venerdì 12 giugno 2020

MODERNISSIMO BERLINGUER

MODERNISSIMO BERLINGUER di Franco Astengo
“Modernissimo Berlinguer” era questo l’azzeccato titolo di un convegno organizzato da diverse associazioni e centri culturali svoltosi (via web) giovedì 11 giugno, per ricordare il segretario del PCI nel giorno della sua scomparsa avvenuta 36 anni fa.
Lo sviluppo delle testimonianze e delle analisi sviluppate nel corso del convegno hanno fornito un quadro di riflessione per certi versi sorprendente e inusuale, tanto da rendere il titolo del convegno più che giustificato nel merito.
Infatti il filone di ricerca si è orientato essenzialmente sugli ultimi anni di Berlinguer, diciamo dalla rottura della “solidarietà nazionale” (giudicata molto severamente da Guido Liguori) ai cancelli della FIAT, alla linea dell’alternativa assunta e portata avanti dopo il terremoto dell’ Irpinia.
Un itinerario rimasto incompiuto e troncato dalla improvvisa scomparsa del segretario del PCI.
Il grande merito di molti dei relatori al convegno è stato quello di riuscire a far emergere il principale filone di ricerca che era stato attivato in quella fase per impulso proprio di Berlinguer, ma con il concorso attivo di altre componenti all’interno di quella che, all’epoca, poteva essere definita “area comunista”.
La direzione di marcia che era stata impostata potrebbe essere definita come quella di un rinnovamento radicale nelle coordinate teoriche e politiche della sinistra comunista, in Italia e in Europa, raggiunta la piena autonomia dal modello sovietico.
Esaurita la fase dell’eurocomunismo si presentava in quel momento la necessità di sviluppare il ragionamento sul presentarsi di una complessità di contraddizioni che, come ha fatto acutamente osservare Luciana Castellina, andavano ben oltre a quella classicamente considerata “principale” tra capitale e lavoro.
L’esigenza di un intreccio inedito tra le contraddizioni che mutavano la relazione storicamente data tra struttura e sovrastruttura e modificavano anche gli stessi riferimenti sociali all’interno di un quadro di riarticolazione nel rapporto politica/società.
Attenzione: il processo di trasformazione nel rapporto tra politica e società si sta ancora tumultuosamente compiendo in una infinita transizione registrando l’egemonia dell’individualismo e l’assalto di autoritarismo, razzismo, capitalismo dagli spiriti aniamli econ una sinistra che assiste ormai subalterna fino ad aver smarrito le proprie “fondamenta” d’identità.
Con grande coraggio intellettuale Berlinguer, in diversi passaggi ben esplicitati nel corso del convegno anche con riferimento a documenti e interviste, intuì quanto stava cambiando sul piano delle dinamiche storiche ( l’esaurimento della forza propulsiva della rivoluzione d’ottobre), nel campo delle dinamiche internazionali al di fuori della logica dei blocchi (lo slogan “Fuori i missili dall’Atlantico agli Urali”), nella nuova centralità della difesa ambientale (ben illustrata anche nella visione berlingueriana dall’intervento di Mario Agostinelli), nella comunicazione (punto sul quale, nel corso del convegno, Vincenzo Vita ha tenuto una vera e propria lezione di “modernità”), nel rapporto con i movimenti in particolare con quello femminista ( punto esaminato da diversi interventi, in particolare da quello di Vittoria Franco).
Da spezzoni di ricerca a quel momento sicuramente ancora parziali era nato, fin dal 1978, il concetto di “austerità”, forse criticabile nella sua definizione stretta, ma in grado di indicare una direzione di marcia che, in allora fu definita di “terza via” e che oggi andrebbe ripresa nella sua assenza di alternativa, proprio alla luce della tragica esperienza che stiamo accumulando con l’emergenza sanitaria.
Nell’ambito di questa ricerca che assunse anche tratti di rilevante discontinuità con l’analisi sviluppata a suo tempo con la linea del “compromesso storico” si delineò un punto di vera e propria centralità : quella riguardante la modificazione del sistema dei partiti che, nel “caso italiano”, stava già incamminandosi verso i terreni scivolosi del decisionismo, della personalizzazione, della soggezione alle logiche della “questione morale”, della governabilità intesa come solo fine possibile dell’agire politico (su questo punto Aldo Tortorella ha ben inquadrato la logica che, qualche anno dopo, presiedette all’operazione di scioglimento del PCI).
L’intervista rilasciata a Scalfari nel luglio del 1981 non avrebbe dovuto essere intesa , come accadde per certi versi, come un richiamo moralistico ma come un momento di apertura di ricerca a nuove forme di strutturazione politica con una diversa configurazione del sistema dei partiti nell’insieme dello sviluppo sociale, senza cedere a istanze populiste ma esaltando concetti di partecipazione, di iniziativa dal basso, di interscambio tra i diversi livelli di funzione pedagogica e di acculturazione di massa cui il soggetto “partito” non avrebbe dovuto mai rinunciare se si intende ancora di rappresentare un fattore essenziale di promozione e costruzione di un gruppo dirigente.
Ho elencato una serie di problematiche che molti daranno per scontate proprio perché, invece, esse risultano di stretta attualità se si intende riflettere su di una possibile riattualizzazione della presenza della sinistra in Italia.
Una sinistra che deve essere capace di porsi fuori dalla subalternità alla stretta logica del “dover essere” di una politica legata esclusivamente al quotidiano limitandosi allo stretto cerchio della “governabilità”.
Non è stato per caso che, nel corso del convegno, ad un richiamo svolto da Pietro Folena in questa direzione abbiano risposto giovani ricercatori come Mattia Gambilonghi , Roberto Bertoni, Simone Oggionni.
Giovani ricercatori che al momento della morte di Berlinguer non erano ancora nati, ma che continuano a sentire forte non tanto e non solo l’attualità delle tematiche discusse ma hanno intuito come senza una ricerca posta sul piano del definire una nuova qualità delle “fratture sociali” non si potrà recuperare una “visione” per il futuro.
Una visione per il futuro che dovrà però essere elaborata senza bruciarsi alle spalle i vascelli dell’elaborazione del ‘900.
Ho accennato al fatto che a quella fase di elaborazione e di ricerca concorressero anche diversi soggetti appartenenti all’area comunista.
Nel PCI le resistenze alla linea dell’alternativa furono formidabili e ben si videro dopo la scomparsa del segretario arrivando fino alla proposta di liquidazione del Partito.
Una proposta di liquidazione del Partito condotta esclusivamente nel nome di un imprecisato “sblocco del sistema politico” indicando come approdo una “cosa” dai contorni indefiniti.
Fu in quel momento, quando ci si misurò con la “svolta” e si formò l’aggregazione per il “NO” che si misurarono limiti evidenti di impostazione politica e teorica.
Eppure ci si poteva aspettare un confronto di livello diverso.
Nell’area comunista erano presenti elementi di riflessione, spinte, suggestioni che avrebbero potuto dimostrare l’esistenza di possibilità alternative da quelle dell’accettazione pura e semplice della proposta di scioglimento del partito o di conseguente scissione.
L’esempio più importante dell’esistenza di questa possibilità mancata si verificò ad Arco di Trento nell’ottobre 1990 nel corso di un fondamentale seminario che vide protagonisti i maggiori dirigenti che si erano dimostrati contrari al processo di liquidazione già in atto.
Ebbene, in quel frangente, la relazione svolta da Lucio Magri conteneva elementi di assoluta continuità con la ricerca berlingueriana di cui si sta discutendo: una continuità corretta ed intrecciata con l’elaborazione originale che arrivava da altri settori dell’area comunista (Luciana Castellina ha ricordato le tappe della confluenza del PdUP nel PCI avvenuta nei mesi successivi alla scomparsa di Enrico dopo che lo stesso segretario l’aveva sollecitata in occasione del congresso di Milano dello stesso PdUP svoltosi nel marzo 1984, pochi giorni prima dei fischi di Verona). La relazione di Magri (“Il nome della cose”) non fu tenuta in conto all’interno del confronto su “scissione” e “gorgo” che divise Cossutta da Ingrao, ruppe l’unità dell’area del NO, causando un danno irreparabile sia al nascente PDS il cui orizzonte era ridotto ormai proprio al solo “sblocco del sistema politico” sia alla futura Rifondazione Comunista, nata quasi esclusivamente su di una spinta di carattere conservatrice, come poi si registrò nell’itinerario tormentato delle sue tante scissioni.
Così come, mi sia permesso ricordarlo come fatto personale, fu fortemente sottovalutata la mozione degli “Autoconvocati” che si collocava nello stesso filone con una forte identità ambientalista e sulla questione di genere oltre a un recupero dell’idea consiliare al riguardo delle forme della politica: Fassino vietò la presentazione della mozione perché tra i firmatari non figuravano membri del Comitato Centrale e fu grazie a Natta e a Ingrao che il testo vide la luce come allegato a quella che in quel momento era la “seconda mozione”.
Torno,in conclusione, al “Modernissimo Berlinguer”: il convegno ha dimostrato per intero tutto il potenziale d’attualità che in quella fase era già presente nel dibattito che si stava sviluppando nell’area comunista.
Non si tratta, allora, di assumere atteggiamenti nostalgici ma di riprendere un cammino comprendendo come la situazione si sia, da allora, assolutamente deteriorata proprio dal punto di vista della “qualità democratica” e come sia necessario, superando divisioni ormai giudicabili come antistoriche, riproporre per intero i temi della soggettività della sinistra italiana.

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