martedì 9 ottobre 2012

ASTENSIONISMO ED EMANCIPAZIONE POLITICA DEL MOVIMENTO OPERAIO


Il titolo di questo intervento vorrebbe richiamare il discorso della ricostruzione storica del processo di emancipazione del movimento operaio, in particolare in Occidente, riprendere il significato della lotta per il suffragio universale, maschile e femminile, come momento decisivo della capacità di imporre la forma “moderna” della rappresentatività politica, al di là anche della stessa definizione leniniana della “Duma come tribuna rivoluzionaria” oggi sappiamo bene, in questa fase di vera e propria “Controriforma della democrazia” come il significato profondo di quella frase risultasse molto più complesso della sua semplice espressione.
Una parte cospicua delle risposte che stiamo ricevendo all’appello: “Perché la sinistra d’alternativa ritorni nel Parlamento Italiano” appaiono adombrare la necessità di “saltare un giro” dal punto di vista elettorale e di rifugiarsi, nella sostanza, all’interno delle realtà delle lotte sociali, ripartendo da quel punto per cercare di ricostruire una adeguata soggettività politica, di cui si conviene di lamentare l’assenza.
Torna, insomma, in dimensioni inusitate il tema dell’astensionismo: scoprire questo stato di cose potrebbe sicuramente apparire come la scoperta dell’acqua calda, si dirà, in questa situazione di assoluto degrado della presenza della politica nel Paese e di sondaggi che danno la somma di astenuti (certi) e d’indecisi attorno al 50% dell’intero corpo elettorale.
Dal nostro punto di vista, però, ci troviamo in una situazione particolare, perché il target che esprime questo tipo di opzione è composto di militanti che hanno percorso, in molti casi, una lunga strada all’interno delle vicende più recenti del movimento operaio e della sinistra italiana e che esprimono così un disagio molto forte, cui il semplice (eppur desiderato) richiamo unitario, sia pure posta sulla carta non eccessivamente impegnativa di un appello, appare del tutto insufficiente.
Il titolo di questo intervento vorrebbe richiamare il discorso della ricostruzione storica del processo di emancipazione del movimento operaio, in particolare in Occidente, riprendere il significato della lotta per il suffragio universale, maschile e femminile, come momento decisivo della capacità di imporre la forma “moderna” della rappresentatività politica, al di là anche della stessa definizione leniniana della “Duma come tribuna rivoluzionaria” oggi sappiamo bene, in questa fase di vera e propria “Controriforma della democrazia” come il significato profondo di quella frase risultasse molto più complesso della sua semplice espressione.
Ma non è certo il caso che, in quest’occasione, ricostruisca questo pezzo di storia che tutti noi conosciamo benissimo.
Vale la pena, invece, indagare sulle ragioni di fondo per le quali il tema dell’astensione, tra le militanti e i militanti della sinistra d’alternativa sia ritornato ad avere presa in una dimensione sicuramente incisiva.
Non credo proprio che valga il dato del corrompimento della classe politica sul piano morale ed anche quello del disfacimento intellettuale che ci attraversa profondamente.
Certo: si tratta di fattori assolutamente determinanti.
Esiste, però, a mio giudizio un elemento di fondamentale importanza che deve essere affrontato con grande capacità d’analisi: quello relativo all’assenza di una soggettività di massa in grado, non soltanto di fare sintesi, proposta, organizzazione politica ma anche di rappresentare un baluardo al riguardo del meccanismo, apparentemente inesorabile, del “corrompimento parlamentare”.
La lotta per il suffragio universale e l’affermazione, in varie forme e dimensioni, delle forze rappresentative del movimento operaio ha avuto, in quel ‘900 di cui ostinatamente non intendiamo negare l’insegnamento di fondo, il suo sbocco nell’emergere di grandi formazioni di massa capaci, tra contraddizioni enormi che nessuno di noi intende negare, di lavorare per l’integrazione di tutti i soggetti che vi erano rappresentati.
Nel meccanismo di quell’integrazione aveva parte rilevante e decisiva la questione della rappresentatività politica e, di conseguenza, quella istituzionale, a tutti i livelli, a partire dal Parlamento.
La trasformazione dei partiti nella dimensione attuale, che fa presagire addirittura un ritorno all’ottocentesca visione del “partito dei notabili”, sia pure correlata alle dinamiche della velocizzazione delle relazioni sociali, attraverso la stupefacente innovazione tecnologica che stiamo vivendo, appare essere la ragione per la quale il dato della “rappresentatività politica” appare del tutto trascurabile agli occhi di molti che, pure, hanno vissuto la fase in cui il suffragio rappresentava materialmente l’opzione più importante per il riscatto sociale delle grandi masse diseredate.
Votare oggi, per una soggettività – sia pure precaria – della sinistra d’alternativa, che si presenti come diretta erede della nostra grande tradizione storica, può assumere il profondo significato di un rilancio del concetto di rappresentatività, in luogo di quelli dominanti di governabilità e di espressione diretta del personalismo mutuato dal “partito elettorale personale”.
Una possibilità di ritorno, nello specifico del “caso italiano”, di ritorno a una presenza in parlamento che avvenisse in forma del tutto autonoma dallo schiacciarsi all’interno di coalizioni governiste, ma collegando forze in nome della necessità di un progetto di “opposizione per l’alternativa”, potrebbe rappresentare un punto fondamentale di recupero per una prospettiva politica complessiva: tenendo ben conto che, dalle lotte di massa che pure vanno sacrosantamente portate avanti con forza, non si riuscirà, proprio per le caratteristiche della fase, a porre la questione del “soggetto politico” in una dimensione adeguata.
Tornare a votare quindi alle elezioni politiche generali se ci sarà fornita la possibilità di una presenza adeguata al livello dello scontro, ponendoci anche nella condizione d’impegno complessivo per superare i diversi ostacoli che si presenteranno (non conosciamo la nuova legge elettorale e di conseguenza l’entità delle possibili soglie di sbarramento): questa è l’indicazione che mi sento di sostenere, comprendendo benissimo come il compito più urgente è quello di fornire un contributo a costruire il tipo di presenza cui facevo cenno e che, in questo momento, è ben lontana dal materializzarsi sulla scena politica.
Non votare alle primarie, mi sento invece di ribadire questa necessità: le primarie appaiono l’occasione per una regolazione di conti all’interno di gruppi di potere separati e tenuti assieme (come abbiamo ascoltato recentemente a Genova, dal politologo di Harvard, Kenneth Allan Shepsle), da una sorta di somma di “interessi personali”, intesi quale fattore prevalente nell’agire politico dell’oggi.
Ecco: costruire una presenza politica e fornire un’occasione di voto alle prossime elezioni legislative generali in controtendenza rispetto a questo quadro, anche attraverso le forme stesse della campagna elettorale intesa quale momento effettivo di “visibilità delle idee”, potrebbe proprio valere la pena.
 Franco Astengo

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Condivido, ma sembra di pestare l'acqua in un mortaio. Purtroppo siamo ancora alle prese di condizionamenti che hanno pesantemente inficiato le possibilità della sinistra in passato. L'orticello di casa super rivoluzionario condito da personalismi leaderistici continuano ad essere gli ostacoli maggiori alla prospettiva da noi auspicata. Rimango dell'idea che, al di là di chi propone, l'importante è che la proposta politica sia convincente. Non si tratta di conquistare l'elettore di sinistra disilluso semplicemente con una proposta organizzativa. Di per se non sarebbe sufficiente. Il richiamo agli ideali deve essere mediato in un programma, sintetico il più possibile, che permetta all'elettore di fare una scelta di merito nettamente diversa e alternativa rispetto ai programmi della destra e del centro "sinistra”. Penso che un’aggregazione la quale assolvesse semplicemente alla funzione di dare visibilità ad un qualsiasi detentore della “verità” di turno non solo fallirebbe lo scopo, ma porrebbe una seria ipoteca sulla possibilità di riprendere credibilità in tempi ragionevoli. Lenin rappresenta una figura di riferimento per il movimento comunista internazionale perché lo è stato nel suo contemporaneo e perché ha saputo vedere oltre il contingente. Non vedo nella sinistra italiana personalità obiettivamente paragonabili ad esso. Al contrario ne vedo molte che soggettivamente si sentono a quel livello. Credo che queste persone dovrebbero scendere dall’albero e mischiarsi a noi comuni mortali. Verrà il tempo in cui potranno mostrare il loro valore, se ne hanno. Per il momento l’importante è capire che non si devono più fare le corse con lo striscione per prendere la testa del corteo, si deve marciare tutti assieme sotto un unico striscione. A mio modo di vedere questa è l’unica situazione che può riaprire una speranza anche sul piano elettorale.
G. Angelo Billia

Giuliano Falco ha detto...

Cari amici,
>sono andato sul blog ma, nonostante la mia esperienza di blogger non
>sono riuscito a commentare l'articolo, così lo faccio da qui.
Nonostante tutto non riesco ad avere molta simpatia per le elezioni.
Però riconosco che manca nel parlamento (ma soprattutto fuori) una
reale sinistra che sappia controbbattere le destre e proporre una
visione di un mondo diverso. Prima che l'alba (dorata) ci sorprenda,
dovremmo darci da fare! Però, mi chiedo, questi nuovi deputati come
verrebbero selezionati? Non è che una volta eletti, passano dall'altra
parte?
Giuliano

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