INDIVIDUALISMO COMPETITIVO, CONFLITTO, POTERE di Franco Astengo
Un tema che oggi si pone, a giudizio dell’articolista, essenzialmente in relazione all’evidenziarsi del movimento cosiddetto delle “sardine” , all’uso del web come sostitutivo del confronto diretto, che un tempo avveniva “fisicamente” in luoghi deputati e gerarchicamente ordinati all’interno di partiti organizzati.
Nell’articolo appena citato viene portato l’esempio dell’influenza del femminismo sotto l’aspetto di un movimento che torna e ritorna, anche in forme nuove e impreviste, “senza avvertire un bisogno particolarmente urgente di dotarsi di statuti e gruppi dirigenti, almeno secondo i criteri più comuni”.
Vale la pena allora ricordare la diversità tra “finalità universalistiche” ed espressione di “single issue” ed è anche necessario rammentare come gli alfabeti politici del secolo scorso erano materia ardua. Venivano frequentati a lungo, prima di imbracciarli. Cattolici, laici, libertari e comunisti camminavano con lentezza dentro le parole della politica imparando a trasformarle in azioni. Prima nei quartieri, poi nei comuni poi nei vasti collegi elettorali. Fino al teatro della politica nazionale che era selezionato al netto degli scandali, delle trame e della corruzione. Era un lavoro che impegnava la giovinezza, le passioni, l’esperienza. Era apprendistato prima che comando. Era “esercizio sociale della prevenzione”.
Queste affermazioni (molto personali) non debbono suscitare semplicemente la (legittima) nostalgia per il passato ma anche sollecitare una proposta di riflessione per l’oggi e soprattutto per il futuro.
Nell’oggi emerge una domanda: che fine ha fatto il progetto di estensione verso il basso del meccanismo del potere tramite il livellamento sociale che si pensava il web avrebbe finito con il produrre all’insegna dell’ “uno vale uno”?
In tempi non sospetti per definire questa situazione ci era capitato di elaborare la formula dell’ “individualismo competitivo”.
La competizione individualistica sta, infatti, alla base della costruzione delle nuove formazioni politiche non più formate da militanti collegati attraverso un collettivo, ma da singoli che intrecciano “cordate” (cerchi e/o gigli magici) finalizzate a spingere personaggi singoli verso l’acquisizione di posizioni di, più o meno, presunto potere.
Sotto questo aspetto va ripresa una ricerca , partendo da una domanda “E’ questa di oggi la politica con l’individualismo competitivo come forme dominante?” oppure era politica quella del ‘900 dei grandi partiti di massa e della “fatica dell’appartenenza”?
Per rispondere efficacemente occorre ritornare alla sostanza delle cose che riguardano l’umana coesistenza, quando questa assume l’aspetto consapevole di un’identità collettiva.
Una identità collettiva che deve essere considerata tanto dal punto di vista del Potere, quando dal punto di vista del Conflitto.
In questo suo duplice aspetto di Potere e di Conflitto la politica è pensabile come un’Essenza, rintracciabile attraverso la risoluzione di alcune questioni:
1)
Qual è l’origine della collettività e quali i suoi fondamenti di
legittimità?
2)
Quale rapporto c’è tra l’energia originaria delle forme
politiche e le loro realtà istituzionali?
3)
Quali sono i soggetti dell’azione del potere politico, cioè chi
agisce, chi comanda che cosa a chi?
4)
E questo comando come avviene, con quali limiti, a quali fini?
5)
Quali sono i confini dell’ordine politico, come e da chi sono
individuati, chi includono e chi escludono?
Le
concrete risposte a queste domande possono arrivare soltanto
attraverso una riflessione sulle forme storiche della politica e
sono determinate soltanto dalle modalità con cui le categorie che
abbiamo fin qui indicato, conflitto, ordine, potere, forma,
legittimità, sono di volta, in volta organizzate praticamente e
pensate teoricamente.Non si può sfuggire a questo livello di analisi semplificando tutto all’interno di una sola categoria: quella del potere.
Della politica, infatti, fa parte anche il modo con cui essa viene discorsivamente mediata e criticata dai suoi soggetti e dai suoi attori: la politica è una pratica che deve essere sempre un’elaborazione intellettuale e valutativa.
Le “armi della critica” rimangono fondamentali, non alienabili.
E’ il caso di ripetere la nostra domanda: ciò che accade, da molti anni, all’interno del sistema politico italiano può essere considerato “politica” oppure semplicemente lotta per un potere indefinito, al di fuori da qualsiasi riferimento sistemico a valori, progetti, programmi?
Insomma: si è cercato e si cerca di esercitare il potere al di fuori da qualsiasi possibile visione del mondo esaltando, proprio nello specifico del “caso italiano”, l’antica categoria del “trasformismo”.
Dal nostro punto di vista la domanda è retorica e la risposta scontata: non ravvediamo tracce di politica nell’agire sulla base dell’individualismo competitivo, ma dovrà essere ritenuto un fatto positivo se ,come auspica Leiss, si aprisse un dibattito in questo senso.
Tanto più che va aggiunta una considerazione: nonostante che si tenti, come sta accadendo o forse è già accaduto, di ridurre così la politica a “simulacro del comando” non sarà possibile cancellare l’idea del conflitto sociale.
Il potere sarà sempre arbitrario ed eccederà sempre la norma e sarà causa esso stesso dell’esplosione del conflitto sociale: in quest’affermazione ci troviamo confortati dalla lettura di alcuni autori, particolarmente importanti, da Machiavelli, a Spinoza, da Marx a Schmitt.
Il punto di fondo dell’interrogativo che si intende porre in questa occasione rimane allora quello del come, attraverso i meccanismi della democrazia, si possa riuscire a limitare l’eccesso del potere rispetto alla norma e portare il conflitto sociale dentro la politica.
Sicuramente come dimostrano le vicende attuali interne al sistema politico italiano non ci si riuscirà limitandoci a un’espressione dell’angoscia di sé con l’obiettivo rivolto a provocare una lotta destinata soltanto a determinare l’esclusione degli “altri”.
Difficile sfuggire allora alla classica definizione di “partito”: “Raggruppamento organizzato avente le proprie esplicite finalità politiche”.
Per tutti, una definizione quella “classica” di partito da riflettere perché deve essere chiaro: affermare le proprie finalità politiche richiede la capacità di esprimere un conflitto.
Conflitto il cui obiettivo non potrà mai essere la gestione di un potere che si limiti ad autoperpetuare sé stesso.
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