lunedì 15 giugno 2020

LE ELEZIONI DEL 7 GIUGNO 1970

LE ELEZIONI DEL 7 GIUGNO 1970 di Franco Astengo
Il sistema politico italiano sta vivendo un momento di particolare tensione sull’asse del rapporto centro – periferia e in particolare nel confronto Stato -Regioni.
Un confronto fortemente inaspritosi in questa fase di emergenza, nel corso della quale tra l’altro è stato messo da parte il dibattito sull’autonomia differenziata: un “dialogo – scontro”che necessariamente dovrà essere ripreso.
In questo periodo si sono anche ricordate le prime elezioni nelle 15 regioni a statuto ordinario svoltesi il 7 giugno 1970,a distanza di 22 anni dalla promulgazione della Carta Costituzionale che ne prevedeva l’istituzione all’articolo 114.
Lo scopo di questo intervento è allora quello di ricostruire cosa accadde quel 7 giugno 1970.
Erano ancora l’epoca in cui le tornate elettorali amministrative, salvo qualche eccezione, si svolgevano tutte assieme in un vero “election – day”: elezioni regionali, comunali, provinciali nella stessa giornata.
Difatti in quel giorno si rinnovarono anche la gran parte dei consigli provinciali e di quelli comunali, al termine di una precedente tornata che era durata quasi 6 anni, a partire dal novembre 1964, proprio in ragione della necessità di varare la legge per l’elezione dei nuovi organismi regionali.
In questa occasione si intende affrontare il tema di come quelle elezioni, del tutto inedite nel panorama politico italiano, fossero vissute a sinistra e quale analisi fu svolta sul loro esito.
Così si è pensato di riportare un testo tratto dal volume “Il voto degli italiani” uscito nel 1974 presso gli Editori Riuniti a cura di Celso Ghini, all’epoca responsabile dell’Ufficio Elettorale Centrale del PCI alle Botteghe Oscure: l’Ufficio che, all’epoca, competeva sempre con il Viminale nella celerità di raccolta dei dati che riusciva ad offrire con esattezza in precedenza alle fonti ministeriali.
Un testo fortemente illustrativo del clima politico dell’epoca.
La raccolta dei dati avveniva in maniera affatto diversa da oggi e chi ha vissuto quella stagione ne ha memoria come nottate mitiche raccolte attorno alle calcolatrici e, in qualche caso (non indulgo in ricordi personali) addirittura tirando giù le operazioni a mano.
E’ il caso anche di ricordare chi fosse Celso Ghini: in qualità di responsabile dell’Ufficio Elettorale del PCI. Il suo archivio dati, aggiornatissimo ad ogni scadenza elettorale, era a disposizione di tutti coloro che ne avessero bisogno. Costante e proficua era stata perciò la sua collaborazione con tutti gli studiosi che lavoravano nelle università e nei centri studi, nonché con gli esperti del Ministero degli interni e dell’Istat. Ghini fu il responsabile di quell’Ufficio, creato a Botteghe Oscure per lui nel 1963, fino alla sua morte, quindi per quasi un ventennio. Ghini era nato a Bologna nel 1907, tredicesimo figlio di una famiglia operaia. Autodidatta, dopo aver conseguito la licenza elementare nella scuola serale, si appassionò allo studio e alla lotta politica. Nel 1924, dopo aver subito un primo arresto, entrò a far parte della Gioventù comunista e nel 1926 del Comitato federale del partito a Bologna. Dopo aver subito un altro arresto, fu a Mosca alla scuola di partito, dal 1927 al 1929. Da Parigi, dove si trasferì, compì varie missioni clandestine in Italia finché venne arrestato di nuovo nel 1931 e condannato dal Tribunale Speciale a 17 anni di carcere. Fu durante il confino a Ventotene che cominciò ad occuparsi di statistica. Dopo la lotta partigiana e dopo la Liberazione divenne membro della Commissione Centrale di Organizzazione del PCI, essendone vice responsabile dal 1947 al 1955. Fra gli altri incarichi nel partito, particolarmente importante fu quello di segretario della Federazione di Bologna dal 1957 al 1959. Più volte membro del Comitato Centrale fu anche segretario della Commissione Centrale di Controllo dal 1960 al 1963 prima di assumere l’incarico di responsabile dell’Ufficio Elettorale. Alle elezioni Celso Ghini dedicò numerosi articoli e saggi e alcuni importanti libri, fra i quali continuano a mantenere immutato il loro valore Il voto degli italiani (1975) e Il terremoto del 15 giugno (1976). Postuma uscì la raccolta Itinerari elettorali (1946-1976) (1986). Celso Ghini morì alla vigilia del I convegno internazionale della Società Italiana di Studi Elettorali, che si svolse a Pavia dal 7 al 9 gennaio 1982. Dopo aver seguito con entusiasmo e partecipazione la nascita della Società, non poté assistere alla sua prima importante manifestazione. L’anno dopo, quando la SISE stabilì di bandire un premio per tesi di laurea su argomenti elettorali, il Comitato Scientifico decise di intitolarglielo. Dal 1986 il “Premio Celso Ghini” è stato assegnato regolarmente ogni due anni.


Il testo di Ghini qui riportato assume importanza particolarmente significativa anche per il tipo di linguaggio usato dall’autore e fornisce l’idea del tipo di definizioni usate a quel tempo sul piano dell’analisi politica.
Quindi ecco di seguito il testo in questione:
“Il 1970 è stato un anno eccezionale per numero e importanza di elezioni. Altre volte l’elettore si era trovato in cabina con due schede contemporaneamente – Camera e Senato, comune e provincia- ma soltanto il 7 giugno del 1970 glie ne sono state consegnate tre da compilare: la scheda per le elezioni del consiglio regionale, eccetto che per le regioni a statuto speciale, quella per per l’elezione del consiglio provinciale, quella, infine, per l’elezione del consiglio comunale. Delle tre 3 votazioni quella di maggior rilievo è stata l’elezione dei 15 consigli delle regioni a statuto ordinario. Queste elezioni, arrivate con 22 anni di ritardo, contrastate sino all’ultimo dalla destra della DC, dai liberali e dai fascisti per conto di terzi, sono state le elezioni più strane che si potesse immaginare.
Esse eleggevano dei consigli di enti che non esistevano ancora perché mancavano le leggi – quadro che ne fissassero le prerogative e quelle finanziarie che ne assegnassero i mezzi per poter operare.
Il pasticcio fu necessario per impegnare governo e maggioranza a compiere un primo atto irreversibile di attuazione di uno dei punti più qualificanti della Costituzione senza la possibilità di ulteriori dilazioni. Dopo essersi formalmente impegnato ad abbinare le elezioni regionali con quelle amministrative generali,c che dovevano tenersi per legge nel 1969, il governo riuscì a procrastinare la data delle votazioni amministrative ancora di un anno e praticamente di altri due anni l’attività dei nuovi organismi di potere decentrato.
I motivi per i quali tutti i governi succedutisi dal 1948 erano stati su questa materia, e non soltanto in essa, dei governi fuori legge, si possono rapportare all’inesauribile bramosia di potere della Democrazia Cristiana. Partito che è sempre stato regionalista in contrapposizione allo Stato accentrato di origine napoleonica anche quando era all’opposizione,che alla Costituente si è battuto in maniera conseguente con i suoi principi, ha di fatto rovesciato la sua posizione in materia. Appena si è trovato con le redini del potere nelle mani, è diventato di colpo assertore dell’accentramento di tutti i poteri a Roma, con l’istituzione dell’ente regione l’opposizione di sinistra sarebbe riuscita a prevalere in 2-3 regioni.
Questo era, secondo la mentalità totalitaria del gruppo prevalente nella direzione della DC, assecondato in pieno dalla socialdemocrazia, un fatto assolutamente inammissibile.
Da qui tutta la stucchevole polemica contro il PSI per ottenere l’estensione obbligatoria della formula del centro – sinistra alle giunte comunali, provinciali e regionali, sulla necessità di una maggioranza autosufficiente nella quale imporre al PSI la volontà moderata degli altri soci della coalizione, ai quali Andreotti ha poi aggiunto il partito liberale.
Tutte le precauzioni degli antiregionalisti palesi e di quelli occulti, più numerosi e potenti, andarono a monte al momento delle elezioni. La nuova scissione socialdemocratica seguita alla sconfitta elettorale del 19 maggio 1968 aveva ridato al PSI la sua libertà d’azione. Esso si presentava alle nuove elezioni con il proprio simbolo, i propri candidati e con il proprio programma. E, poiché l’elezione dei consigli regionali era quella che per il suo carattere più si avvicinava all’elezione della Camera dei Deputati il 7 giugno era per i due partiti giù unificati e poi nuovamente separati l’occasione di una verifica della rispettiva influenza elettorale.
Queste elezioni, infine, con tutte le ambiguità che le avevano accompagnate costituivano pur sempre un piccolo colpo al granitico edificio del potere accentrato a Roma nelle mani dei ministeri e dell’alta burocrazia o almeno l’inizio della lotta per strappare all’esecutivo centrale una parte dei suoi poteri e allargare i margini della democrazia”.

Fin qui l’analisi di Celso Ghini dalla quale si può evincere:
1) Prima di tutto si rileva come le elezioni per i consigli regionali si fossero svolte senza che fosse stata definita alcuna precisa fisionomia istituzionale e amministrativa degli Enti. Iniziava così un cammino tormentato che ci ha portato, fra varie modificazioni del quadro (elezione diretta del Presidente, modifica del titolo V della Costituzione, pressioni federaliste e/o di “devolution”) a una riattualizzazione specifica della frattura centro/periferia che recentemente ha preso la forma di una richiesta di “autonomia differenziata” sulla quale si può ritenere si ritornerà alla fine di questo ciclo d’emergenza nel corso del quale lo scontro tra Governo Centrale e Regioni (in particolare sotto l’aspetto della personalizzazione) ha assunto aspetti molto particolari. Un’assenza di definizione di ruolo che si è accompagnata quindi in questi anni riflettendosi sulla capacità operativa delle Regioni trasformandone la natura istituzionale con la modifica del titolo V avvenuta nel 2001 e la quasi contemporanea elezione diretta del Presidente (legge costituzionale 1/2000) da ente legiferante e di coordinamento a ente di nomina e di spesa.
2) Nell’esito delle elezioni del 1970 si confermarono i timori della DC relativi all’assunzione da parte del PCI, che poi avrebbe costituito giunte con il PSI e lo PSIUP in Emilia, Toscana e Umbria, di una forte vocazione autonomista diversamente dall’atteggiamento “tiepido” tenuto nell’Assemblea Costituente . Con l’esito delle elezioni regionali 1970 il PCI assumeva per intero un “ruolo di governo” del resto già esercitata in Comuni e Province.”Ruolo di governo” portato avanti dal PCI poi fortemente rafforzatosi con l’esito delle elezioni amministrative e regionali del 1975. Un risultato considerato quale come un prologo verso il salto nel governo nazionale e la premessa per il “sorpasso”. Ipotesi poi sfumata le con elezioni politiche del 1976 il cui esito alla fine confermò la “conventio ad excludendum” aprendo la strada al “governo delle astensioni” e la stagione contrassegnata dalla tragedia del rapimento e l’uccisione di Moro e della sua scorta nel pieno della fase degli “anni di piombo”.


3) Va rilevato l’atteggiamento molto duro che Ghini mantiene nel suo testo nei confronti della DC, giudicata sede di “bramosia di potere” e “totalitaria” nel cercare di imporre al PSI l’estensione a tutti i livelli periferici della formula di centro – sinistra (il “preambolo Forlani” redatto proprio nel 1970, in vista delle elezioni regionali). La valutazione di Ghini è naturalmente precedente all’elaborazione della linea del compromesso storico. Nel momento delle elezioni regionali del 1970 Berlinguer ricopre ancora l’incarico di vice – segretario . Nel Novembre 1969, sei mesi prima, era stato radiato il gruppo del “Manifesto”.
3) Appare evidente,da parte di Ghini, il tentativo di accentuare i termini della scissione tra socialisti e socialdemocratici avvenuta nell’estate del 1969 proprio ai fini di portare il PSI nell’alveo di alleanze di sinistra in sede locale, come in effetti sarebbe avvenuto non soltanto a livello regionale ma anche provinciale e comunale;
4) Emergeva già in quella fase il tentativo di Andreotti di costruire un “pentapartito” ante-litteram con il coinvolgimento del PLI. Questa linea porterà nel 1972 lo stesso Andreotti per la prima volta alla presidenza del Consiglio alla guida di un governo DC – PSDI -PLI con l’appoggio esterno del PRI e il voto contrario del PSI. Un governo, poi caduto sul cavo di “Telebiella” considerato come il primo passo per l’inserimento stabile dei liberali nell’area di governo a completamento, negli anni ‘80, del ritorno al centro – sinistra. Centro - sinistra diventato poi pentapartito con le presidenze repubblicana e socialista. Il PLI entrò in una coalizione con DC-PSI-PSDI- PRI nel 1981 con il governo Spadolini: Altissimo assunse il Ministero della Sanità.




Questo, infine, il quadro delle percentuali di voto regione per regione alle elezioni del 7 giugno 1970:





Regione
Liste
Altri
36,7%
25,9%
10,6%
8,3%
3,3%
8,0%
3,1%
3,1%
1,0%
-
40,9%
23,1%
12,4%
7,2%
3,8%
5,9%
3,6%
2,4%
0,6%
0,1%
51,9%
16,8%
10,4%
7,6%
3,3%
4,2%
3,5%
1,9%
0,2%
0,2%
32,1%
31,3%
11,3%
7,6%
3,8%
7,3%
2,9%
3,1%
0,6%
-
25,8%
44,0%
8,0%
7,5%
3,0%
3,7%
3,8%
4,0%
0,2%
-
30,5%
42,3%
8,8%
6,4%
3,8%
2,6%
3,2%
2,2%
0,2%
-
30,1%
41,8%
9,5%
4,4%
5,4%
1,8%
4,6%
2,4%
-
-
38,6%
31,8%
8,4%
6,3%
4,0%
2,7%
3,9%
4,2%
0,1%
-
33,2%
26,5%
8,8%
7,7%
10,2%
5,8%
2,6%
3,7%
1,2%
0,3%
48,2%
22,8%
9,0%
5,4%
5,8%
2,9%
3,2%
2,5%
0,2%
-
52,1%
15,0%
9,5%
7,6%
4,5%
6,0%
2,3%
3,0%
-
-
39,6%
21,8%
10,9%
7,1%
8,8%
3,6%
2,5%
3,1%
2,3%
0,3%
41,3%
26,3%
10,6%
4,1%
8,7%
3,0%
2,4%
2,4%
1,0%
0,2%
42,4%
24,0%
12,7%
8,8%
4,8%
3,1%
2,5%
1,7%
-
-
39,7%
23,3%
14,1%
5,1%
6,3%
2,7%
4,0%
4,1%
0,4%
0,1%






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