AGOSTO
1917: A TORINO LA RIVOLTA DEL PANE di Franco Astengo
A Torino, nell'estate del 1917, i problemi economici e le difficili
condizioni in cui si trovavano a lavorare la maggior parte dei
proletari italiani sfociarono in una serie di rivolte che assumeranno
anche un carattere antimilitarista contro la guerra in atto.
Si trattò di un episodio assolutamente da ricordare intendendolo quale
espressione di una capacità di mobilitazione contro la guerra che era
davvero difficile da esprimere in quel momento da parte del
proletariato.
La “rivolta del pane” si può considerare anche quale primo effetto,
in Occidente, della rivoluzione in quel momento in corso in Russia.
E’ allora il caso di esaminare, sia pure sommariamente,
quell’avvenimento riassumendo il commento possibile nella sola antica
frase “Ribellarsi è giusto” che, allora come oggi, non è mai apparsa
così calzante rispetto alla situazione sociale e politica.
Che la memoria continui a insegnare!
E’ questo il modesto messaggio che, personalmente, mi piacerebbe poter
esprimere ricordando quelle giornate.
A Torino, nell'estate del 1917, i problemi economici e le difficili
condizioni in cui si trovavano a lavorare la maggior parte dei
proletari italiani sfociarono in una serie di rivolte che assumeranno
anche un carattere antimilitarista contro la guerra in atto.
Il mancato rifornimento di farina del 22 agosto 1917 fu il varco
attraverso il quale le dimostrazioni per il pane si tramutarono in
moti antimilitaristi che durarono circa una settimana.
Il 23 agosto gli scontri si fecero più violenti. In vari punti della
città, i rivoltosi si fronteggiarono con le forze di polizia e
dell'esercito. I teatri degli scontri più aspri e violenti furono
Borgo San Paolo, la Barriera di Nizza e la Barriera di Milano
(quartiere in cui vi era una fortissima presenza di anarchici, tra cui
Maurizio Garino, Italo Garinei e Pietro Ferrero).
Le rotaie dei tram vennero divelte, furono erette barricate in diversi
punti della città e molti negozi vennero saccheggiati. In Barriera di
Milano, un gruppo di anarchici costituì un centro organizzativo della
sommossa. Alla fine della giornata si contarono 7 dimostranti uccisi
dalle forze dell'ordine, 37 feriti e 200 arrestati.
Il giorno seguente, 24 agosto, gli scontri continuarono, ma questa
volta l'esercito passò a una ancor più dura controffensiva. Alla fine
della giornata si contarono 24 dirigenti del PSI arrestati insieme ad
un migliaio di operai e dimostranti vari.
Da martedì 28 agosto furono sedate le rivolte e le autorità poterono
annunciare che «l'ordine regnava a Torino».
Il bilancio finale fu di circa cinquanta morti fra i rivoltosi, circa
dieci fra le forze dell'ordine e circa duecento feriti; vi furono un
migliaio di arrestati; di essi, varie centinaia furono processati per
direttissima e condannati alla reclusione in carcere.
Tra il giugno e l'agosto del 1918 ebbe luogo, avanti al Tribunale
Militare di Torino, un ulteriore processo che vide imputati dodici
dirigenti socialisti e un anarchico. Dalle risultanze processuali
emerse che la rivolta era stata spontanea e non era frutto di nessun
complotto. Ciononostante, sei degli imputati (fra i quali il leader
socialista Giacinto Menotti Serrati, che si era recato a Torino
durante la sommossa rimanendovi però un giorno solo) furono ritenuti
dal Tribunale "autori morali della sommossa" e perciò condannati a
pene detentive varianti fra i tre e i sei anni.
Durante i giorni della rivolta, la folla cantava un ritornello che poi
divenne famoso:
« Prendi il fucile e gettalo (giù) per terra,
vogliam la pace, vogliam la pace, vogliam la pace, mai vogliam la guerra! »
A Torino l'opposizione alla guerra era stata vivissima fino dal 1914
sia per la presenza di un proletario operaio combattivo e radicale (il
grande sciopero del maggio 1915 lo aveva dimostrato), sia perché la
grande, media e piccola borghesia era stata nella grande maggioranza
giolittiana e neutralista. Inoltre a Torino avevano avuto scarsa
fortuna i piccoli borghesi dannunziani e nazionalisti.
La “rivolta del pane” fu occasione d’intervento e di riflessione per
Antonio Gramsci che scriverà nel 1920:
“Invano avevamo sperato nell’appoggio dei soldati; i soldati si
lasciarono trarre in inganno che la rivolta fosse stata provocata dai
tedeschi…Le donne operaie e gli operai che insorsero nell’agosto a
Torino, che presero le armi, combatterono e caddero come eroi, non
soltanto erano contro la guerra, ma volevano che la guerra terminasse
con la disfatta dell’esercito della borghesia italiana e con una
vittoria di classe del proletariato”
Nel 1917 Gramsci lavorava come giornalista in un quotidiano socialista
di Torino, Il Grido del Popolo, e collaborava con l’edizione
piemontese dell’Avanti!
Il 5 agosto 1917 era arrivata a Torino una delegazione dei soviet
russi, della quale facevano parte fra gli altri Josif Goldemberg e
Aleksandr Smirnov. Il viaggio era stato autorizzato dal governo
italiano, che sperava che il nuovo governo russo proseguisse l’impegno
bellico contro la Germania. Dopo aver incontrato i delegati russi, i
socialisti italiani espressero la propria perplessità rispetto alle
idee ancora prevalenti all’interno dei soviet russi. L’11 agosto il
redattore de Il Grido del Popolo s’interrogava:
«Quando sentiamo i delegati del Soviet russo parlare di continuare la
guerra per la difesa della rivoluzione, ci domandiamo ansiosamente se
invece essi non accettino – senza saperlo e senza volerlo – di
continuare la guerra per la difesa degli interessi della sopravvenuta
borghesia capitalistica Russa, contro l’assalto proletario per
l’ennesima vittoria della coalizione capitalistica, contro il pericolo
collettivista che si avanza».
Gramsci aveva ben intuito che, scoppiata la “rivoluzione contro il
capitale”, soltanto il superamento della condizione di guerra,
rispondendo all’aspirazione più profonda del popolo, avrebbe potuto
far volgere gli eventi dalla parte dei bolscevichi.
Il Grido del Popolo non venne diffuso durante quelle giornate. Riprese
in pieno le sue attività il 1° settembre, adesso sotto la direzione di
Gramsci, che sostituì la dirigente socialista Maria Giudice, finita
agli arresti. La censura statale non consentiva peraltro di pubblicare
alcun riferimento all’insurrezione. Gramsci colse invece l’occasione
per fare un breve cenno a Lenin: «forse Kerenski rappresenta la
fatalità storica, certo Lenin rappresenta il divenire socialistico; e
noi siamo con lui, con tutta l’anima». Il riferimento è alle giornate
di luglio in Russia e alla persecuzione dei bolscevichi che ne seguì,
costringendo tra l’altro Lenin a rifugiarsi in Finlandia.
La frazione intransigente rivoluzionaria del partito socialista si
organizzò per affrontare la nuova situazione che la rivolta di Torino
e le vicende russe avevano creato. A novembre, i dirigenti di questo
raggruppamento convocarono un incontro segreto a Firenze per discutere
«il futuro orientamento del nostro partito».Gramsci, che aveva
iniziato ad assumere un ruolo importante nella sezione socialista
torinese, partecipò alla riunione. In quell’incontro si allineò a chi,
come Amadeo Bordiga, riteneva necessaria l’azione militante, laddove
Serrati e altri si pronunciavano per il mantenimento della vecchia
tattica neutralista. La riunione si concluse riaffermando i principi
dell’internazionalismo rivoluzionario e dell’opposizione alla guerra,
ma senza alcuna indicazione pratica sul da farsi.
Dalla rivolta di Torino e dalla sua successiva analisi posta in
relazione con gli avvenimenti rivoluzionari in Russia si può dire che
nacque – almeno in embrione – il nucleo dirigente e militante che poi
avrebbe dato vita alla frazione comunista in seno al PSI e
successivamente al PCd’I: una duplice matrice che poi avrebbe pesato
nella storia, quella del “fare come in Russia” e quella dell’analisi
della situazione italiana in relazione alle condizioni del
proletariato.
L’esempio del sacrificio delle proletarie (in primissima fila le
donne) e dei proletari torinesi fu quindi alla base dell’avvio di quel
decisivo processo politico, inteso quale espressione non astratta di
organizzazione della volontà popolare di battersi contro la guerra e
le miserevoli condizioni di vita.
Un dato, questo, da sottolineare ancor oggi per la sua importanza.
La situazione italiana stava così scivolando verso Caporetto.
A Torino, nell'estate del 1917, i problemi economici e le difficili
condizioni in cui si trovavano a lavorare la maggior parte dei
proletari italiani sfociarono in una serie di rivolte che assumeranno
anche un carattere antimilitarista contro la guerra in atto.
Si trattò di un episodio assolutamente da ricordare intendendolo quale
espressione di una capacità di mobilitazione contro la guerra che era
davvero difficile da esprimere in quel momento da parte del
proletariato.
La “rivolta del pane” si può considerare anche quale primo effetto,
in Occidente, della rivoluzione in quel momento in corso in Russia.
E’ allora il caso di esaminare, sia pure sommariamente,
quell’avvenimento riassumendo il commento possibile nella sola antica
frase “Ribellarsi è giusto” che, allora come oggi, non è mai apparsa
così calzante rispetto alla situazione sociale e politica.
Che la memoria continui a insegnare!
E’ questo il modesto messaggio che, personalmente, mi piacerebbe poter
esprimere ricordando quelle giornate.
A Torino, nell'estate del 1917, i problemi economici e le difficili
condizioni in cui si trovavano a lavorare la maggior parte dei
proletari italiani sfociarono in una serie di rivolte che assumeranno
anche un carattere antimilitarista contro la guerra in atto.
Il mancato rifornimento di farina del 22 agosto 1917 fu il varco
attraverso il quale le dimostrazioni per il pane si tramutarono in
moti antimilitaristi che durarono circa una settimana.
Il 23 agosto gli scontri si fecero più violenti. In vari punti della
città, i rivoltosi si fronteggiarono con le forze di polizia e
dell'esercito. I teatri degli scontri più aspri e violenti furono
Borgo San Paolo, la Barriera di Nizza e la Barriera di Milano
(quartiere in cui vi era una fortissima presenza di anarchici, tra cui
Maurizio Garino, Italo Garinei e Pietro Ferrero).
Le rotaie dei tram vennero divelte, furono erette barricate in diversi
punti della città e molti negozi vennero saccheggiati. In Barriera di
Milano, un gruppo di anarchici costituì un centro organizzativo della
sommossa. Alla fine della giornata si contarono 7 dimostranti uccisi
dalle forze dell'ordine, 37 feriti e 200 arrestati.
Il giorno seguente, 24 agosto, gli scontri continuarono, ma questa
volta l'esercito passò a una ancor più dura controffensiva. Alla fine
della giornata si contarono 24 dirigenti del PSI arrestati insieme ad
un migliaio di operai e dimostranti vari.
Da martedì 28 agosto furono sedate le rivolte e le autorità poterono
annunciare che «l'ordine regnava a Torino».
Il bilancio finale fu di circa cinquanta morti fra i rivoltosi, circa
dieci fra le forze dell'ordine e circa duecento feriti; vi furono un
migliaio di arrestati; di essi, varie centinaia furono processati per
direttissima e condannati alla reclusione in carcere.
Tra il giugno e l'agosto del 1918 ebbe luogo, avanti al Tribunale
Militare di Torino, un ulteriore processo che vide imputati dodici
dirigenti socialisti e un anarchico. Dalle risultanze processuali
emerse che la rivolta era stata spontanea e non era frutto di nessun
complotto. Ciononostante, sei degli imputati (fra i quali il leader
socialista Giacinto Menotti Serrati, che si era recato a Torino
durante la sommossa rimanendovi però un giorno solo) furono ritenuti
dal Tribunale "autori morali della sommossa" e perciò condannati a
pene detentive varianti fra i tre e i sei anni.
Durante i giorni della rivolta, la folla cantava un ritornello che poi
divenne famoso:
« Prendi il fucile e gettalo (giù) per terra,
vogliam la pace, vogliam la pace, vogliam la pace, mai vogliam la guerra! »
A Torino l'opposizione alla guerra era stata vivissima fino dal 1914
sia per la presenza di un proletario operaio combattivo e radicale (il
grande sciopero del maggio 1915 lo aveva dimostrato), sia perché la
grande, media e piccola borghesia era stata nella grande maggioranza
giolittiana e neutralista. Inoltre a Torino avevano avuto scarsa
fortuna i piccoli borghesi dannunziani e nazionalisti.
La “rivolta del pane” fu occasione d’intervento e di riflessione per
Antonio Gramsci che scriverà nel 1920:
“Invano avevamo sperato nell’appoggio dei soldati; i soldati si
lasciarono trarre in inganno che la rivolta fosse stata provocata dai
tedeschi…Le donne operaie e gli operai che insorsero nell’agosto a
Torino, che presero le armi, combatterono e caddero come eroi, non
soltanto erano contro la guerra, ma volevano che la guerra terminasse
con la disfatta dell’esercito della borghesia italiana e con una
vittoria di classe del proletariato”
Nel 1917 Gramsci lavorava come giornalista in un quotidiano socialista
di Torino, Il Grido del Popolo, e collaborava con l’edizione
piemontese dell’Avanti!
Il 5 agosto 1917 era arrivata a Torino una delegazione dei soviet
russi, della quale facevano parte fra gli altri Josif Goldemberg e
Aleksandr Smirnov. Il viaggio era stato autorizzato dal governo
italiano, che sperava che il nuovo governo russo proseguisse l’impegno
bellico contro la Germania. Dopo aver incontrato i delegati russi, i
socialisti italiani espressero la propria perplessità rispetto alle
idee ancora prevalenti all’interno dei soviet russi. L’11 agosto il
redattore de Il Grido del Popolo s’interrogava:
«Quando sentiamo i delegati del Soviet russo parlare di continuare la
guerra per la difesa della rivoluzione, ci domandiamo ansiosamente se
invece essi non accettino – senza saperlo e senza volerlo – di
continuare la guerra per la difesa degli interessi della sopravvenuta
borghesia capitalistica Russa, contro l’assalto proletario per
l’ennesima vittoria della coalizione capitalistica, contro il pericolo
collettivista che si avanza».
Gramsci aveva ben intuito che, scoppiata la “rivoluzione contro il
capitale”, soltanto il superamento della condizione di guerra,
rispondendo all’aspirazione più profonda del popolo, avrebbe potuto
far volgere gli eventi dalla parte dei bolscevichi.
Il Grido del Popolo non venne diffuso durante quelle giornate. Riprese
in pieno le sue attività il 1° settembre, adesso sotto la direzione di
Gramsci, che sostituì la dirigente socialista Maria Giudice, finita
agli arresti. La censura statale non consentiva peraltro di pubblicare
alcun riferimento all’insurrezione. Gramsci colse invece l’occasione
per fare un breve cenno a Lenin: «forse Kerenski rappresenta la
fatalità storica, certo Lenin rappresenta il divenire socialistico; e
noi siamo con lui, con tutta l’anima». Il riferimento è alle giornate
di luglio in Russia e alla persecuzione dei bolscevichi che ne seguì,
costringendo tra l’altro Lenin a rifugiarsi in Finlandia.
La frazione intransigente rivoluzionaria del partito socialista si
organizzò per affrontare la nuova situazione che la rivolta di Torino
e le vicende russe avevano creato. A novembre, i dirigenti di questo
raggruppamento convocarono un incontro segreto a Firenze per discutere
«il futuro orientamento del nostro partito».Gramsci, che aveva
iniziato ad assumere un ruolo importante nella sezione socialista
torinese, partecipò alla riunione. In quell’incontro si allineò a chi,
come Amadeo Bordiga, riteneva necessaria l’azione militante, laddove
Serrati e altri si pronunciavano per il mantenimento della vecchia
tattica neutralista. La riunione si concluse riaffermando i principi
dell’internazionalismo rivoluzionario e dell’opposizione alla guerra,
ma senza alcuna indicazione pratica sul da farsi.
Dalla rivolta di Torino e dalla sua successiva analisi posta in
relazione con gli avvenimenti rivoluzionari in Russia si può dire che
nacque – almeno in embrione – il nucleo dirigente e militante che poi
avrebbe dato vita alla frazione comunista in seno al PSI e
successivamente al PCd’I: una duplice matrice che poi avrebbe pesato
nella storia, quella del “fare come in Russia” e quella dell’analisi
della situazione italiana in relazione alle condizioni del
proletariato.
L’esempio del sacrificio delle proletarie (in primissima fila le
donne) e dei proletari torinesi fu quindi alla base dell’avvio di quel
decisivo processo politico, inteso quale espressione non astratta di
organizzazione della volontà popolare di battersi contro la guerra e
le miserevoli condizioni di vita.
Un dato, questo, da sottolineare ancor oggi per la sua importanza.
La situazione italiana stava così scivolando verso Caporetto.
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