L’emergenza sanitaria ha messo a nudo l’estrema fragilità del presunto e sedicente “Sistema Italia”.
Una fragilità evidente in tutte le articolazioni sistemiche: nelle istituzioni centrali, nel decentramento, nel complesso delle infrastrutture, nell’assenza di una programmazione economica e di un piano industriale, nella capacità di affrontare la molteplicità di esigenze derivanti dai problemi emergenti nei servizi collettivi, come sanità e scuola,abbandonati alla logica della privatizzazione del profitto e dall’incuria.
Una società quella italiana al riguardo della quale la politica ha coltivato, nel corso del tempo, individualismo, corporativismo e clientelismo: fattori non affrontati in passato e non risolti dalla supplenza esercitata per anni dalla Magistratura posta a guardia della ricorrente “questione morale”.
Anzi, aggiungendosi l’elemento di spostamento in negativo nel ruolo delle Regioni che si è accompagnato alle spinte autonomiste e alla personalizzazione esasperata realizzata con l’elezione diretta dei Presidenti diventati chissà perché “Governatori”, i fattori appena citati di individualismo, corporativismo, assistenzialismo si sono esaltati con l’arrivo al governo del M5S.
Gli esponenti del MoVimento in partenza corifei della cosiddetta “antipolitica” si sono dimostrati pronti a tramutarsi nei più voraci divoratori di potere mai visti nella recente storia d’Italia.
M5S ovviamente collocati al Governo non da soli , senza i “pieni poteri” che altri hanno reclamato ma perno di una operazione trasformistica che, attraverso le figure lasciate fisicamente inalterate del Presidente del Consiglio e del Guardasigilli (particolare questo secondo non trascurabile secondo l’attualità) sono transitati dall’alleanza con la Lega a quella con il PD. M5S e alleati di volta in volta tutti molto disinvoltamente.
Così, nella crisi verticale che stiamo attraversando la centralità sembra essere quella del rilancio dei consumi individualistici, dell’abbattimento dell’IVA, della riduzione delle tasse, della rottamazione delle cartelle, in un Paese soffocato da bonus e CIG ma che dispone di 4400 miliardi di ricchezza privata e nasconde 120 miliardi all’anno di utili al fisco nel quale (pensando alla “vexata quaestio” degli aiuti europei) il rapporto deficit/PIL è schizzato al 158,9%.
Domani 25 giugno i metalmeccanici (beninteso CGIL – CISL – UIL hanno la loro buona parte nel disastro fin qui descritto) tenteranno di sollevare l’attenzione sulle “cose serie” dell’assenza di programmazione e di piano industriale.
In questo momento, nonostante il MISE sia sempre saldamente in mano ai taumaturghi del MoVimento, rimangono aperti 144 tavoli di crisi industriale.
Sono a rischio, per adesso senza aver fatto i conti con la situazione post – emergenza sanitaria resa occultata da CIG e blocco dei licenziamenti, circa 300.000 posti di lavoro.
I settori interessati sono quelli centrali per l’intera economia nazionale: siderurgia, automobilistico (chissà perché adesso chiamato “automotive”), elettrodomestico, avionica, civile.
Qualcuno oggi ha opportunamente scritto che siamo nel cuore della manifattura italiana. Un cuore, ha aggiunto, sfibrato però dal declino delle partecipazioni statali, dalle scommesse azzardate dell’imprenditoria privata italiana, dalle scorribande delle multinazionali.
Tanto per fare esempi:
Nella siderurgia dopo l’accordo di marzo tra governo e Arcelor Mittal, che confermava il progetto di una guida pubblico/privato, la situazione dell’Ilva di Taranto è tornata in alto mare: la multinazionale franco – indiana, infatti, nel frattempo, ha presentato un piano che prevede circa 5.000 esuberi.
A Piombino gli indiani di Jindal faticano a rilanciare la fabbrica e si sta facendo strada l’idea del fiancheggiamento da parte dello Stato.
A Trieste Arvedi ha spento l’altoforno e si attendono certezze sul futuro degli attuali esuberi, mentre a Terni ThyssenKrupp ha deciso la dismissione dell’impianto Ast aprendo di fatto una fase di grandissima incertezza e fibrillazione per i suoi 1400 addetti. Continuano a sperare i 500 operai della ex Alcoa, in Sardegna: la nuova proprietà (SiderAlloys) si è impegnata a far ripartire l’unica fabbrica italiana dell’alluminio primario dopo aver ottenuto dal governo un costo dell’energia ribassato, ma già troppe volte i lavoratori del Sulcis sono stati illusi. Ricordiamo che si parla di alluminio, cioè di un materiale assolutamente strategico.
Nell'industria
automobilistica, in attesa di vedere sviluppi ed effetti della
fusione tra Fca e Psa, restano irrisolte la crisi della Blutec di
Termini Imerese (ex Fiat), ancora alla ricerca di un nuovo soggetto
industriale e con i 680 dipendenti in cassa integrazione da 10 anni;
della Bosch di Bari (un migliaio di lavoratori), vittima del declino
del motore diesel; della Mahle, con i licenziamento dei 400 addetti
ritirato ma con il futuro tutto da decifrare; della CnhI. Nel settore
degli elettrodomestici tremano la Whirlpool di Napoli, con la
multinazionale americana che conferma il disimpegno; la Embraco in
Piemonte finita nel gorgo dell'inchiesta giudiziaria sul progetto di
reindustrializzazione di Ventures; la Wanbao di Belluno che, dopo la
"fuga" della multinazionale cinese ha il futuro nelle mani
del commissario straordinario. E ancora, la Fiac della multinazionale
svedese Fiac che trasferisce forzatamente oltre 100 lavoratori da
Bologna a Torino, praticamente un licenziamento "mascherato",
operazione per adesso stoppata; mentre è in atto l’operazione
trasferimento della Cavalli di Sesto Fiorentino (alta moda) a Milano
che costerà almeno 100 posti di lavoro.
Ancora:
la Bekaert di Figline Valdarno, con il sogno (in salita) coltivato
dai suoi oltre 300 operai che attraverso il workers buyout puntano a
rilevare la fabbrica abbandonata dalla multinazionale belga. La Sirti
con 764 esuberi su 3500 addetti. La Alpitel, la Somitech (avviata al
concordato liquidatorio), i traballanti 1500 posti di lavoro della
Lfoundry. La Jabil di Marcianise che, grazie alla lotta degli operai,
è riuscita a scongiurare i licenziamenti decisi dalla multinazionale
hi-tech americana nonostante l'emergenza Covid. Nel settore
aerospaziale, la Dema, la PiaggioAero e i suoi 1250 dipendenti per il
50% in cassa integrazione, così come quelli della Ema di Avellino.
Per
la Bombardier di Vado Ligure, trazione ferroviaria,a gennaio era
stato prorogata la CIG per 12 mesi.
Intanto
Romano Prodi, il grande promoter ,fin dagli anni’80, delle
privatizzazioni propone l’ingresso dello stato come socio di
minoranza nelle grandi strutture industriali: un modo curioso di
piangere sul latte versato.
Non
si esaminano qui, per evidenti ragioni di economia del discorso, il
tema delle forniture energetiche e degli effetti dello scambio ,nel
passato intercorso su larga scala, “industria/speculazione
edilizia” affrontando il quale si arriverebbe, nel nostro discorso,
al nocciolo del tema (in ogni caso non obliabile) dell’occupazione
di spazio da parte del cemento e relativo tema della difesa
ambientale, dell’assetto idro geologico, ecc,ecc.
Intanto
Confindustria pensa soltanto a demolire definitivamente il concetto
di contratto nazionale, si pone arrogantemente come debitrice nei
confronti dello Stato per gli spiccioli della restituzione delle
accise e sembra far finta di non sapere che il crollo economico
atteso per l’autunno non sarà paragonabile a quello della crisi
del 2008, né a quello causato dallo shock petrolifero degli anni’70,
quello dell’austerità.
In
quel tempo sindacato e forze politiche tentarono, giusto o sbagliato
che fosse l’indirizzo, una reazione al livello cui si ponevano le
questioni; oggi ci sarebbe bisogno di andare oltre, di ridelineare un
progetto di vera e propria nuova identificazione collettiva sul
piano economico e sociale ma non paiono proprio esserci le risorse,
prima di tutto intellettuali e morali.
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