mercoledì 7 agosto 2019

A SINISTRA: AUTONOMIA DI PENSIERO


 A SINISTRA: AUTONOMIA DI PENSIERO di Franco Astengo
Pietro Folena e Simon Oggionni in un loro intervento apparso il 7 agosto sul “Manifesto” sotto il titolo “Le ragioni dell’Europa banco di prova della sinistra” concludono:
“In Italia davvero vi è chi pensi che può far questo un Partito Democratico” in balia di nodi irrisolti che si trascinano sin dalla fondazione? O le piccole organizzazioni politiche a sinistra del PD ciascuna figlie di un diverso fallimento? Continuiamo a ritenere che occorra un atto di sensata generosità da parte delle classi dirigenti che hanno contribuito a queste sconfitte e sono volto di questa inadeguatezza”.
Nell’articolo di Folena e Oggionni, oltre all’esposizione delle ragioni dell’uguaglianza e del lavoro, si accenna anche a una politica, a un’organizzazione e a un pensiero di una nuova sinistra.
Chi scrive questa nota sta cercando da molto tempo di sollevare la questione di fondo di una sinistra d’alternativa all’altezza delle contraddizioni dell’oggi e non può quindi non concordare con alcuni elementi contenuti nell’articolo citato.
Allora allo scopo di ribadire elementi di contributo a questa discussione mi permetto di riprendere i punti essenziali di un intervento scritto con Felice Besostri proponendoli come spunto e tema per un’iniziativa che abbia al centro la ricostruzione di un’autonomia di pensiero e di azione della sinistra italiana:
Da molto tempo la sinistra italiana ha bisogno di avviare un processo di vera e propria ricostruzione.
Alcuni punti fermi di una tale rifondazione sono a nostro avviso ben individuabili e costituiscono i presupposti fondamentali della possibile ripartenza:
1)     L’inutilità del mero assemblaggio delle residue forze esistenti e della stanca riproposizione di liste elettorali sempre diverse, ma immancabilmente votate al fallimento;
2)     La necessità di richiamarsi a un patrimonio storico e culturale valido sia sul piano della teoria, sia su quello della dinamica politica, superando in avanti antiche divisioni. Di qui l’impegno a evitare d’ora in avanti ogni ridicola diatriba sul “aveva ragione questo” o “aveva torto quello”, come ogni pretestuosa richiesta di scuse davanti alla storia (anzi alla Storia) ecc., ecc.;
3)     è ora di riavviare, senza anacronistici riferimenti a modelli passati (Bad Godesberg, Epinay, Primavera di Praga: tra l’altro tra loro del tutto diversi) l’elaborazione di un progetto originale che riparta delle contraddizioni e “fratture” fondamentali, incrociandole però con le nuove contraddizioni imposte dal presente. Se da una parte, infatti, non basta più da sola l’antica “contraddizione principale” fra capitale e lavoro, certo non si può neanche sbilanciare il discorso dall’altra parte, lasciando campo solo a temi pure urgenti come la questione ambientale, peraltro strettamente legata al modo di produzione, o una strategia dei diritti riorganizzata esclusivamente attorno alle questioni di genere. Occorre invece tornare a pensare insieme i due piani: materiale e immateriale, struttura e sovrastruttura, economia e diritto. Le faglie oggi definite “post- materialiste” devono stare dentro una strategia complessiva di trasformazione dell’esistente. Per dirla con Carlo Marx: “Non basta interpretare il mondo, occorre cambiarlo”;
4)     Strettamente connesso a quanto appena detto sui mutati rapporti tra economia e politica, finanza e modello sociale, tecnica e vita civile, è anche lo sfrangiarsi individualistico della società, ma soprattutto la crisi evidente della democrazia, palesatasi dopo il 1989. Allora la fine della Guerra Fredda lungi dall’aprire a un’epoca di “noia democratica”, a un mondo pacificato all’insegna del liberalismo/liberismo, aprì piuttosto all’epoca della “guerra infinita” ovvero a modelli equivoci detti di “democrazia del pubblico” o “democrazia recitativa”. Si aprì insomma un’epoca di tensioni planetarie potenzialmente antidemocratiche, fondate sulla scissione tra procedimento elettorale e partecipazione dei cittadini, con l’esercizio del potere popolare messo pericolosamente in discussione. Per questo la sua rifondazione è oggi più che mai una priorità per una nuova sinistra che voglia essere all’altezza delle sfide del tempo nuovo;
5)     della crisi di sistema appena richiamata sono indizio anche alcune pulsioni che pensavamo ormai accantonate, da quelle nazionalistiche, a quelle imperialiste, al ritorno di fantasmi quali il razzismo e il fascismo. Anche tutto questo ovviamente deve essere inquadrato nel contesto del mutamento delle dinamiche internazionali degli ultimi decenni. La fase presenta, infatti, elementi di emersione di nuovi livelli di confronto tra le grandi potenze e di profonda modificazione del processo di globalizzazione, così come si era presentato alla fine del XX secolo e, successivamente, nella fase della “grande crisi” del 2007. Sotto quest’aspetto il grande tema rimane quello di un rilancio concreto dell’internazionalismo e della prefigurazione di un modello economico e sociale alternativo a quello neoliberista.


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