ETICA
POLITICA di Franco Astengo
“Etica
della collaborazione”. Un titolo del Corriere della Sera del 2
febbraio riprende, forse soltanto occasionalmente, il tema del
rapporto tra etica e politica.
Ci
troviamo, infatti,
in una fase in cui si registra una sorta di
oblio
nell’intreccio
tra etica dei principi , etica della responsabilità, agire
politico.
Nel
tentativo che si sta cercando di portare avanti di ricostruzione
della sinistra il ritorno ad una idea di etica nei comportamenti
politici dovrebbe costituire un punto centrale di riflessione.
In
questo senso appare prioritario confrontarsi al riguardo
dell’emergere della “contraddizione post-moderna” intesa con
l’esaurimento dei margini del dominio del genere umano sulla natura
da considerarsi quale emergenza tale da sostituire la centralità di
quella che è stata definita “contraddizione principale”
riguardante lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Mai
come in questo caso, nella relazione che rimane ancora da stabilire
tra dominio del genere umano sulla natura e sfruttamento dell’uomo
sull’uomo, ci si propone il dilemma del come coniugare osservanza
del principio ed esercizio della responsabilità.
Pensiero
a azione, appunto.
Fino
ad oggi, infatti, la risoluzione della prima contraddizione
sul dominio della natura da parte del genere umano
(dando per scontato il superamento del “classico” schema
elaborato da Stein Rokkan di cui deve essere reclamato
l’aggiornamento) stava dentro alla risoluzione della seconda sullo
sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Una
risoluzione che doveva avvenire per via storica
attraverso il superamento del capitalismo e la trasformazione del
modo e delle finalità del produrre.
Insomma:
l’ape
e l’architetto.
Il
punto sul quale si intravedevano le distorsioni impedienti questo
tipo di soluzione era del tutto assegnato alla politica fattasi
potere e ancora da potere a dominio nella sua forma più evidente: lo
Stato.
L’analisi
riguardava le varie forme di dominio fattesi Stato attraverso
l’azione politica.
Con
grande vigore, giudicandone impossibile una qualche riedizione,
abbiamo criticato l’ inveramento statuale realizzatosi
attraverso alcuni fraintendimenti novecenteschi dell’etica
marxiana: per intenderci al meglio
quello che è stato definito
come
“socialismo reale”.
Una
critica molto più netta quella verso il “socialismo reale”( è
il caso di sottolinearlo) di quella che ha squilibrato,
nell’occasione del crollo del sistema raccolto attorno all’Unione
Sovietica,quella
rivolta verso
i cosiddetti regimi liberal-democratici, con le loro deviazioni
colonialiste, razziste, totalitarie.
Ai
protagonisti di
quei “fraintendimenti dell’etica marxiana” che avevano
dato origine agli inveramenti statuali del ‘900 il rimprovero più
severo che, probabilmente, è
stato loro rivolto
è
stato
quello del “tradimento dell’Utopia”.
Dimenticando
che U-topos significa “luogo che non c’è”. Se non c’è, però
è soltanto perché non lo si è trovato e, dunque, bisognerebbe
continuare a cercarlo, senza far sfoggio di ottimismo ma anche al di
fuori dal ripiegamento da un pessimismo passivo.
In
esito a questa discussione, preso atto delle grandi difficoltà di
espressione delle grandi ideologie che hanno caratterizzato ‘800 e
‘900, forse è il caso di riflettere su alcune categorie
probabilmente fin qui non analizzate a sufficienza.
E’
il caso infatti di esaminare la materialità del crollo di molte
parti dell’ “involucro politico” dentro al quale abbiamo
vissuto le nostre esistenze di militanti.
“L’agire
politico”, ben oltre le regole dettate dalla politologia
ufficiale,si
è infatti trasformato in un confronto ristretto tra l’etica e
l’estetica.
Da
un lato oggi, almeno nell’Occidente capitalistico sviluppato,
appare, infatti,
egemone il rapporto tra l’estetica e la politica.
Un’egemonia
che trova le sue fondamenta anche in relazione allo sviluppo di una
certa innovazione tecnologica destinata a stravolgere l’utilizzo
dei mezzi di comunicazione.
L’estetica
intesa come “visibilità” del fenomeno politico portato nella
dimensione pubblica.
Meglio
ancora, nell’esercizio di riti collettivi e consensuali portati
alla mostra della scena pubblica.
La
prospettiva è quella della teatralità della scena politica e il
ruolo di “attori” degli agenti politici.
Si
è così valorizzato l’agire comunicativo in luogo di quello
strategico.
Una
“forma del politico” armoniosa e composta nella cornice da un
conflitto al più agonistico: laddove anche la più stridente
contraddizione rimane “sovrastruttura” e il pubblico può essere
oggetto soltanto di un processo di una gigantesca “rivoluzione
passiva” (altri più pratici scriverebbero: le pecore al pascolo).
Un’estetica
il cui obiettivo è quello dell’ anestetizzazione del “dolore
sociale”, oggi composto da entrambi gli elementi cui si accennava
all’inizio:quello del limite che incontra il dominio umano sulla
natura e quello dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo,
comprensivo anche dell’ulteriore livello dello sfruttamento di
genere (sfruttamento di genere la cui risoluzione avevamo,
erroneamente, affidato all’ obiettivo del superamento del
capitalismo).
Il
confronto, però, a questo punto non può davvero che avvenire tra
l’estetica e l’etica: l’etica intesa come il termine che
designa le regole della condotta umana relativamente alla sfera del
dovere, di ciò che è giusto/lecito fare, contrapposto a ciò che è
ingiusto e/o illecito.
E’
soltanto attraverso il filtro dell’etica che può essere consentito
di guardare alla politica attraverso un costante confronto critico.
La
nostra tradizione ci dice , però, che i rapporti tra etica e
politica non possono
essere soltanto
necessariamente conflittuali, perché l’etica può ricevere una
incarnazione teorica nello Stato (Hegel) o nella classe
oggettivamente rivoluzionaria (Marx): nelle forme, cioè, che
apparivano mature del divenire storico.
Come
abbiamo visto l’esito del ‘900 ha dimostrato che tra Stato e
Classe il nodo teorico non è stato risolto.
Un
nodo che riguarda ancora la dimensione etica degli scopi del
“governo” (proprio attraverso
quell’etica della collaborazione come dal titolo del Corriere della
Sera), poiché proprio l’esito del ‘900 ha posto il problema di
verificare fin dove potesse spingersi l’azione di un governo che
volesse salvaguardare non solo i diritti negativi (di non
interferenza: si può fare tutto quello che non è vietato) dei
cittadini, ma anche i diritti positivi, ossia l’estensione a fasce
sempre più vaste della popolazione dei diritti di tutela sociale,
salute, istruzione, assistenza, fino all’eguaglianza nell’accesso
alle risorse disponibili (salvo il grande interrogativo orwelliano,
sugli alcuni più eguali degli altri).
La
domanda finale, riguarderebbe il chi espande e tutela i diritti della
natura, già così fortemente compromessi dall’antropizzazione
esasperata? Come questi diritti della natura possono intrecciarsi, o
restare irrimediabilmente conflittuali, con quelli della tensione
all’eguaglianza e alla fine dello sfruttamento umano? Come può la
politica trasformare questi interrogativi in una nuova “incarnazione
storica”?
Le
risposte non possono star dentro al vecchio recinto della ricerca
sulla priorità delle contraddizioni ma nella ripresa del confronto
tra etica ed estetica.
Ricostruire,
perché è il caso di ricostruire, l’idea dell’etica pubblica
intesa come idea portante dell’esistenza di criteri morali cui
dovrebbe ispirarsi l’azione pubblica, l’agire politico,quella
“democrazia pubblica” che riguarda la conduzione della vita dei
cittadini.
Beninteso
una “democrazia pubblica” ispirata non a ideali generici, ma ad
un “progetto di società” che riguardi il rinnovato rivolgersi
all’Utopia.
L’Utopia
può essere ricercata attraverso il conflitto, inteso come solo
veicolo per l’avanzamento delle idee sulle quali fondare
l’identità dei soggetti destinati a tramutarli in azione, tra i
quali stabilire elementi di “etica della collaborazione”.
Una
riconnessione , in sostanza, che
deve avvenire
tra principi ispiratori e pratica corrente: ciò che oggi sembra
proprio essere venuto a mancare anche nelle stesse proposizioni di
una filosofia politica unicamente legata all’estetica che ci
appare
non solo egemone ma addirittura dominante.
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