MODERNISSIMO BERLINGUER di Franco Astengo
“Modernissimo Berlinguer” era questo
l’azzeccato titolo di un convegno organizzato da diverse
associazioni e centri culturali svoltosi (via web) giovedì 11
giugno, per ricordare il segretario del PCI nel giorno della sua
scomparsa avvenuta 36 anni fa.
Lo sviluppo delle testimonianze e delle analisi
sviluppate nel corso del convegno hanno fornito un quadro di
riflessione per certi versi sorprendente e inusuale, tanto da rendere
il titolo del convegno più che giustificato nel merito.
Infatti il filone di ricerca si è orientato
essenzialmente sugli ultimi anni di Berlinguer, diciamo dalla rottura
della “solidarietà nazionale” (giudicata molto severamente da
Guido Liguori) ai cancelli della FIAT, alla linea dell’alternativa
assunta e portata avanti dopo il terremoto dell’ Irpinia.
Un itinerario rimasto incompiuto e troncato dalla
improvvisa scomparsa del segretario del PCI.
Il grande merito di molti dei relatori al convegno
è stato quello di riuscire a far emergere il principale filone di
ricerca che era stato attivato in quella fase per impulso proprio di
Berlinguer, ma con il concorso attivo di altre componenti all’interno
di quella che, all’epoca, poteva essere definita “area
comunista”.
La direzione di marcia che era stata impostata
potrebbe essere definita come quella di un rinnovamento radicale
nelle coordinate teoriche e politiche della sinistra comunista, in
Italia e in Europa, raggiunta la piena autonomia dal modello
sovietico.
Esaurita la fase dell’eurocomunismo si
presentava in quel momento la necessità di sviluppare il
ragionamento sul presentarsi di una complessità di contraddizioni
che, come ha fatto acutamente osservare Luciana Castellina, andavano
ben oltre a quella classicamente considerata “principale” tra
capitale e lavoro.
L’esigenza di un intreccio inedito tra le
contraddizioni che mutavano la relazione storicamente data tra
struttura e sovrastruttura e modificavano anche gli stessi
riferimenti sociali all’interno di un quadro di riarticolazione nel
rapporto politica/società.
Attenzione: il processo di trasformazione nel
rapporto tra politica e società si sta ancora tumultuosamente
compiendo in una infinita transizione registrando l’egemonia
dell’individualismo e l’assalto di autoritarismo, razzismo,
capitalismo dagli spiriti aniamli econ una sinistra che assiste ormai
subalterna fino ad aver smarrito le proprie “fondamenta”
d’identità.
Con grande coraggio intellettuale Berlinguer, in
diversi passaggi ben esplicitati nel corso del convegno anche con
riferimento a documenti e interviste, intuì quanto stava cambiando
sul piano delle dinamiche storiche ( l’esaurimento della forza
propulsiva della rivoluzione d’ottobre), nel campo delle dinamiche
internazionali al di fuori della logica dei blocchi (lo slogan “Fuori
i missili dall’Atlantico agli Urali”), nella nuova centralità
della difesa ambientale (ben illustrata anche nella visione
berlingueriana dall’intervento di Mario Agostinelli), nella
comunicazione (punto sul quale, nel corso del convegno, Vincenzo Vita
ha tenuto una vera e propria lezione di “modernità”), nel
rapporto con i movimenti in particolare con quello femminista ( punto
esaminato da diversi interventi, in particolare da quello di Vittoria
Franco).
Da spezzoni di ricerca a quel momento sicuramente
ancora parziali era nato, fin dal 1978, il concetto di “austerità”,
forse criticabile nella sua definizione stretta, ma in grado di
indicare una direzione di marcia che, in allora fu definita di “terza
via” e che oggi andrebbe ripresa nella sua assenza di alternativa,
proprio alla luce della tragica esperienza che stiamo accumulando con
l’emergenza sanitaria.
Nell’ambito di questa ricerca che assunse anche
tratti di rilevante discontinuità con l’analisi sviluppata a suo
tempo con la linea del “compromesso storico” si delineò un punto
di vera e propria centralità : quella riguardante la modificazione
del sistema dei partiti che, nel “caso italiano”, stava già
incamminandosi verso i terreni scivolosi del decisionismo, della
personalizzazione, della soggezione alle logiche della “questione
morale”, della governabilità intesa come solo fine possibile
dell’agire politico (su questo punto Aldo Tortorella ha ben
inquadrato la logica che, qualche anno dopo, presiedette
all’operazione di scioglimento del PCI).
L’intervista rilasciata a Scalfari nel luglio
del 1981 non avrebbe dovuto essere intesa , come accadde per certi
versi, come un richiamo moralistico ma come un momento di apertura di
ricerca a nuove forme di strutturazione politica con una diversa
configurazione del sistema dei partiti nell’insieme dello sviluppo
sociale, senza cedere a istanze populiste ma esaltando concetti di
partecipazione, di iniziativa dal basso, di interscambio tra i
diversi livelli di funzione pedagogica e di acculturazione di massa
cui il soggetto “partito” non avrebbe dovuto mai rinunciare se si
intende ancora di rappresentare un fattore essenziale di promozione e
costruzione di un gruppo dirigente.
Ho elencato una serie di problematiche che molti
daranno per scontate proprio perché, invece, esse risultano di
stretta attualità se si intende riflettere su di una possibile
riattualizzazione della presenza della sinistra in Italia.
Una sinistra che deve essere capace di porsi fuori
dalla subalternità alla stretta logica del “dover essere” di una
politica legata esclusivamente al quotidiano limitandosi allo stretto
cerchio della “governabilità”.
Non è stato per caso che, nel corso del convegno,
ad un richiamo svolto da Pietro Folena in questa direzione abbiano
risposto giovani ricercatori come Mattia Gambilonghi , Roberto
Bertoni, Simone Oggionni.
Giovani ricercatori che al momento della morte di
Berlinguer non erano ancora nati, ma che continuano a sentire forte
non tanto e non solo l’attualità delle tematiche discusse ma hanno
intuito come senza una ricerca posta sul piano del definire una nuova
qualità delle “fratture sociali” non si potrà recuperare una
“visione” per il futuro.
Una visione per il futuro che dovrà però essere
elaborata senza bruciarsi alle spalle i vascelli dell’elaborazione
del ‘900.
Ho accennato al fatto che a quella fase di
elaborazione e di ricerca concorressero anche diversi soggetti
appartenenti all’area comunista.
Nel PCI le resistenze alla linea dell’alternativa
furono formidabili e ben si videro dopo la scomparsa del segretario
arrivando fino alla proposta di liquidazione del Partito.
Una proposta di liquidazione del Partito condotta
esclusivamente nel nome di un imprecisato “sblocco del sistema
politico” indicando come approdo una “cosa” dai contorni
indefiniti.
Fu in quel momento, quando ci si misurò con la
“svolta” e si formò l’aggregazione per il “NO” che si
misurarono limiti evidenti di impostazione politica e teorica.
Eppure ci si poteva aspettare un confronto di
livello diverso.
Nell’area comunista erano presenti elementi di
riflessione, spinte, suggestioni che avrebbero potuto dimostrare
l’esistenza di possibilità alternative da quelle dell’accettazione
pura e semplice della proposta di scioglimento del partito o di
conseguente scissione.
L’esempio più importante dell’esistenza di
questa possibilità mancata si verificò ad Arco di Trento
nell’ottobre 1990 nel corso di un fondamentale seminario che vide
protagonisti i maggiori dirigenti che si erano dimostrati contrari al
processo di liquidazione già in atto.
Ebbene, in quel frangente, la relazione svolta da
Lucio Magri conteneva elementi di assoluta continuità con la ricerca
berlingueriana di cui si sta discutendo: una continuità corretta ed
intrecciata con l’elaborazione originale che arrivava da altri
settori dell’area comunista (Luciana Castellina ha ricordato le
tappe della confluenza del PdUP nel PCI avvenuta nei mesi successivi
alla scomparsa di Enrico dopo che lo stesso segretario l’aveva
sollecitata in occasione del congresso di Milano dello stesso PdUP
svoltosi nel marzo 1984, pochi giorni prima dei fischi di Verona). La
relazione di Magri (“Il nome della cose”) non fu tenuta in conto
all’interno del confronto su “scissione” e “gorgo” che
divise Cossutta da Ingrao, ruppe l’unità dell’area del NO,
causando un danno irreparabile sia al nascente PDS il cui orizzonte
era ridotto ormai proprio al solo “sblocco del sistema politico”
sia alla futura Rifondazione Comunista, nata quasi esclusivamente su
di una spinta di carattere conservatrice, come poi si registrò
nell’itinerario tormentato delle sue tante scissioni.
Così come, mi sia permesso ricordarlo come fatto
personale, fu fortemente sottovalutata la mozione degli
“Autoconvocati” che si collocava nello stesso filone con una
forte identità ambientalista e sulla questione di genere oltre a un
recupero dell’idea consiliare al riguardo delle forme della
politica: Fassino vietò la presentazione della mozione perché tra i
firmatari non figuravano membri del Comitato Centrale e fu grazie a
Natta e a Ingrao che il testo vide la luce come allegato a quella che
in quel momento era la “seconda mozione”.
Torno,in conclusione, al “Modernissimo
Berlinguer”: il convegno ha dimostrato per intero tutto il
potenziale d’attualità che in quella fase era già presente nel
dibattito che si stava sviluppando nell’area comunista.
Non si tratta, allora, di assumere atteggiamenti
nostalgici ma di riprendere un cammino comprendendo come la
situazione si sia, da allora, assolutamente deteriorata proprio dal
punto di vista della “qualità democratica” e come sia
necessario, superando divisioni ormai giudicabili come antistoriche,
riproporre per intero i temi della soggettività della sinistra
italiana.
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