martedì 7 gennaio 2020

LE RAGIONI DEL FRONTE POPOLARE


LE RAGIONI DEL FRONTE POPOLARE di Franco Astengo
 Appare come assolutamente da assolvere l’esigenza di aprire una ricerca sul passato affrontando anche i nodi più complicati che via via si sono presentati nella nostra storia dato che ci troviamo in una fase nel corso della quale ci siamo assegnati un compito di proposta per l’apertura di un processo di ricostruzione a sinistra coltivando l’obiettivo di superare divisioni ormai considerate antistoriche.
La formazione del Fronte Popolare, uscito poi nettamente sconfitto dalle elezioni del 1948, rappresenta sicuramente un punto di non facile discussione non soltanto sul piano storico ma anche su quello di una possibile comparazione con l’oggi e la prospettiva di nuova soggettività.
Generalmente si tende a considerare il Fronte Popolare come un errore compiuto per l’acquiescenza alla logica dei blocchi, in quel momento particolarmente serrata e incidente anche sulle dinamiche di politica interna: Fronte Popolare considerato anche come occasione colta dai comunisti per conquistare, utilizzando schemi ritenuti successivamente di vera e propria strumentalizzazione, l’egemonia a sinistra dopo che le elezioni per l’Assemblea Costituente avevano visto lo PSIUP sopravanzare, sia pure di poco, il PCI.
La formazione del Fronte viene quindi assegnata al preponderante peso della situazione internazionale e alla necessità di schierarsi all’interno di essa trascurando, nello sviluppo dell’analisi storica, motivazioni più direttamente legate all’analisi della situazione italiana di quel momento.
Vale però la pena di soffermarsi sotto questo particolare aspetto, andando per ordine.
In quegli anni la società italiana sembrò divisa in due parti: quelli che possedevano molto e quelli che avevano poco o niente.
Anche il rimescolamento e la mobilità che c’erano stati negli anni 1942 – 43 per l’arricchimento dei borsari neri e degli speculatori sembravano finiti.
La mobilità aveva interessato anche le classi popolari, ma si era trattato di un fenomeno congiunturale perché non erano stati creati nuovi canali di accesso alle classi superiori.
Il mondo dei ricchi fu visto perciò come globalmente contrapposto a quello dei poveri e le distanze apparivano, con il metro di allora, molto grandi.
Il lavoro era perciò considerato ancora come un fattore essenziale nella vita di un uomo, e non solo quello specializzato di cui andavano orgogliosi alcuni strati operai e gli artigiani, ma anche il più modesto: era una conquista importante da realizzare e da mantenere.
All’elementare contrapposizione tra poveri e ricchi esistente nell’immaginario collettivo i socialisti e i comunisti diedero un’interpretazione e una rappresentazione rigidamente classista.
Non si trattava di un’interpretazione arbitraria perché proprio durante la guerra era rinata, tra gli operai delle grandi fabbriche e anche in alcuni strati contadini, la coscienza di classe.
Ma era insufficiente a esprimere la più complessa e variegata realtà italiana, in cui tensioni verticali e orizzontali spesso s’intrecciavano.
Di conseguenza il PCI e il PSI, subita anche la scissione socialdemocratica, non riuscirono a dare piena espressione, politica e organizzativa, né al malcontento dei poveri né al disagio di tutti quelli che, pur non essendo né operai né contadini, si sentivano in opposizione alla classe dirigente.
La formazione del Fronte Popolare rispose comunque anche a questa rinnovata coscienza di classe resa immediatamente plausibile dal quadro diretto di contrapposizione sociale allora in atto: il Fronte si trovò di fronte ad una DC che, al netto dell’appoggio USA e della Chiesa, era riuscita a costruire intorno a sé una particolare rete di rapporti sociali che sarebbe limitativo definire interclassista e che sarebbe più utile chiamare trasversalista.
La DC riuscì, infatti, a ottenere una rappresentatività che ebbe come carattere fondamentale la sua trasversalità: il ceto dirigente democristiano fu in grado di rappresentare, con una efficace opera di mediazione, non solo classi diverse, ma anche realtà sociali diverse, urbane e contadine, caratterizzate da differenze che riguardavano non solo gli interessi economici, ma anche atteggiamenti mentali il cui cemento unitario era rappresentato dall’ideologia cattolica, intesa però come sistema di valori più sociali che religiosi.
La DC poi scelse di attirare a sé quello che De Gasperi definì “il quarto partito”, quello rappresentato dalla Confindustria di Costa capace di “paralizzare e di rendere vano ogni sforzo organizzando il sabotaggio del prestito, la fuga dei capitali, l’aumento dei prezzi e le campagne scandalistiche”.
Intanto la lotta sociale si fece sempre più dura: negli scontri tra dimostranti e polizia avvenuti il 7 marzo del 1947 a Messina, il 13 aprile a Petilia Policastro e il 22 aprile a Roma vi furono alcuni morti.
Il Primo maggio vi fu l’eccidio di Portella della Ginestra: una lunga striscia di sangue percorse poi l’Italia della lotta di classe almeno fino al tragico luglio ’60 e il complicato avvio del centro sinistra.
 In quel momento però tra DC e Fronte si trattò di una scontro condotto in buona parte sulla base di differenti sistemi di valori, cui la “politica” consentì comunque di fare argine all’espressione di eccessi integralistici, come dimostra del resto il lavoro di stesura della Carta Costituzionale.
 Potrà essere allora utile ragionare sugli elementi offerti attraverso un lavoro di comparazione storica che esamini ciò che si verificò anche alla luce di considerazioni poste al di fuori dagli schemi usuali.
 Inoltre l’utilizzo del riferimento al passato dovrà contribuire a definire il futuro.
Si tratta di capire l’avvenuto vero e proprio “rovesciamento del mondo” ricercando i punti sui quali intrecciare la memoria storica con le motivazioni dell’attualità.
In questo modo potrà emergere l’idea di una ripresa di soggettività politica posta in grado di tornare a incrociare l’articolazione della sensibilità sociale per recuperare l’idea di riorganizzare una sinistra fondata su di un comune sistema di valori all’altezza delle contraddizioni emergenti nell’oggi e nel domani.


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