LE ELEZIONI DEL 7 GIUGNO 1970
di Franco Astengo
Il
sistema politico italiano sta vivendo un momento di particolare
tensione sull’asse del rapporto centro – periferia e in
particolare nel confronto Stato -Regioni.
Un
confronto fortemente inaspritosi in questa fase di emergenza, nel
corso della quale tra l’altro è stato messo da parte il dibattito
sull’autonomia differenziata: un “dialogo – scontro”che
necessariamente dovrà essere ripreso.
In
questo periodo si sono anche ricordate le prime elezioni nelle 15
regioni a statuto ordinario svoltesi il 7 giugno 1970,a distanza di
22 anni dalla promulgazione della Carta Costituzionale che ne
prevedeva l’istituzione all’articolo 114.
Lo
scopo di questo intervento è allora quello di ricostruire cosa
accadde quel 7 giugno 1970.
Erano
ancora l’epoca in cui le tornate elettorali amministrative, salvo
qualche eccezione, si svolgevano tutte assieme in un vero “election
– day”: elezioni regionali, comunali, provinciali nella stessa
giornata.
Difatti in
quel giorno si rinnovarono anche la gran parte dei consigli
provinciali e di quelli comunali, al termine di una precedente
tornata che era durata quasi 6 anni, a partire dal novembre 1964,
proprio in ragione della necessità di varare la legge per l’elezione
dei nuovi organismi regionali.
In questa
occasione si intende affrontare il tema di come quelle elezioni, del
tutto inedite nel panorama politico italiano, fossero vissute a
sinistra e quale analisi fu svolta sul loro esito.
Così si è
pensato di riportare un testo tratto dal volume “Il voto degli
italiani” uscito nel 1974 presso gli Editori Riuniti a cura di
Celso Ghini, all’epoca responsabile dell’Ufficio Elettorale
Centrale del PCI alle Botteghe Oscure: l’Ufficio che, all’epoca,
competeva sempre con il Viminale nella celerità di raccolta dei dati
che riusciva ad offrire con esattezza in precedenza alle fonti
ministeriali.
Un testo
fortemente illustrativo del clima politico dell’epoca.
La raccolta
dei dati avveniva in maniera affatto diversa da oggi e chi ha vissuto
quella stagione ne ha memoria come nottate mitiche raccolte attorno
alle calcolatrici e, in qualche caso (non indulgo in ricordi
personali) addirittura tirando giù le operazioni a mano.
E’ il
caso anche di ricordare chi fosse Celso Ghini:
in qualità di responsabile dell’Ufficio Elettorale del PCI. Il suo
archivio dati, aggiornatissimo ad ogni scadenza elettorale, era a
disposizione di tutti coloro che ne avessero bisogno. Costante e
proficua era stata perciò la sua collaborazione con tutti gli
studiosi che lavoravano nelle università e nei centri studi, nonché
con gli esperti del Ministero degli interni e dell’Istat. Ghini fu
il responsabile di quell’Ufficio, creato a Botteghe Oscure per lui
nel 1963, fino alla sua morte, quindi per quasi un ventennio. Ghini
era nato a Bologna nel 1907, tredicesimo figlio di una famiglia
operaia. Autodidatta, dopo aver conseguito la licenza elementare
nella scuola serale, si appassionò allo studio e alla lotta
politica. Nel 1924, dopo aver subito un primo arresto, entrò a far
parte della Gioventù comunista e nel 1926 del Comitato federale del
partito a Bologna. Dopo aver subito un altro arresto, fu a Mosca alla
scuola di partito, dal 1927 al 1929. Da Parigi, dove si trasferì,
compì varie missioni clandestine in Italia finché venne arrestato
di nuovo nel 1931 e condannato dal Tribunale Speciale a 17 anni di
carcere. Fu durante il confino a Ventotene che cominciò ad occuparsi
di statistica. Dopo la lotta partigiana e dopo la Liberazione divenne
membro della Commissione Centrale di Organizzazione del PCI,
essendone vice responsabile dal 1947 al 1955. Fra gli altri incarichi
nel partito, particolarmente importante fu quello di segretario della
Federazione di Bologna dal 1957 al 1959. Più volte membro del
Comitato Centrale fu anche segretario della Commissione Centrale di
Controllo dal 1960 al 1963 prima di assumere l’incarico di
responsabile dell’Ufficio Elettorale. Alle elezioni Celso Ghini
dedicò numerosi articoli e saggi e alcuni importanti libri, fra i
quali continuano a mantenere immutato il loro valore Il
voto degli italiani
(1975)
e Il
terremoto del 15 giugno
(1976).
Postuma uscì la raccolta Itinerari
elettorali (1946-1976)
(1986).
Celso Ghini morì alla vigilia del I convegno internazionale della
Società Italiana di Studi Elettorali, che si svolse a Pavia dal 7 al
9 gennaio 1982. Dopo aver seguito con entusiasmo e partecipazione la
nascita della Società, non poté assistere alla sua prima importante
manifestazione. L’anno dopo, quando la SISE stabilì di bandire un
premio per tesi di laurea su argomenti elettorali, il Comitato
Scientifico decise di intitolarglielo. Dal 1986 il “Premio Celso
Ghini” è stato assegnato regolarmente ogni due anni.
Il testo di
Ghini qui riportato assume importanza particolarmente significativa
anche per il tipo di linguaggio usato dall’autore e fornisce l’idea
del tipo di definizioni usate a quel tempo sul piano dell’analisi
politica.
Quindi ecco
di seguito il testo in questione:
“Il
1970 è stato un anno eccezionale per numero e importanza di
elezioni. Altre volte l’elettore si era trovato in cabina con due
schede contemporaneamente – Camera e Senato, comune e provincia- ma
soltanto il 7 giugno del 1970 glie ne sono state consegnate tre da
compilare: la scheda per le elezioni del consiglio regionale, eccetto
che per le regioni a statuto speciale, quella per per l’elezione
del consiglio provinciale, quella, infine, per l’elezione del
consiglio comunale. Delle tre 3 votazioni quella di maggior rilievo è
stata l’elezione dei 15 consigli delle regioni a statuto ordinario.
Queste elezioni, arrivate con 22 anni di ritardo, contrastate sino
all’ultimo dalla destra della DC, dai liberali e dai fascisti per
conto di terzi, sono state le elezioni più strane che si potesse
immaginare.
Esse
eleggevano dei consigli di enti che non esistevano ancora perché
mancavano le leggi – quadro che ne fissassero le prerogative e
quelle finanziarie che ne assegnassero i mezzi per poter operare.
Il
pasticcio fu necessario per impegnare governo e maggioranza a
compiere un primo atto irreversibile di attuazione di uno dei punti
più qualificanti della Costituzione senza la possibilità di
ulteriori dilazioni. Dopo essersi formalmente impegnato ad abbinare
le elezioni regionali con quelle amministrative generali,c che
dovevano tenersi per legge nel 1969, il governo riuscì a
procrastinare la data delle votazioni amministrative ancora di un
anno e praticamente di altri due anni l’attività dei nuovi
organismi di potere decentrato.
I motivi
per i quali tutti i governi succedutisi dal 1948 erano stati su
questa materia, e non soltanto in essa, dei governi fuori legge, si
possono rapportare all’inesauribile bramosia di potere della
Democrazia Cristiana. Partito che è sempre stato regionalista in
contrapposizione allo Stato accentrato di origine napoleonica anche
quando era all’opposizione,che alla Costituente si è battuto in
maniera conseguente con i suoi principi, ha di fatto rovesciato la
sua posizione in materia. Appena si è trovato con le redini del
potere nelle mani, è diventato di colpo assertore dell’accentramento
di tutti i poteri a Roma, con l’istituzione dell’ente regione
l’opposizione di sinistra sarebbe riuscita a prevalere in 2-3
regioni.
Questo
era, secondo la mentalità totalitaria del gruppo prevalente nella
direzione della DC, assecondato in pieno dalla socialdemocrazia, un
fatto assolutamente inammissibile.
Da qui
tutta la stucchevole polemica contro il PSI per ottenere l’estensione
obbligatoria della formula del centro – sinistra alle giunte
comunali, provinciali e regionali, sulla necessità di una
maggioranza autosufficiente nella quale imporre al PSI la volontà
moderata degli altri soci della coalizione, ai quali Andreotti ha poi
aggiunto il partito liberale.
Tutte le
precauzioni degli antiregionalisti palesi e di quelli occulti, più
numerosi e potenti, andarono a monte al momento delle elezioni. La
nuova scissione socialdemocratica seguita alla sconfitta elettorale
del 19 maggio 1968 aveva ridato al PSI la sua libertà d’azione.
Esso si presentava alle nuove elezioni con il proprio simbolo, i
propri candidati e con il proprio programma. E, poiché l’elezione
dei consigli regionali era quella che per il suo carattere più si
avvicinava all’elezione della Camera dei Deputati il 7 giugno era
per i due partiti giù unificati e poi nuovamente separati
l’occasione di una verifica della rispettiva influenza elettorale.
Queste
elezioni, infine, con tutte le ambiguità che le avevano accompagnate
costituivano pur sempre un piccolo colpo al granitico edificio del
potere accentrato a Roma nelle mani dei ministeri e dell’alta
burocrazia o almeno l’inizio della lotta per strappare
all’esecutivo centrale una parte dei suoi poteri e allargare i
margini della democrazia”.
Fin
qui l’analisi di Celso Ghini dalla quale si può evincere:
1)
Prima di tutto si rileva come le elezioni per i consigli regionali
si fossero svolte senza che fosse stata definita alcuna precisa
fisionomia istituzionale e amministrativa degli Enti. Iniziava così
un cammino tormentato che ci ha portato, fra varie modificazioni del
quadro (elezione diretta del Presidente, modifica del titolo V della
Costituzione, pressioni federaliste e/o di “devolution”) a una
riattualizzazione specifica della frattura centro/periferia che
recentemente ha preso la forma di una richiesta di “autonomia
differenziata” sulla quale si può ritenere si ritornerà alla fine
di questo ciclo d’emergenza nel corso del quale lo scontro tra
Governo Centrale e Regioni (in particolare sotto l’aspetto della
personalizzazione) ha assunto aspetti molto particolari. Un’assenza
di definizione di ruolo che si è accompagnata quindi in questi anni
riflettendosi sulla capacità operativa delle Regioni trasformandone
la natura istituzionale con la modifica del titolo V avvenuta nel
2001 e la quasi contemporanea elezione diretta del Presidente (legge
costituzionale 1/2000) da ente legiferante e di coordinamento a ente
di nomina e di spesa.
2)
Nell’esito delle elezioni del 1970 si confermarono i timori della
DC relativi all’assunzione da parte del PCI, che poi avrebbe
costituito giunte con il PSI e lo PSIUP in Emilia, Toscana e Umbria,
di una forte vocazione autonomista diversamente dall’atteggiamento
“tiepido” tenuto nell’Assemblea Costituente . Con l’esito
delle elezioni regionali 1970 il PCI assumeva per intero un “ruolo
di governo” del resto già esercitata in Comuni e Province.”Ruolo
di governo” portato avanti dal PCI poi fortemente rafforzatosi con
l’esito delle elezioni amministrative e regionali del 1975. Un
risultato considerato quale come un prologo verso il salto nel
governo nazionale e la premessa per il “sorpasso”. Ipotesi poi
sfumata le con elezioni politiche del 1976 il cui esito alla fine
confermò la “conventio ad excludendum” aprendo la strada al
“governo delle astensioni” e la stagione contrassegnata dalla
tragedia del rapimento e l’uccisione di Moro e della sua scorta nel
pieno della fase degli “anni di piombo”.
3) Va
rilevato l’atteggiamento molto duro che Ghini mantiene nel suo
testo nei confronti della DC, giudicata sede di “bramosia di
potere” e “totalitaria” nel cercare di imporre al PSI
l’estensione a tutti i livelli periferici della formula di centro –
sinistra (il “preambolo Forlani” redatto proprio nel 1970, in
vista delle elezioni regionali). La valutazione di Ghini è
naturalmente precedente all’elaborazione della linea del
compromesso storico. Nel momento delle elezioni regionali del 1970
Berlinguer ricopre ancora l’incarico di vice – segretario . Nel
Novembre 1969, sei mesi prima, era stato radiato il gruppo del
“Manifesto”.
3) Appare
evidente,da parte di Ghini, il tentativo di accentuare i termini
della scissione tra socialisti e socialdemocratici avvenuta
nell’estate del 1969 proprio ai fini di portare il PSI nell’alveo
di alleanze di sinistra in sede locale, come in effetti sarebbe
avvenuto non soltanto a livello regionale ma anche provinciale e
comunale;
4) Emergeva
già in quella fase il tentativo di Andreotti di costruire un
“pentapartito” ante-litteram con il coinvolgimento del PLI.
Questa linea porterà nel 1972 lo stesso Andreotti per la prima volta
alla presidenza del Consiglio alla guida di un governo DC – PSDI
-PLI con l’appoggio esterno del PRI e il voto contrario del PSI.
Un governo, poi caduto sul cavo di “Telebiella” considerato come
il primo passo per l’inserimento stabile dei liberali nell’area
di governo a completamento, negli anni ‘80, del ritorno al centro –
sinistra. Centro - sinistra diventato poi pentapartito con le
presidenze repubblicana e socialista. Il PLI entrò in una coalizione
con DC-PSI-PSDI- PRI nel 1981 con il governo Spadolini: Altissimo
assunse il Ministero della Sanità.
Questo,
infine, il quadro delle percentuali di voto regione per regione alle
elezioni del 7 giugno 1970:
Regione
|
Liste
|
|||||||||
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
Altri
|
||||||||||
36,7%
|
25,9%
|
10,6%
|
8,3%
|
3,3%
|
8,0%
|
3,1%
|
3,1%
|
1,0%
|
-
|
|
40,9%
|
23,1%
|
12,4%
|
7,2%
|
3,8%
|
5,9%
|
3,6%
|
2,4%
|
0,6%
|
0,1%
|
|
51,9%
|
16,8%
|
10,4%
|
7,6%
|
3,3%
|
4,2%
|
3,5%
|
1,9%
|
0,2%
|
0,2%
|
|
32,1%
|
31,3%
|
11,3%
|
7,6%
|
3,8%
|
7,3%
|
2,9%
|
3,1%
|
0,6%
|
-
|
|
25,8%
|
44,0%
|
8,0%
|
7,5%
|
3,0%
|
3,7%
|
3,8%
|
4,0%
|
0,2%
|
-
|
|
30,5%
|
42,3%
|
8,8%
|
6,4%
|
3,8%
|
2,6%
|
3,2%
|
2,2%
|
0,2%
|
-
|
|
30,1%
|
41,8%
|
9,5%
|
4,4%
|
5,4%
|
1,8%
|
4,6%
|
2,4%
|
-
|
-
|
|
38,6%
|
31,8%
|
8,4%
|
6,3%
|
4,0%
|
2,7%
|
3,9%
|
4,2%
|
0,1%
|
-
|
|
33,2%
|
26,5%
|
8,8%
|
7,7%
|
10,2%
|
5,8%
|
2,6%
|
3,7%
|
1,2%
|
0,3%
|
|
48,2%
|
22,8%
|
9,0%
|
5,4%
|
5,8%
|
2,9%
|
3,2%
|
2,5%
|
0,2%
|
-
|
|
52,1%
|
15,0%
|
9,5%
|
7,6%
|
4,5%
|
6,0%
|
2,3%
|
3,0%
|
-
|
-
|
|
39,6%
|
21,8%
|
10,9%
|
7,1%
|
8,8%
|
3,6%
|
2,5%
|
3,1%
|
2,3%
|
0,3%
|
|
41,3%
|
26,3%
|
10,6%
|
4,1%
|
8,7%
|
3,0%
|
2,4%
|
2,4%
|
1,0%
|
0,2%
|
|
42,4%
|
24,0%
|
12,7%
|
8,8%
|
4,8%
|
3,1%
|
2,5%
|
1,7%
|
-
|
-
|
|
39,7%
|
23,3%
|
14,1%
|
5,1%
|
6,3%
|
2,7%
|
4,0%
|
4,1%
|
0,4%
|
0,1%
|
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