo punto di vista, che la dichiarazione di intenti continui a dichiarare che “fulcro (del)conflitto non è più solo l’antagonismo classico fra impresa e operai ma il mondo complesso delle persone che pensano, lavorano e fanno impresa”. Dunque ancora e sempre invece della indispensabile analisi delle nuove forme della composizione di classe e delle alleanze si ripropone una visione indeterminata dei confini degli interessi e delle loro rappresentanze. Questa chiarezza è indispensabile quanto è indispensabile un “programma minimo” di governo, di politica industriale e di intervento attivo nelle crisi. Si ripropone dunque il dilemma che tanti anni fa si impose alla Nuova Sinistra nei confronti del Pci: è chiaro che gli elettori del Pd e del Cs sono nostri interlocutori, compagni in tante lotte e bisogni ma questa unità non si può realizzare se non con una battaglia culturale di lungo periodo e una proposta organizzativa autonoma: altrimenti non basterà “non citare” l’agenda Monti per imporre la nostra.
Vediamo però gli aspetti che indeboliscono la proposta della “Syriza italiana”. Oltre al fatto evidente che la situazione dei lavoratori e dei salariati italiani non è ancora giunta ai livelli di immiserimento di massa della Grecia, questa proposta individua i propri alleati nei movimenti anche molto diversi fra loro e non necessariamente legati all’antagonismo principale (e questa a mio parere resta una debolezza) sperando di trasformare in una forza il rifiuto della politica, l’astensionismo, il consenso al M5S, tutti i prodotti della combinazione di 30 anni di sconfitte sociali e di più di 20 di disgregazione politica. Molti sono gli aspetti che sfuggono a questa analisi che si riassume nella proposta “si può governare anche dall’opposizione come il Pci negli anni Settanta”. Perché questa analogia non regga a un minuto di analisi è talmente evidente da non meritare nemmeno di essere confutata. Anche più grave è la fiducia di poter “capitalizzare” politicamente una rabbia antipolitica pure più che giustificata da comportamenti castali insopportabili ma la cui altra faccia può diventare la richiesta (sfiduciata, rabbiosa ma richiesta) di soluzione immediata dei propri immensi problemi economici e sociali. Oggi è ben difficile leggere non il significato politico di lungo periodo ma le scelte politiche immediate di quadri e militanti di lotte che ieri ci saremmo trovati subito accanto (nella Nuova Sinistra e/o nel Pci): come si tradurrà elettoralmente la coraggiosa dichiarazione di autonomia che tanti giovani operai di Pomigliano ci hanno lanciato una mattina di maggio di due anni fa? Brevemente unificati nelle lotte difensive (ma più spesso separati dalle feroci esigenze del mercato del lavoro) quando i lavoratori diventano “cittadini come tutti gli altri” esprimono oggi una sfiducia che ieri si è rivolta alla Lega, oggi forse al M5S o all’astensionismo ma che – come ho scritto – esprime più un bisogno di delega che una capacità di organizzazione autonoma. Il rischio, dunque, per una Syriza italiana rivolta ai movimenti ed eventualmente all’IDV o a suoi segmenti è di essere percepita (e quindi, in realtà, di essere) non una proclamazione identitaria e settaria da “sinistra comunista” ma un’adunata dei refrattari…
E' dunque, innanzitutto, necessario moltiplicare i centri di discussione e riflessione sul programma: oggi assistiamo a una contraddizione mai abbastanza sottolineata. Da un lato la mentalità diffusa continua a denigrare e screditare tutto ciò che è pubblico e statale, a temere l’accusa di statalismo, un sottoprodotto dell’antipolitica. Ma quando si tratta di risolvere specifiche situazioni (fu messo in luce nel’estate del 2011 da una importante inchiesta svolta da RC di Piombino sui dipendenti delle industrie della Val Cormia, molte delle quali ex PPSS) emerge la richiesta (la pretesa?) di intervento pubblico. Come trasformare queste esigenze in programma politico coerente?
A questo scopo, portare in parlamento un gruppo di deputati non è irrilevante, per le ragioni prima indicate: avere un effettivo strumento di pressione per far conoscere e se possibile avanzare le nostre priorità.
Indubbiamente la proposta dei referendum – anche se inizialmente pensata a scopi politicistici dall’IDV – ha il merito di porre al centro dell’attenzione alcuni dei più cruciali aspetti della condizione dei lavoratori. Come lavorerà la contraddizione all’interno del CS: dato che SeL dovrà necessariamente portare nella discussione sul programma i temi dei referendum e in particolare il mostro giuridico dell’art 8 che rischia di vanificare addirittura la legislazione sociale e dato che certamente molti elettori Pd firmeranno i referendum? Non ci è dato sapere e d’altra parte la dolorosa esperienza del 1985 e del 2003 ci induce a sperare che la raccolta di firme sia uno strumento di pressione per risolvere i quesiti per via legislativa. Ma i referendum non bastano come strumento di unificazione politica, nonostante la loro importanza.
La proposta di autoconvocazione dei compagni Astengo e Turchi, analoga anche se non identica a quella lanciata da altri compagni e compagne anni fa (dopo la sconfitta del 2008) di convocazione dei delegati e rappresentanti di RSU che fanno riferimento alla nostra area (anche se senza affiliazioni specifiche) ha il merito di chiamare a raccolta non il “fronte del rifiuto” ma un tessuto di donne e uomini che nei luoghi di lavoro (compresi quelli precari) si organizzano e – nel caso delle RSU – dispongono della credibilità necessaria per avere il voto dei loro compagni di lavoro. Vale certamente la pena di discuterne anche per non rimandare e delegare tutto a scelte di riforma elettorale che sfuggono del tutto alla nostra influenza …
Maria G Meriggi, Milano
1 Che sono possibili, ad esempio, secondo Luigi Vinci già parlamentare europeo di RC per 2 mandati.

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