PARTITI APERTI di Franco
Astengo
Esaurita
la sbornia personalistica che aveva contraddistinto la segreteria
Renzi, il PD si è ritrovato alle prese con la propria insufficienza
rispetto alla complessità della fase politica e ha così cercato di
colmare il vuoto lasciato da quella gestione poggiando, da un lato,
sulla capacità di alcuni dei suoi amministratori locali (come nel
caso di Bonaccini) e sulla “novità” rappresentata dalle
“sardine” che hanno riempito le piazze in nome di una
“contropolitica” rispetto all’ apparentemente dominante
“antipolitica” .
“Sardine”
che oggettivamente hanno rappresentato un importante punto d’appoggio
per lo stesso PD.
Passato
lo scoglio delle regionali in Emilia - Romagna la segreteria
democratica ha lanciato una campagna di “rifondazione” del
Partito.
Una
“rifondazione” che dovrebbe essere portata avanti attraverso una
proposta di apertura all’esterno: si tratta di un ritornello che
abbiamo già sentito tante volte rivolto alla società civile, ai
movimenti (girotondi piuttosto che sardine), sindaci, amministratori
locali ecc, ecc.
I
primi passi nella direzione di questa presunta “rifondazione” il
PD li si sta compiendo attraverso la presentazione di candidati
civici alle prossime elezioni regionali e amministrative: candidati
scelti attraverso la considerazione
prioritaria riguardante l’interesse (e/o
l’esperienza) sui temi ambientali, anche per corrispondere, almeno
secondo l’indicazione dei media, ad un altro fenomeno di moda.
Fenomeno
riassumibile come “effetto Greta”.
Ad
esempio in Veneto per le Regionali e a Venezia per le comunali pare
che la preferenza possibile esprimibile dal PD ala
carica di Presidente della Regione e di Sindaco di Venezia
riguardi due laureati (un uomo e una donna) rispettivamente in
economia dell’energia e in scienze ambientali.
Accantonate
le primarie la presunta rifondazione del PD parte quindi ancora una
volta dal vertice: dai candidati e dalle elezioni, cioè da una
ricerca di crescita del consenso elettorale inteso come solo segno
possibile per determinare di una ritrovata capacità del partito di
risultare competitivo.
Fin
qui però dalla dirigenza democratica
non sono stati toccati due punti:
1)
Il tema del progetto. A questo proposito non compare nel PD , almeno
fino a nuovo avviso,
un’ipotesi di superamento dell’impostazione di semplice gestione
dell’esistente ( attualmente e da tempo priva anche di soli modesti
afflati riformisti) e di andare oltre
all’avvenuto sacrificio di identità
sull’altare del governo come è successo
nella fase di formazione dell’attuale esecutivo. Il
PD soffre di un’ assenza di riferimenti
complessivi sul piano culturale che proviene da lontano, almeno da
quella “fusione fredda” attuata nel 2007 con il solo scopo di
corrispondere alla “vocazione maggioritaria”. Una “fusione
fredda” basata su di una mera visione elettoralistica dello
scopo stesso di esistenza della formazione politica. Manca una
visione di collegamento culturale, non viene esercitata alcuna
funzione pedagogica, non è stata aperta
una seria riflessione sulla completa assunzione dell’ideologia
neoliberista verificatasi a suo tempo
nella fase dell’Ulivo;
2)
Il tema della forma politica. “Forma politica” e non tanto“Forma
partito”: la seconda definizione quella appunto di “Forma
partito”,infatti, risulterebbe quanto meno semplicistica proprio
rispetto alla realtà dei tempi che stiamo vivendo. La “politica”
ha subito, anche sulla spinta dell’innovazione tecnologica in campo
mediatico e della comunicazione, una modificazione profonda passando
(come ci è già capitato più volte di sottolineare) da fatto
prevalentemente fondato sul pensiero come espressione di una identità
culturale a questione di immagine e di richiesta di scelta elettorale
basata sulla competizione individualistica dell’apparire. In questo
senso è risultato micidiale il meccanismo dell’elezione diretta
dei Sindaci e dei Presidenti delle Giunte Regionali (questi ultimi
ormai impropriamente definiti come “Governatori” dai mezzi di
comunicazione di massa). Elezione diretta che sicuramente ha
garantito la stabilità degli esecutivi al prezzo di una vera e
propria mortificazione dei consessi elettivi e di conseguenza della
rappresentanza e della partecipazione.
L’elezione
diretta dei Presidenti di Regione ha anche trasformato
definitivamente la realtà amministrativa dell’Ente diventato
esclusivamente sede di elargizione di spesa e fabbrica di
nomine,privato quasi completamente della funzione legislativa che
doveva essere esercitata come previsto dal primo capoverso
dell’articolo 117 della Costituzione.
Su
questi due punti, dell’identità progettuale e della forma
dell’agire politico, il PD
non sta tendendo a rinnovarsi e anzi, sul piano dell’
indeterminatezza identitaria, sembra esercitare una sorta di coazione
a ripetere rispetto al passato .
In
realtà si tratta di una carenza di visione culturale che ha
attraversato la storia di PDS e DS e che si trascina fin dal processo
di liquidazione del PCI. Una carenza di visione culturale che poi via
via si è mantenuta al momento della formazione del PD.
Nel
PD è così è sopravvenuta l’egemonia della ex-sinistra
democristiana. Un’egemonia alimentata dall’idea
dell’americanizzazione del partito, americanizzazione poi arrivata
addirittura ad accettare la versione personalistica del potere di
Renzi.
Adesso
poi sul PD pesa la prevalenza nelle scelte di governo dell’ideologia
“antipolitica” espressa dal M5S.
Il
PD, insomma, non può essere inteso come partito “flessibile” ma
come vero e proprio “partito – spugna”, ben oltre quella che
potrebbe essere considerata una giusta porosità dei propri confini.
“Partito
– spugna”, una definizione da non intendersi come espressione di
un certo grado di apertura sociale ma bensì quale indicazione di una
debolezza strutturale sul piano culturale prima ancora che politico.
Quello
appena descritto appare un quadro che ,oggettivamente, lascia ampi
spazi vuoti a sinistra :in particolare se si analizzano le
difficoltà incontrate
anche dal
M5S
che ormai non appare più disporre di quei dati di credibilità
complessiva di cui il MoVImento pareva poter disporre fino a qualche
tempo fa.
Ma
sul versante della “gauche”(intesa nelle solite due versioni:
moderata riformista e massimalista di movimento) non solo si sta
tardando a cercare un’intesa che
dovrebbe realizzarsi
attorno
ad
un progetto di vera e propria ricostruzione, ma non si riesce
neppure a recuperare tracce sufficienti di avvio
di
nuova ricerca posta sul piano dell’identità.
Il
prossimo referendum sul tema della diminuzione del numero dei
parlamentari potrebbe rappresentare un’occasione per tentare di
realizzare un passo in avanti: l’ indicazione di voto per il “NO”,
infatti, dovrebbe discendere non certo da una espressione di mera
volontà conservativa ma dalla capacità di raccogliere un consenso
attorno al rafforzamento dell’idea del tipo di democrazia
repubblicana disegnata dalla Costituzione.
Un
riferimento, quella di una formazione di sinistra costituzionale,
che risulterebbe sicuramente positivo per cominciare a discutere su
idee di progressiva scomposizione e aggregazione di un’area di
sinistra per la quale non mancherebbero spazi di agibilità politica:
attenzione però, in questo campo non è ammesso il vuoto. Una
colmatura di spazio che negli ultimi anni si è verificata o per via
“sostitutiva” da parte della magistratura o per via
dell’antipolitica da parte del M5S. Dunque: Attenzione!
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