HAMMAMET
di Franco Astengo
Dalla
visione del film di Amelio sorge un interrogativo cui possono seguire
come risposta almeno tre altri quesiti, per un racconto che, come
scrive Mereghetti, “rimane un po’ sospeso”.
La
domanda è questa:Perchè un film tutto incentrato su di una
sofferenza a prima vista assolutamente fisica ma derivante da
una vicenda completamente politica , la politica stessa rimane sullo
sfondo quasi co0me un convitato di pietra di cui si intravedono
soltanto i lati oscuri?
I
tre quesiti di risposta possono essere così riassunti:
1)
Forse perché si vuol intendere la sofferenza come ricerca della
redenzione?
2)
Oppure si vuol intendere la sofferenza come metafora della decadenza
cui sarebbe andata incontro l’Italia dal momento del crollo del
sistema dei partiti?
3)
Ancora : come l’occasione di offrire una tribuna senza
contraddittorio per costruire, ancora una volta, l’ipotesi del
“tutti colpevoli, nessun colpevole”?
Il
dato politico più rilevante che sortisce dalla visione del film
riguarda il ruolo di completa supplenza esercitato dai settori della
magistratura impegnati dentro quel drammatico frangente.
In
questo senso Le vicende legate al dissolvimento della Repubblica dei
Partiti a cavallo degli anni’90 è stata così riportata in primo
piano dal film, opera di un regista intimista come Gianni Amelio .
Un
film preso a semplice pretesto dalla solita abile strumentalizzazione
ad opera di Bruno Vespa per una sua rutilante trasmissione, nel corso
della quale Martelli e Cicchitto (a parte la posizione di Stefania
Craxi) hanno riportato in campo la vittimista teoria del complotto,
con rari accenni al quadro politico di allora.
Un
quadro politico quello dei primi anni’90 che è bene ricordare fu
segnato dalla caduta del Muro e dal trattato di Maastricht, elementi
decisivi assieme a Tangentopoli nel processo di trasformazione del
sistema politico italiano.
In
quella fase tutti ii partiti storici non trovarono forza e ragioni
per evitare la dissoluzione e sparirono tutti, compreso il PCI che
anzi anticipò quella storia di dissolvimento nel nulla: è bene
ricordare questo punto.
Dal
confronto avvenuto a “Porta a Porta” di cui è stato protagonista
anche un Piero Fassino totalmente sulla difensiva (all’inizio ha
definito le sentenze della magistratura “valutazioni”) è emerso,
almeno a mio giudizio, come per un’intera generazione (quella che
ormai è al tramonto nella vita politica italiana e della quale una
parte è stata spazzata via proprio da quelle vicende) ci sia ancora
molto da scavare e le analisi fin qui sviluppate risultino incomplete
attorno a nodi decisivi sia al riguardo del quadro internazionale,
dell’Europa, del ruolo –oggi – dello “Stato Nazione”, della
stessa dinamica democratica.
Siamo
rimasti in superficie e di fatti ci troviamo ancora in una
transizione che appare eterna ,mentre sono fallite tutte le ipotesi
sullo “sblocco del sistema politico”, il bipolarismo “temperato”,
l’alternanza.
Di
tutta una lunga stagione è rimasto soltanto il vuoto del
trasformismo.
Si
può celebrare la sofferenza per arrivare al trasformismo ?
Riaprire
un varco di discussione a sinistra è obbligatorio e indispensabile:
a patto però di non cercare verità di comodo.
Per
ricostruire serve proporre un ragionamento complessivo partendoda una
completa assunzione di responsabilità e guardando concretamente agli
esiti di questi trent’anni.
Esiti
assolutamente disastrosi: una società sfrangiata, individualista e
neo – corporativa; evidenti segni di arretramento storico sul piano
della dinamica sociale e culturale; un’idea della politica di
ritorno a logiche di notabilato; la quasi estinzione della dimensione
pubblica delle nostre idee di uguaglianza e di rapporto tra esse e
l’intreccio tra giustizia sociale e libertà.
In
sostanza è avvenuto il passaggio dell’agire politico da fatto
culturale a questione di sola immagine e nessuno sta cercando
seriamente di contrastarne gli effetti.
Ritornare
alla teoria del complotto per giustificare Hammamet non serve:
tentare di farlo anche utilizzando proprio la categoria della
sofferenza vissuta farebbe parte – appunto – del ritorno
all’indietro.
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