ALLA GUIDA E ALLA TESTA di
Franco Astengo
Le dimissioni del “Capo Politico” (fantasiosa invenzione
lessicale, come quella riguardante i “facilitatori”) del Movimento 5 stelle si
sono verificate in un clima politico di assoluta democristianità nel pieno
vortice delle lotte di corrente: sembrano proprio tornati i tempi delle “suore
dorotee” (copyright di Luigi Pintor).
E’ presto per affermare che si è chiusa un’epoca: certo che la
logica dell’“uno vale uno” e del Parlamento “aperto come una scatola di tonno”
ha subito una brutta botta.
L’effetto più dirompente, a livello di opinione pubblica, sembra
già essere in atto: l’effetto è quello della disillusione ormai in corso da
tempo e che ha prodotto un primo risultato, quello di un ulteriore radicamento
a destra di una parte consistente dell’elettorato.
Radicamento a destra cui ha contribuito anche la parabola di
Matteo Renzi alla guida del PD.
Infatti, al di là dell’esito delle elezioni di Emilia e Calabria
di domenica prossima è evidente come sia già avvenuto un rilevante spostamento
verso le posizioni della Lega, sempre più caratterizzate da pulsioni razziste
(intanto pezzi consistenti degli ex-votanti di Forza Italia sono passati ai
para – fascisti di Fratelli d’Italia).
Tutto questo è avvenuto in una situazione di partecipazione al
voto sostanzialmente stagnante: una situazione che ci indica come la dirompente
(a suo tempo) ascesa del M5S non è sicuramente servita a ri - orientare settori
sociali già approdati all’astensionismo.
Si accentua ulteriormente la
fragilità del sistema.
Una fragilità che diventa il
principale problema della complessa situazione politica italiana.
Va ricordato ancora come
esista una differenza sostanziale tra lo “stare alla testa” e lo “stare alla
guida”: una diversità facilmente intuibile attraverso una semplice analisi dei
fatti torno sullo spostamento a destra.
Assistiamo a un rigurgito di tensione verso
vere e proprie forme di fascismo che rappresentano più di quanto non appaia a
prima vista elementi molto più strutturati dentro il sistema.
Elementi di tensione verso vere e proprie
forme di fascismo non certo contrastabili soltanto reclamando un semplice
ingentilimento del linguaggio.
Cerchiamo allora di
analizzare alcuni degli elementi che hanno portato a questo stato di cose,
rammentando che la pratica sparizione della sinistra è stata anche dovuta all’incapacità
dei soggetti che la rappresentavano a costituire nella società italiana un
riferimento di vera e propria “controcultura”.
Soffermarsi
sull’analisi delle caratteristiche di fondo presentate dal fascismo nel corso
della sua parabola compiuta all’interno della storia d’Italia non risulta essere
mero esercizio di comparazione storica, ma significa soprattutto ritrovare
elementi di assoluta attualità nei comportamenti e nelle scelte politiche
dell’oggi: un lavoro che consente di rintracciare spunti davvero fecondi per
comprendere la fase in cui viviamo.
Questi i motivi principali per i quali
può essere formulato un giudizio così netto che, pure, molti giudicheranno come
assolutamente azzardato:
1) Prima di tutto
la situazione attuale discende direttamente da un processo del tutto esagerato
di personalizzazione della politica, adottato in Italia con forme peculiari
inseguendo il modello portato avanti da Silvio Berlusconi. Berlusconi è stato
il creatore di una “forma – partito” assolutamente inedita anche nel panorama
internazionale, quella del “partito – azienda”. “Partito – azienda” retto –
ovviamente – da un solo “dominus”, il padrone. Una personalizzazione della
politica estesasi a tutti i livelli centrali e periferici, alimentata a
sinistra dal micidiale meccanismo delle cosiddette “primarie” vissute
esclusivamente attraverso il meccanismo dell’individualismo competitivo;
2) Il meccanismo
della personalizzazione della politica si è verificato nella vera e propria
“desertificazione” del sistema politico (fenomeno verificatosi non solo a
sinistra, attenzione!) attuatosi in coincidenza con la trasformazione del PCI.
I partiti si sono ridotti, PD compreso in particolare nella fase
Veltroni/Renzi, a vivere esclusivamente della “volontà di potenza”. Lo aveva
già scritto Matteo Pucciarelli, utilizzando anche una citazione di Barbara
Spinelli, in un suo articolo “Post – comunisti allo sbaraglio” apparso sul
numero 7/2013 di Micromega. L’articolo conteneva anche un’altra citazione
particolarmente lunga dal “Sarto di Ulm” testamento politico di Lucio Magri nel
quale l’ex-segretario del PdUP spiega con particolare capacità d’analisi i
meccanismi di fondo che hanno presieduto alla trasformazione del PCI, avvenuta
esclusivamente in funzione del concetto di esaurimento dell’azione politica
all’interno della governabilità. Personalizzazione e volontà di potenza: un
intreccio che ha finito con il produrre il ritorno del principio del “furherprinzip”,
nell’espressione di una filosofia del tipo “ o con me o contro di me”. Così andò
il referendum del 2016 e così saranno le elezioni in Emilia Romagna di domenica
prossima. I protagonisti possono passare ma il principio resta come vero e
proprio “cancro” del sistema.
3) Il terzo
elemento che ha provocato l’aprirsi di questa voragine è stato quello del
richiamo alla piccola borghesia sollecitandone le pulsioni più immediate:
rottamazione e Vaffaday al loro tempo hanno sicuramente aperto la strada avendo
il tratto in comune di quella che, semplificando al massimo, si può ancora
definire come “antipolitica”. Piccola borghesia consumistica e impoverita,
dagli appetiti magari malsani, che in una società complessa come l’attuale può
ben ricoprire il ruolo di rompere (agitando anche falsi obiettivi) la forza dei
ceti subalterni. Naturalmente questa piccola borghesia dagli appetiti malsani
non approderà mai alla gestione effettiva del potere. I “pifferai di Hamelin”
che la governano (Grillo, Renzi, adesso Salvini) portandola a spasso, nella
realtà ma soprattutto nell’illusione mediatica e del web, sanno bene che
l’antica dittatura della grande finanza pienamente affermatasi con il ciclo
aperto dalla crisi dei “subprime” del 2007, appare – in questo momento – del
tutto inscalfibile;
4) Esistono punti
di differenza tra Grillo, Renzi e Salvini ma egualmente riscontrabili nella
mitologia del fascismo. E’ stata agita, da parte di Renzi, l’offa di una
rottamazione di stampo giovanilistico che sembrava appartenere di più a un
filone di tipo “futurista” interpretato riduttivamente nella dimensione da
ufficialetto degli arditi, mentre Salvini è apparso più truculentemente
populista, agitatore anche di un certo tipo di “squadrismo”. Differenze importanti
ma che tendono egualmente a saldarsi nel nome della comune avversione di una
rappresentanza politica come quella del tipo di democrazia repubblicana
prevista (e praticata) dalla Costituzione. Grillo, Renzi, Salvini invece, sono accomunati
soltanto dall’espressione di una politica di potenza di tipo personale
appoggiata indistintamente da soggetti opachi dal punto di vista degli
intendimenti democratici.
Questo
scenario, del tutto disastroso, caratterizzato da un’involuzione di tipo
sostanzialmente autoritario è ben presente nelle possibilità di sviluppo della
nostra situazione politica: mi permetto di insistere su questo punto ben
presente ormai da diverso tempo come possibilità concreta sfruttando la già
citata fragilità del sistema.
Tornando
all’attualità: verifichiamo un cedimento prima di tutto sul piano dell’identità
sociale verso il populismo – sovranismo. Il M5S ha pensato di ovviare
attraverso l’antico esercizio del trasformismo, attuato secondo le regole
ferree dell’autonomia del politico ma regole non scritte hanno imposto la loro
legge e adesso si trovano a fare i conti con una crisi di dimensioni
esponenziali e così ha pagato un improvvisato “capo politico” convinto nell’illusione
dello “stare alla testa” senza conoscere la necessaria capacità dello “stare
alla guida”.
Un trasformismo
accettato imprudentemente da PD e LeU nella solita logica di far argine a un
presunto “ peggio”. Si chiude una
parabola (molto di più di una crisi di leadership come ha scritto Norma Rangeri
sul Manifesto), ma il peggio è già “dentro” ben oltre l’esito provvisorio di
un’elezione regionale.
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