L’ATTUALITA’ DELL’UGUAGLIANZA: A 99 ANNI DALLA FONDAZIONE IN ITALIA DEL
PARTITO COMUNISTA
Il 21 gennaio 2020 si compiono 99 anni
dalla fondazione del Partito Comunista d’Italia.
Mi permetto di far procedere da una notizia
apparsa oggi sui giornali un sintetico ricordo di quello che concretamente è
stato il Partito Comunista nel nostro Paese.
Chi leggerà comprenderà benissimo come, dentro
le grandi contraddizioni storiche e la realtà di un complesso dibattito
politico, sfruttamento e disuguaglianze rappresentino ancora una
(insopportabile) priorità in una società articolata come quella nella quale
viviamo.
Dunque ecco di seguito (da Repubblica. it)
Oxfam, le diseguaglianze si
accentuano. Duemila Paperoni più ricchi di 4,6 miliardi di persone
In Italia l'1% più
ricco detiene quanto il 70% della popolazione. A pagare il prezzo più alto sono
donne e giovani. Oltre il 30% dei ragazzi guadagna oggi meno di 800 euro lordi
al mese mentre il 23% degli under 29 versa in condizioni di povertà lavorativa.
Crescono gli abbandoni scolastici: peggio di noi solo Spagna e Romania.
Jeff Bezos, patron di Amazon, nel 2018 perse per un po' lo scettro di uomo
più ricco del mondo, riconquistandolo poco dopo. Tutto riconducibile a un sali
e scendi delle azioni in Borsa. Se non fosse per questa variabile, prontamente
registrata dai media, il quadro delle diseguaglianze di ricchezza e reddito nel
mondo non è che sia cambiato di molto da un anno all'altro, anzi forse è
peggiorato e peggiora per le nuove generazioni. Ce lo ricorda puntuale come
ogni anno Oxfam alla vigilia del meeting annuale del World economic Forum a
Davos dove si incontreranno a giorni gli uomini più ricchi o più potenti del
pianeta. Un antidoto, quello di Oxfam, al rischio di una assuefazione di massa
alle diseguaglianze.
E sì perché a scorrere i numeri i Paperoni di Forbes son sempre lì. In 2153, forti di un patrimonio di 2.019 miliardi (dati di metà 2019), vantano una ricchezza superiore a quella complessiva di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione mondiale.
E sì perché a scorrere i numeri i Paperoni di Forbes son sempre lì. In 2153, forti di un patrimonio di 2.019 miliardi (dati di metà 2019), vantano una ricchezza superiore a quella complessiva di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione mondiale.
Una ricchezza quindi
tutta concentrata al vertice della piramide sociale. Un esempio? Tutte le donne
del continente africano messe insieme hanno più o meno la ricchezza dei 22
uomini più ricchi del mondo. Numeri spaziali. E sì perché se il patrimonio di
una delle persone più ricche del mondo fosse impilato con banconote da 100
dollari bucherebbe lo spazio suborbitale terrestre, superando i cento
chilometri d'altezza. Immagini forti che tali rimangono perché negli ultimi tre
decenni la crescita economica su scala globale che pur c'è stata, non ha avuto
affatto un carattere inclusivo. Reddito e ricchezza salivano, ma si fermavano
al top della piramide. Non solo. Appena il 4% degli introiti fiscali deriva da
forme di tassazione della ricchezza. Ben diversa da quella sul reddito. E' un
po' pochino. Certo le cose cambiano da Paese a Paese, ma che la redistribuzione
sia lontana da un livello equo è evidente.
E in Italia? Esistono e persistono diseguaglianze. Ecco i dati. A metà 2019 la quota di ricchezza in possesso dell'1% più ricco superava la quota di ricchezza complessiva detenuta dal 70% degli italiani più poveri sotto il profilo patrimoniale. Ricchi e poveri. Ma ciò che colpisce è che nell'ultimo ventennio la ricchezza dei più facoltosi è salita del 7,6%, quella del 50% dei più poveri si è ridotta del 36,6%. Una redistribuzione al contrario. E non è che in fatto di reddito le cose stiano diversamente. D'altra parte le retribuzioni in media son tutt'altro che salite (anche se non tutte). Tant'è che nel 2018 l'indice di Gini, che misura le diseguaglianze, collocava l'Italia al 23° posto nella Ue a 28. Paese ineguale insomma.
E in Italia? Esistono e persistono diseguaglianze. Ecco i dati. A metà 2019 la quota di ricchezza in possesso dell'1% più ricco superava la quota di ricchezza complessiva detenuta dal 70% degli italiani più poveri sotto il profilo patrimoniale. Ricchi e poveri. Ma ciò che colpisce è che nell'ultimo ventennio la ricchezza dei più facoltosi è salita del 7,6%, quella del 50% dei più poveri si è ridotta del 36,6%. Una redistribuzione al contrario. E non è che in fatto di reddito le cose stiano diversamente. D'altra parte le retribuzioni in media son tutt'altro che salite (anche se non tutte). Tant'è che nel 2018 l'indice di Gini, che misura le diseguaglianze, collocava l'Italia al 23° posto nella Ue a 28. Paese ineguale insomma.
Questi dati ci indicano
che deve rimanere inalterata la consapevolezza di una evidente necessità di continuare
a lottare per l’uguaglianza e la solidarietà mantenendo una forte tensione
internazionalista da opporre alla logica di chiusura imposta dalla fase
declinante della globalizzazione segue un particolare ricordo di questo
anniversario:
IL RUOLO DEL PARTITO COMUNISTA
ITALIANO PER LA COSTITUZIONE E IN DIFESA DEI LAVORATORI
In questa occasione riguardante il
doveroso ricordo dei 99 anni trascorsi dalla fondazione del Partito Comunista
si è pensato di non ricorrere a una delle consuete analisi storico - politiche
ma di ripercorrere, principalmente attraverso i dati, le tappe fondamentali
dell’impegno e del sacrificio dei comunisti nella costruzione della democrazia
repubblicana arrestandoci al punto di svolta nella sua affermazione (ancora
incompleta e successivamente in forte arretramento come stiamo costatando
nell’attualità) fissato con i moti del Luglio’60.
Dunque andando per ordine:
1) TRIBUNALE
SPECIALE FASCISTA
Dalla sua istituzione, primo febbraio
1927, al suo scioglimento, con la caduta del regime il 25 luglio 43, il
tribunale speciale per la difesa dello stato processò 5.619 imputati -
condannandone 4.596. Gli anni totali di prigione inflitti furono 27. 735, 42 le
condanne a morte, di cui 31 eseguite, 3 gli ergastoli. 4.497 processati erano
uomini, 122 le donne, 697 i minorenni. Tra le categorie professionali, 3.898
imputati erano operai e artigiani, 546 i contadini, 221 liberi professionisti.
Furono 4596 i condannati del Tribunale
speciale, molti dai nomi oscuri, operai, artigiani, originari di diverse
regioni del nostro Paese che con il loro coraggioso comportamento davanti agli
arroganti militari che usurpavano il titolo di giudici hanno riscattato il
titolo d'Italia, allora compromesso dalla sua classe dirigente,
dall'indifferenza dei più.
Dei 4596 condannati circa 3.800 erano
iscritti al Partito Comunista, a partire dalla gran parte del gruppo
dirigente con il “processone” del ’28 furono condannati a ventidue anni e nove
mesi Umberto Terracini; a vent'anni e quattro mesi Antonio Gramsci e Mauro
Scoccimarro; e nello stesso anno anche Giancarlo Pajetta, subì, ad appena
diciassette anni, la sua prima condanna a due anni di carcere, (altra ben più
dura a ventun'anni seguì poi); e nell'anno seguente tocca al socialista Sandro
Pertini essere condannato per attività sovversiva a dieci anni e nove mesi; e
nel 1930, l'anno delle quattro condanne a morte mediante fucilazione degli
irredentisti triestini e delle due condanne all'impiccagione di resistenti
libici, è la volta di Camilla Ravera, condannata a quindici anni e sei mesi per
costituzione del partito comunista, di Manlio Rossi Doria, di Emilio Sereni,
condannati a quindici anni per lo stesso delitto.
2) RESISTENZA
I comunisti diedero vita alle Brigate
Garibaldi che pur formare in maniera pluralista erano composte in gran parte
dai partigiani comunisti ed esponenti del PCI formavano il comando generale.
Associati alle Brigate
Garibaldi erano i Gruppi di azione patriottica (GAP), che nelle
città operavano azioni di sabotaggio e attentati contro gli occupanti
nazifascisti. In totale esse rappresentavano circa il 50% delle forze della
Resistenza partigiana. Al momento dell'insurrezione finale dell'aprile 1945, i
garibaldini attivamente combattenti erano circa 51.000 divisi in 23
"divisioni", su un totale effettivo di circa 100.000 partigiani.
In dettaglio il comando generale delle Brigate Garibaldi disponeva, alla data
del 15 aprile 1945, di nove divisioni in Piemonte (15.000 donne e uomini); tre
divisioni in Lombardia (4.000 donne e uomini); quattro divisioni in Veneto
(10.000 donne e uomini); tre divisioni in Emilia (12.000 donne e uomini);
quattro divisioni (10.000 donne e uomini) in Liguria.
Nell'ambito delle
forze militari della resistenza, le Brigate Garibaldi
costituirono il gruppo più numeroso e organizzato con 575 formazioni organiche,
tra squadre, gruppi, battaglioni, brigate e divisioni; parteciparono alla maggior
parte dei combattimenti e subirono le perdite più pesanti, oltre 42.000 morti
in combattimento o per rappresaglia .
Da ricordare ancora
come le grandi città nelle quali era presente la classe operaia, si liberarono
da sole ben prima dell’arrivo delle truppe alleate e questo fu il fattore
decisivo che consentì al nostro Paese di riassumere immediatamente la propria
dignità di autogoverno: Napoli, Genova, Milano, Torino.
3) OPERAI DEPORTATI
DOPO LO SCIOPERO DEL 1° MARZO 1944
Dopo lo sciopero delle
fabbriche del Nord svoltosi il 1°marzo del 1944 si calcola che circa 1.200
operai furono deportati nei campi di lavoro e in quello di sterminio di
Mauthausen.
Il successivo 16 giugno
1944 in adesione allo stesso ordine emanato dal comando nazista dopo lo
sciopero del 1° marzo, 1.488 operai genovesi furono deportati dopo essere stati
rastrellati all’ingresso delle fabbriche.
Si ritiene di non
esagerare considerando la quasi totalità dei deportati come appartenente al
partito comunista.
4) LOTTE OPERAIE E
CONTADINE NEL PRIMO DOPOGUERRA
Mentre le sinistre erano impegnate nella
elaborazione della Costituzione Repubblicana le lotte operaie e contadine
rivolte a reclamare migliori condizioni di vita in situazioni veramente
tragiche dal punto di vista dei diritti fondamentali e della stessa
sopravvivenza materiale furono compiute alcune stragi le cui vittime furono in
gran parte donne e uomini militanti nel Partito Comunista.
Portella della Ginestra: 1 maggio 1947. fu un eccidio commesso in località Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, il 1º maggio 1947 da parte della banda criminale di Salvatore
Giuliano che sparò contro la folla riunita per celebrare la festa del lavoro provocando undici morti e numerosi
feriti. I motivi per cui venne compiuto e, nei giorni successivi, vennero
assaltate sedi dei partiti di sinistra e delle camere
del lavoro della zona risiedono, oltre alla dichiarata avversione del bandito nei
confronti dei comunisti, anche nella volontà dei poteri mafiosi,
dell'autonomismo siciliano e delle forze reazionarie di mantenere i vecchi
equilibri nel nuovo quadro politico e istituzionale nato dopo la seconda guerra
mondiale e, nonostante non siano mai stati individuati i mandanti, sono certe
le responsabilità degli ambienti politici siciliani interessati a intimidire la
popolazione contadina che reclamava la terra e aveva votato per il Blocco del Popolo nelle elezioni del 1947.
Melissa: La strage di
Melissa o eccidio di Fragalà fu un episodio del 29 ottobre 1949 verificatosi a Melissa nel quale persero la vita Francesco
Nigro, Giovanni Zito e Angelina Mauro. Nell'ottobre del 1949 i contadini calabresi marciarono sui latifondi per chiedere con forza il rispetto dei
provvedimenti emanati nel dopoguerra dal ministro dell'Agricoltura Fausto Gullo e la concessione di parte delle terre
lasciate incolte dalla maggioranza dei proprietari terrieri. Interi paesi
parteciparono a questa mobilitazione che vide circa 14 mila contadini dei
comuni orientali delle province di Cosenza e Catanzaro scendere in pianura. Chi a piedi, chi a
cavallo, con donne e bambini e gli attrezzi da lavoro, quando giunsero sui
latifondi segnarono i confini della terra e la divisero, iniziando i lavori di
preparazione della semina. Irritati per questa ondata di occupazioni alcuni
parlamentari calabresi della Democrazia Cristiana si recarono a Roma per chiedere un intervento della
polizia al Ministro dell'Interno Mario
Scelba. I reparti della Celere si recarono quindi in Calabria e uno di loro si stabilì a Melissa (oggi provincia di Crotone) presso la
proprietà del possidente del luogo, barone Berlingeri, del quale i contadini
avevano occupato il fondo detto Fragalà. Questo fondo era stato assegnato dalla
legislazione napoleonica del 1811 per metà al Comune,
ma la famiglia Berlingeri, nel tempo, lo aveva occupato abusivamente per
intero. La mattina del 30 ottobre 1949 la polizia entrò
nella tenuta e cercò di scacciare i contadini occupanti con la forza.
Montescaglioso: 21 marzo 1950,
data impressa nella memoria storica di tutto il Vastese: Nicola Mattia e Cosmo
Mangiocco furono uccisi dai colpi di un appuntato dei carabinieri davanti al
municipio. Tornavano, insieme a tanti concittadini, dallo 'sciopero alla
rovescia': al grido di 'pane e lavoro' costruivano la strada di collegamento
con la Statale Trignina sopperendo ai ritardi del governo dell'epoca. Un evento
drammatico che ebbe risonanza in tutta Italia e che diede vita a imponenti
manifestazioni di protesta da Nord a Sud.
Modena: 9 gennaio
1950. Verso le dieci del mattino del 9 gennaio una decina di operai
giunse ai cancelli delle Fonderie Riunite, le quali erano circondate di
carabinieri armati. All'improvviso un carabiniere sparò un colpo di pistola in
pieno petto al trentenne Angelo Appiani, che morì sul colpo. Subito dopo, dal
tetto della fabbrica i carabinieri aprirono il fuoco con le mitragliatrici
verso via Ciro Menotti contro un altro
gruppo di lavoratori, che si trovavano al di là del passaggio a livello
sbarrato in attesa dell'arrivo di un treno, uccidendo Arturo Chiappelli e
Arturo Malagoli e ferendo molte altre persone, alcune in maniera molto grave.
Dopo circa trenta
minuti, in via Santa Caterina l'operaio Roberto Rovatti, che portava al collo
una sciarpa rossa, venne circondato da una squadra di carabinieri, buttato
dentro ad un fossato e linciato a morte con i calci dei fucili.
Infine, giunse in via
Ciro Menotti un blindato T17 che iniziò a sparare sulla folla, uccidendo Ennio
Garagnani.
Appena appresa la
notizia della strage, i sindacalisti della Cgil iniziarono ad avvisare, con gli
altoparlanti montati su un'automobile, i manifestanti di spostarsi verso piazza
Roma. Tuttavia, verso mezzogiorno, un carabiniere uccise con il fucile Renzo
Bersani, il quale stava attraversando a piedi l'incrocio posto alla fine di via
Menotti, posto a oltre 100 metri dalla fabbrica.
Il bilancio della
giornata fu di 6 morti tutti iscritti al Partito Comunista, 200 feriti e 34
arrestati con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale, radunata sediziosa e attentato alle libere istituzioni.
Il bilancio di quegli
anni, tra il 1947 e il 1950, segnati dalle lotte operaie e contadine e dalla
feroce repressione poliziesca è il seguente: furono condannati 15.249 comunisti
per un totale di 7.598 anni di carcere.
Si è ormai persa la
memoria dei lutti, dei sacrifici, dell’impegno posto dalla classe operaia, dai
contadini e dalle loro famiglie che vivevano in condizioni oggi inimmaginabili
nel periodo della riconversione dell’industria bellica, dell’attuazione della
debole riforma agraria, della ricostruzione del Paese dalle macerie della
guerra.
Lutti, sacrifici,
privazioni affrontati sempre con grande dignità “di classe”. Il PCI, come gli
altri partiti della sinistra “storica” e “nuova” e la CGIL, seppero
rappresentare sul piano politico e sociale, proprio quei lutti, quei sacrifici,
quelle indescrivibili privazioni materiali in una Italia povera,senza strade e
ferrovie, con le case bombardate e distrutte dando a essa voce e
rappresentanza.
5) LUGLIO ‘60
La strage di Reggio
Emilia è stato un fatto di sangue avvenuto il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione
sindacale durante la quale cinque operai reggiani, i cosiddetti morti di
Reggio Emilia, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri
e Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI, furono uccisi dalle forze dell'ordine.
La strage fu l'apice
di un periodo di alta tensione in tutta l'Italia, in cui avvennero scontri con
la polizia. I fatti scatenanti
furono la formazione del governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno
del MSI, e l'avallo della
scelta di Genova (città "partigiana", già medaglia d'oro della Resistenza) come sede del congresso del partito missino. Le reazioni
d'indignazione furono molteplici e la tensione in tutto il paese provocò una
grande mobilitazione popolare.
L'allora Presidente
del Consiglio, Fernando Tambroni, diede libertà di
aprire il fuoco in "situazioni di emergenza" e alla fine di quelle
settimane drammatiche si contarono undici morti e centinaia di feriti. Queste
drammatiche conseguenze avrebbero costretto alle dimissioni il governo Tambroni
aprendo la strada al governo Fanfani “delle convergenze parallele” e
successivamente al centro – sinistra. Al momento del varo del primo governo
organico di centro – sinistra Nenni titolò sull’Avanti “ Da oggi l’Italia è più
libera”. E’ il caso di ricordare su quanti lutti e sacrifici della classe
operaia, dei contadini, delle donne e degli uomini che trassero fuori l’Italia
dalla macerie del dopoguerra fosse costruito quel “più libera” : si apriva la
fase del boom economico che avrebbe portato al ‘68 e il giudizio su quel
periodo così contrastato andrebbe elaborato in altra sede.
Mi
fermo a questo punto pensando di aver semplicemente onorato la memoria del
Partito Comunista e il contributo di sacrifici e di sangue fornito dai suoi
militanti per la Repubblica e la Costituzione. Lo faccio nel momento in cui un
gruppo di compagne e di compagni sta cercando di avanzare con forza l’idea di
superamento di divisioni a sinistra ormai giudicate come antistoriche.
Nell’occasione
si è scelto di offrire un riferimento andando alle radici proprio sul piano storico
del pensiero socialista e di quella comunista rinvenendolo nella capacità di
analisi anticipatrice comune in Gramsci e Matteotti e collocandoci oggi al di
là delle divisioni e dei fraintendimenti intercorsi nella loro epoca, senza
soffermarsi sul proclamare “aveva ragione questo”, “aveva ragione quello”.
L’auspicio rimane quello di
essere in grado di fornire, anche attraverso queste riflessioni, un contributo
a una ricostruzione di soggettività politica per una sinistra autonoma in grado
di offrire un’alternativa allo stato di cose presenti nella complessità del sistema
politico italiano ed europeo.
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