martedì 6 agosto 2019

ANCORA SUGLI INTELLETTUALI


ANCORA SUGLI INTELLETTUALI di Franco Astengo
“Intellettuali di tutto il mondo dove siete finiti?”. Questo il titolo di un lungo intervento di Alberto Manguel apparso su “La Repubblica” del 6 agosto.
Nell’occhiello si rincara la dose”Nelle fragili democrazie occidentali mancano ormai voci critiche in grado di svelare e attaccare con forza le contraddizioni del potere”e si aggiunge più avanti “Il discorso pubblico pare affidarsi soltanto alle emozioni da trasmettere”.
Nel testo si sostiene come il XXI secolo appare come l’epoca dell’incredulità del mondo: forse per la prima volta nella storia lo strumento del linguaggio in genere non è considerato lo strumento della ragione che ci permette di valutare e trasmettere l’esperienza nel modo più preciso possibile.
Si cita Dante quando alle porte dell’inferno vede le schiere degli Ignavi che l’Inferno respinge e il Paradiso non accoglie e si ricorda Gramsci (Quaderno 12) quando osserva come non esista attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale; non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens.
Se come sarebbe necessario s’intende approfondire questo punto assolutamente strategico nella prospettiva politico – culturale è necessario però partire dalla crisi dell’idea di progresso.
La risposta alla crisi dell’idea di progresso è dunque quella arretrata del rilancio del concetto di territorialità, di legame dell’uomo alla terra, di definizione dell’avanzata tecnico – industriale come causa livellatrice delle differenze culturali e storiche tra i popoli.
I punti cioè che ben possiamo definire come di arretramento “storico”.
Un “arretramento storico” al livello di sviluppo del pensiero umano che oggi sembrano prevalenti nelle espressioni culturali e politiche.
Come si recupera, allora, quell’idea di progresso che ci ha accompagnato per almeno due secoli, nell’edificazione della modernità nel ruolo dello Stato e delle relazioni politiche e civili e sociali?
In sostanza, cambia il nostro mestiere di interpreti possibili della necessità della polis: quella, cioè, che con linguaggio filosofico si definirebbe “dover essere della politica”.

Il “dover essere della politica” viene meno nel momento in cui gli intellettuali si adeguano al messaggio corrente, non scavano più nel profondo della ricerca, si alienano alla verità.

L’ultimo decennio del secolo scorso è stato contrassegnato dall’acquiescenza del concetto di “fine della storia”, di assuefazione al colossale fraintendimento che la fine del bipolarismo coincidesse con l’apertura di mercati senza fine, con lo spargimento della buona novella del trionfo della globalizzazione e della fine dello “Stato – Nazione”.

Concetti adottati da tutti e che hanno dato vita a “pericolose illusioni”.

 La fine del fraintendimento rappresentato dal “socialismo reale” (la “fine dell’illusione” di Furet) si è accompagnata, senza soluzione di continuità, a un altro clamoroso abbaglio degli intellettuali in un’interpretazione sbagliata della “fine della storia”.

Gli intellettuali, nel momento in cui la storia del mondo sembrava aver svoltato (almeno in apparenza) hanno inteso servirsi della tecnica, guidata dalla scienza moderna, per realizzare l’omologazione di un certo tipo di uomo e di società, attorno ad una “polis” concepita attraverso il “pensiero unico”.

Ognuno intendeva porsi, cioè, come il fine rispetto allo strumento esasperando il concetto dell’immutabilità della storia (e della negazione dello storicismo) fino a oscurare la ricerca della verità.

E' in atto invece, almeno a mio modesto avviso, un processo che, daccapo, è il rovesciamento del rapporto tra mezzo e fine.

 Non sarà più la polis capitalistica a servirsi della tecnica, ma la tecnica a servirsi del capitale, e non sarà più la polis democratica a servirsi della tecnica, ma la tecnica a subordinare a sé la democrazia.

L’esempio facile, sotto quest’aspetto, è- si ribadisce ancora una volta -quello dell’Unione Europea fondata sulla tecnica, in questo caso quella monetarista.

Altro esempio da sviluppare, assolutamente legato all’attualità della vicenda italiana, riguarda l’assoluta prevalenza della “tecnica di governo” sull’effettiva capacità di resa del sistema sul piano della rappresentatività politica.

Una forma, questa del rapporto tecnica di governo /rappresentatività politica che sta assumendo aspetti di assolutismo per i quali un richiamo a Schmitt non appare davvero peregrino.

Il silenzio degli intellettuali denunciato nel testo di Manguel finisce oggettivamente con l’allinearsi proprio a questa politica assolutistica, negando il conflitto di classe e affidandosi al predominio della tecnica sul potere politico, rifugiandosi in una teoria della “decrescita” di stampo assolutamente conservatore in quanto presupposto per la pratica dell’isolamento sovranista.

Questi sono i punti, grossolanamente esposti, sui quali sarebbe necessario avviare una riflessione, per porsi sulla strada di ricerca una diversa via dell'agire politico, posto in relazione, ancora, a una ricerca, aperta e problematica della verità.

Forse, sul piano dell’intreccio filosofico/politico in relazione alla modernità della tecnica ci troviamo in una condizione di minorità e non possiamo far altro, a questo punto, che allinearsi a Montale: “Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

Non siamo attaccati alla terra d’origine e non vogliamo abbandonare la visione dell’universalismo dettata dall’Utopia.

Universalismo dell’Utopia che dovrebbe nuovamente essere inteso come internazionalismo della visione politica da declinare come mezzo concreto per il riscatto umano.

E’ necessario riflettere attorno a un vero mutamento di paradigma tornando ancora, gramscianamente, a intendere la politica come tensione egemonica, recuperando lo spirito “ di parte”.

Uno “spirito di parte” da porre al centro nel processo di evoluzione storica di mutamento nell’insieme delle relazioni politiche e sociali.

La modernità può essere intesa partendo dalla proposizione di una concezione della critica che raccolga le differenze (penso al pensiero femminista, ecologista, pacifista) puntando a realizzare una sintesi progettuale raccolta in una scansione concreta dell’insieme delle contraddizioni moderne e post – moderne.

Una nuova “sintesi del progredire umano”: questo manca alla filosofia e alla politica.

Si tratta di tornare a essere in grado, perlomeno sul piano teorico, di porci sul terreno della proposizione di una “diversità sociale” al riguardo dell’esistente.

Esistente che non deve essere considerato come immutabile nell’espressione di una sorta di pigrizia di una dominante intellettualità conformista.

Non può esistere neutralità rispetto a questo passaggio, né arrendevolezza verso gli estremi dell’abbandonarsi alla logica del potere.

 Torna alla memoria, per rimanere a Gramsci, “odio gli indifferenti”.

Essere consapevole di questa esigenza di non neutralità, d’intervento attivo, di rinuncia all’astrattezza e al disimpegno, ci fa tornare alla politica: Politica intesa come umana coesistenza quando questa assume l’aspetto di una consapevole identità collettiva, considerata dal punto di vista del Potere e del Conflitto. 

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