UN PUNTO DA CHIARIRE di Franco Astengo
C’è un punto da chiarire nell’editoriale firmato da Norma
Rangeri e apparso sul Manifesto del 1 Marzo nell’inserto dedicato alle primarie
del PD.
Rangeri parte dalla constatazione dell’assenza, nell’attuale
quadro politico italiano, di un partito “democratico della sinistra”
ricostruendo anche la storia dei passaggi attraverso i quali dalla svolta della
Bolognina e relativo scioglimento del PCI si è arrivati all’attuale PD.
In questo contesto nell’articolo si nota come “la diaspora ha frantumato, indebolito,
inaridito il partito fino a dimezzarne il consenso, mentre un’altra forza
popolare, il M5 stelle, ne contendeva il campo, e si prendeva parte di quel
popolo”.
Tralasciamo a questo punto l’analisi dei mutamenti
strutturali che hanno attraversato la nostra società, la valutazione delle
politiche portate avanti nel corso degli anni, tutto ciò che è avvenuto –
insomma – nel corso di questo trentennio, per concentrarci sulla proposizione
di “forza popolare” attribuita al M5stelle capace così di prendersi una parte
del popolo che era appartenuto alla sinistra.
Ritengo che questo sia proprio l’aspetto da precisare: non
si è verificato alcun passaggio di popolo, bensì di elettorato (nella classica definizione
della “democrazia del pubblico” di Manin) in tempi di dismissione dei concetti
di appartenenza e di rappresentanza .
Sono questi tempi dell’assoluto prevalere, nelle espressioni
di consenso, del voto d’opinione (fortemente condizionato dalla complessa
ragnatela dei mezzi di comunicazione di massa innervati dall’uso dei social
network) mixato con quello di scambio.
Il combinato disposto di questi fattori ha determinato così
un tasso inedito di volatilità elettorale, come abbiamo verificato nel corso
delle ultime tornate.
C’è stato quindi indubbiamente un passaggio di elettorato ma
non di popolo.
Il “popolo della sinistra” era costituito da quell’insieme
di soggetti organizzati a vario titolo, tenuti assieme all’interno delle
strutture politiche e sociali a integrazione di massa, le principali delle
quali erano rappresentate dai partiti politici.
La “rottura” con il popolo della sinistra è avvenuto,
rispettando anche la cronologia di Rangeri, con la dismissione della forma –
partito rappresentata dal PCI: dismissione avvenuta non tanto attraverso fatti
formali , mutamenti statutari o di assetto del gruppo dirigente,ma attraverso
la proclamazione, al momento della “svolta”, di un mutamento che avveniva all’insegna
dello “sblocco del sistema politico”.
In quella dimensione lo spostamento d’asse avveniva rinunciando
alla funzioni fondamentali del partito di massa, dalla capacità pedagogica alla
rappresentanza politica, verso la “governabilità” (in conseguenza del cui
possibile conseguimento si introdussero gli elementi del maggioritario e della
personalizzazione, fino alle primarie).
Passaggio che si è tentato di forzare attraverso i vari tentativi
di modifica costituzionale ed elettorale, comunque falliti.
Dal punto di vista della diaspora, ancora, Rifondazione
Comunista contribuì poi ad accelerare questo processo di disintegrazione della “forma
– partito” nella sua accezione popolare, inabissandosi in una dimensione
inaudita di “movimento governativista”.
In sostanza lo scioglimento del PCI, prima ancora del crollo
degli altri partiti avvenuto in seguito a Tangentopoli ha rappresentato il vero
e proprio punto di squilibrio del sistema politico italiano consentendo l’introduzione
progressiva di elementi di vera e propria degenerazione che oggi verifichiamo
in essere nella realtà.
Non c’è più nessun popolo: la “folla” assiste alla “democrazia
recitativa”, quanto di peggio (almeno da un certo punto di vista) ci si potesse
augurare.
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