LA FORZA DIROMPENTE DEL REFERENDUM di Franco Astengo
“La
forza dirompente del referendum”: sotto questo titolo il Corriere
della Sera pubblica un intervento dell’ex-ministro Giulio Tremonti
sul tema del referendum confermativo al riguardo della legge
costituzionale che riduce il numero dei parlamentari da 945 a 600.
Nel
suo articolo Tremonti sostiene, tra l’altro, che la portata
politica di questo referendum è enormemente più forte di quello
che, con il suo esito, decretò nel 1993 il passaggio dalla formula
elettorale proporzionale a quella maggioritaria.
Formula
maggioritaria poi temperata dal mantenimento di una quota del 25%
riservata al proporzionale (con tanto di “scorporo” e di “liste
civetta”) come stabilito dalla legge di cui fu relatore l’attuale
presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Giovanni Sartori in
quell’occasione coniò la definizione “Mattarellum”).
Subito
dopo il varo della nuova legge l’allora presidente della Repubblica
Carlo Azeglio Ciampi sciolse i due rami del Parlamento (la Camera era
presieduta da Giorgio Napolitano, il Senato da Giovanni Spadolini)
motivando a questo modo “ “Lo scioglimento trova la sua
principale motivazione, non già in una disfunzione creatasi nel
rapporto tra Parlamento – governo, bensì nel radicale cambiamento
delle regole elettorali imposta dal referendum popolare del 18 aprile
1993, nonché nei profondi mutamenti emersi nel corpo elettorale e
nelle stesse realtà politiche organizzate”.
Tremonti
dunque sostiene che il referendum che dovrebbe svolgersi il prossimo
29 marzo risulti molto più incisivo sulla realtà istituzionale del
Paese che non quello promosso dai Comitati Segni ventisette anni or
sono: la ragione di questa superiore capacità d’incidenza
risiederebbe non solo nella mutata composizione numerica ma anche
nella funzione di rappresentanza territoriale che dovrebbe essere
svolta dai due rami del Parlamento e nella meccanica della sua
efficienza decisionale.
Ancora: una volta entrati in vigore Camera e Senato a ranghi ridotti
rispetto all’attuale composizione si stabilirebbero anche rapporti
diversi tra maggioranza e opposizione e di riflesso tra le forze
politiche come queste sarebbero rappresentate in un Senato ridotto a
200 membri.
Sono tutti elementi da considerare e da riflettere per quanti si sono
già schierati per il “NO” a questo ennesimo tentativo di
deformazione costituzionale.
C’è
da aggiungere che non solo il referendum previsto per il 29 marzo è
assolutamente più dirompente di quello del 1993 ma che, sul piano
della valenza costituzionale, equivale perlomeno a quello del 4
dicembre 2016, allorquando la proposta di revisione della nostra
Carta Fondamentale portata avanti dal PD a segreteria Renzi fu
respinta a grande maggioranza dal voto popolare.
Oggi
siamo di fronte a una situazione che deriva dall’aver sparso a
piene mani il veleno dell’antipolitica e il referendum stesso sulla
riduzione del numero dei parlamentari (riduzione posta come
pregiudiziale dal M5S al PD soltanto per aprire la trattativa sulla
formazione del nuovo governo) assume un evidente ulteriore effetto
di delegittimazione complessiva di un Parlamento ormai ridotto ad una
sostanziale autoreferenzialità.
E’
il caso di ricordare come la caduta di credibilità del Parlamento
abbia una delle sue principali cause nel reiterarsi ormai da tre
legislature di elezioni legislative svoltesi su liste bloccate.
Scrive
ancora Tremonti e vale la pena riprenderne le argomentazioni: “Ma
ciò che è peggio è l’infima cifra della politica che viene così
espressa: mai nella nostra storia così pochi hanno pesato e pesano
tanto male sul presente e sul futuro di tutti gli altri”.
Tra pochi giorni ci troveremo dentro a una campagna elettorale che
non solo sarà sbilanciata nell’attribuzione del peso mediatico tra
le diverse opinioni in campo ma sarà anche invasa dalla facile
mistificazione circa l’abbattimento delle poltrone e dei privilegi
della “casta” (posizione paradossalmente sostenuta da chi della
“casta” fa ormai interamente e integralmente parte).
Più o meno lo stesso tipo di mistificazione con cui ci trovammo a
fare i conti nel già ricordato referendum del 1993, con l’idea
facilmente propagandata e colpevolmente amplificata dai media di
allora della semplificazione nel ruolo del Parlamento intesa come
panacea di tutti i mali della democrazia italiana in quella fase alle
prese con Tangentopoli, lo smarrimento dovuto alla caduta del muro di
Berlino e all’inopinato scioglimento del PCI, al ritardo accumulato
sulla strada dall’adeguamento ai dettati dell’appena firmato
trattato di Maastricht e dell’avvio del percorso verso la moneta
unica.
L’analisi
fin qui compiuta ci dimostra che l’oggetto del contendere, nel
referendum del 2020, non è certo quello della semplificazione del
meccanismo parlamentare : ancora una volta, come già nel 2006 e nel
2016, siamo di fronte alla determinazione di arrivare ad un mutamento
nell’equilibrio dei poteri così come questi sono stati configurati
nel modello di democrazia repubblicana stabilito dalla Costituzione
del ‘48.
Il
tema, almeno dal nostro punto di vista di chi intende sostenere il
“NO”, non deve quindi essere quello della conservazione del
numero dei parlamentari ma quello del mantenimento e se possibile
del rafforzamento di una “balance of power” della quale è parte
indispensabile la rappresentazione nelle massime istituzioni
legislative delle più importanti sensibilità politiche, sociali,
culturali presente in una dimensione rilevante nel Paese.
Così come è fondamentale la presenza nei due rami del Parlamento di
un equilibrio nella rappresentanza territoriale che, invece, sarà
massacrata dalla riduzione numerica che, alla fine, presenterà
situazioni di sicuro profilo incostituzionale.
E’
necessario inoltre ripensare alla formula elettorale, al meccanismo
di scelta individuale dei parlamentari, di distribuzione della
rappresentanza sul territorio.
Soprattutto
va ripreso e avviato un diverso discorso culturale al riguardo
dell’agire politico: la difesa dell’integrità anche numerica
delle Camera può rappresentare, in questo senso, un primo passo
perché si riaffermerebbe la centralità della Costituzione
Repubblicana e uscirebbe sconfitta una inaccettabile idea di
mortificazione della rappresentanza politica.
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