A SINISTRA:
AUTONOMIA DI PENSIERO di Franco Astengo
Pietro Folena e Simon Oggionni in un loro intervento
apparso il 7 agosto sul “Manifesto” sotto il titolo “Le ragioni dell’Europa
banco di prova della sinistra” concludono:
“In Italia
davvero vi è chi pensi che può far questo un Partito Democratico” in balia di
nodi irrisolti che si trascinano sin dalla fondazione? O le piccole
organizzazioni politiche a sinistra del PD ciascuna figlie di un diverso
fallimento? Continuiamo a ritenere che occorra un atto di sensata generosità da
parte delle classi dirigenti che hanno contribuito a queste sconfitte e sono
volto di questa inadeguatezza”.
Nell’articolo di Folena e Oggionni, oltre all’esposizione
delle ragioni dell’uguaglianza e del lavoro, si accenna anche a una politica, a
un’organizzazione e a un pensiero di una nuova sinistra.
Chi scrive questa nota sta cercando da molto tempo di
sollevare la questione di fondo di una sinistra d’alternativa all’altezza delle
contraddizioni dell’oggi e non può quindi non concordare con alcuni elementi
contenuti nell’articolo citato.
Allora allo scopo di ribadire elementi di contributo a
questa discussione mi permetto di riprendere i punti essenziali di un
intervento scritto con Felice Besostri proponendoli come spunto e tema per un’iniziativa
che abbia al centro la ricostruzione di un’autonomia di pensiero e di azione
della sinistra italiana:
Da molto tempo la
sinistra italiana ha bisogno di avviare un processo di vera e propria
ricostruzione.
Alcuni punti fermi
di una tale rifondazione sono a nostro avviso ben individuabili e costituiscono
i presupposti fondamentali della possibile ripartenza:
1) L’inutilità
del mero assemblaggio delle residue forze esistenti e della stanca
riproposizione di liste elettorali sempre diverse, ma immancabilmente votate al
fallimento;
2) La
necessità di richiamarsi a un patrimonio storico e culturale valido sia sul
piano della teoria, sia su quello della dinamica politica, superando in avanti
antiche divisioni. Di qui l’impegno a evitare d’ora in avanti ogni ridicola
diatriba sul “aveva ragione questo” o “aveva torto quello”, come ogni
pretestuosa richiesta di scuse davanti alla storia (anzi alla Storia) ecc.,
ecc.;
3) è
ora di riavviare, senza anacronistici riferimenti a modelli passati (Bad
Godesberg, Epinay, Primavera di Praga: tra l’altro tra loro del tutto diversi)
l’elaborazione di un progetto originale che riparta delle contraddizioni e “fratture”
fondamentali, incrociandole però con le nuove contraddizioni imposte dal
presente. Se da una parte, infatti, non basta più da sola l’antica
“contraddizione principale” fra capitale e lavoro, certo non si può neanche
sbilanciare il discorso dall’altra parte, lasciando campo solo a temi pure
urgenti come la questione ambientale, peraltro strettamente legata al modo di
produzione, o una strategia dei diritti riorganizzata esclusivamente attorno
alle questioni di genere. Occorre invece tornare a pensare insieme i due piani:
materiale e immateriale, struttura e sovrastruttura, economia e diritto. Le
faglie oggi definite “post- materialiste” devono stare dentro una strategia
complessiva di trasformazione dell’esistente. Per dirla con Carlo Marx: “Non
basta interpretare il mondo, occorre cambiarlo”;
4) Strettamente
connesso a quanto appena detto sui mutati rapporti tra economia e politica,
finanza e modello sociale, tecnica e vita civile, è anche lo sfrangiarsi
individualistico della società, ma soprattutto la crisi evidente della
democrazia, palesatasi dopo il 1989. Allora la fine della Guerra Fredda lungi
dall’aprire a un’epoca di “noia democratica”, a un mondo pacificato all’insegna
del liberalismo/liberismo, aprì piuttosto all’epoca della “guerra infinita”
ovvero a modelli equivoci detti di “democrazia del pubblico” o “democrazia
recitativa”. Si aprì insomma un’epoca di tensioni planetarie potenzialmente
antidemocratiche, fondate sulla scissione tra procedimento elettorale e
partecipazione dei cittadini, con l’esercizio del potere popolare messo
pericolosamente in discussione. Per questo la sua rifondazione è oggi più che
mai una priorità per una nuova sinistra che voglia essere all’altezza delle
sfide del tempo nuovo;
5) della
crisi di sistema appena richiamata sono indizio anche alcune pulsioni che
pensavamo ormai accantonate, da quelle nazionalistiche, a quelle imperialiste,
al ritorno di fantasmi quali il razzismo e il fascismo. Anche tutto questo
ovviamente deve essere inquadrato nel contesto del mutamento delle dinamiche
internazionali degli ultimi decenni. La fase presenta, infatti, elementi di
emersione di nuovi livelli di confronto tra le grandi potenze e di profonda
modificazione del processo di globalizzazione, così come si era presentato alla
fine del XX secolo e, successivamente, nella fase della “grande crisi” del
2007. Sotto quest’aspetto il grande tema rimane quello di un rilancio concreto
dell’internazionalismo e della prefigurazione di un modello economico e sociale
alternativo a quello neoliberista.
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