LA FONDAZIONE DELLA III INTERNAZIONALE: LO SPIRITO
CRITICO DELL’INTERNAZIONALISMO di Franco Astengo
E’ stato
ricordato in questi giorni il centenario dalla fondazione della III
internazionale: occorre anche rammentare però come nel tempo l’espressione
“marxismo della III internazionale” abbia assunto un significato negativo come
sinonimo di rigido dogmatismo, di schematismo spinto all’estremo, di paralisi
dello spirito critico.
La vulgata corrente di ricostruzione di quella vicenda
sembra essere, infatti, legata allo scontro tra “rivoluzione mondiale” e
“socialismo in un solo paese”: scelta quest’ultima dalla quale avrebbe avuto
origine la fase di degenerazione nell’inveramento statuale della rivoluzione
russa.
E’ il caso
allora di contribuire alla ricostruzione di quella fase utilizzando quello “spirito
critico” che rimane l’essenza stessa del marxismo e attraverso il cui esercizio
può essere avanzata la possibilità di una sua riattualizzazione.
Riattualizzazione resa urgente in questa fase della
modernità caratterizzata dall’intensificazione dello sfruttamento e dalla
crescita esponenziale di complessi processi di disuguaglianza sociale a
dimensione planetaria.
Se si vuole fornire un apporto in questa direzione ritenendolo
utile al fine di comprendere la storia e di conseguenza la realtà, sarà allora
opportuno enucleare e approfondire il dato di rappresentanza che la III internazionale
aveva assunto come “primo grande esperimento d’interpretazione collettiva dei
fenomeni del mondo” (Franco De Felice, Roma 1974).
Non si tratta allora di proclamare un impossibile
ritorno alla dialettica originaria interna al movimento operaio internazionale
all’epoca delle rivoluzioni ma – appunto – di recuperare il senso della”
capacità di interpretare i fenomeni del mondo”.
Far questo potrà
apparire del tutto fuori moda ma se si vuol comprendere bene la natura e la
dinamica del portato storico che queste vicende hanno effettivamente avuto.
Non ci si può
limitare, infatti, a un approccio sociologico – organizzativo ma appare
necessario delineare le coordinate ideologiche entro cui si è situato lo
sviluppo di quell’iniziativa politica.
E’ noto, ed è ormai ampiamente documentato, che
nell’analisi delle forze costitutive del movimento comunista internazionale
all’indomani della rivoluzione d’ottobre l’accento battesse fortemente sulla
natura internazionale del processo rivoluzionario.
All’origine erano queste le radici di una visione di
tipo essenzialmente internazionalista.
Era comune l’analisi, nonostante importanti differenze,
per l’intera sinistra comunista nella II internazionale, a Lenin, come a
Pannekoek, a Rosa Luxemburg come a Trockij: il capitalismo, giunto allo stadio
monopolistico del suo sviluppo, non poteva non espandersi sempre di più in una
dimensione mondiale e, per ciò stesso, dilatare i propri caratteri
antagonistici dai rapporti di classe ai rapporti tra gli Stati.
Per certi versi, spostandoci per un momento
sull’attualità, abbiamo vissuto analoga situazione all’inizio del XXI secolo
con il movimento no-global, capace di annullare nel cosmopolitismo la
contraddizione di classe, esaltando il movimento rispetto alla “forma – partito”
senza esercitare fino in fondo la critica a un esistente nel quale si affermava
egemonicamente la contro ideologia liberista.
Dal II congresso dell’IC, pur riaffermando l’obiettivo
finalistico di lottare con tutti i mezzi per l’abbattimento della borghesia
internazionale, l’accento si spostò verso l’idea generica della “subordinazione
agli interessi proletari nazionali a quelli internazionali” e dell’“aiuto
reciproco” interno al concetto di centralizzazione.
Il ruolo del Comintern si definì come quello di “organizzazione
madre” chiamata a formulare e a programmare la strategia dell’intero movimento
comunista e ad assegnare a ogni partito membro i compiti necessari a rafforzare
la sua posizione nazionale e il ruolo più conveniente per promuovere lo
sviluppo e il consolidamento del movimento internazionale (Gruber, New York
1972).
E’ a questo punto, e non prima, che il modello
bolscevico del partito s’impose come punto di riferimento, tanto da essere proposto
nei suoi vari gradini nello Statuto dell’Internazionale (Agosti, Roma, 1974).
Naturalmente la conseguenza più importante e più
duratura di questa centralizzazione del “partito mondiale” fu la cosiddetta
“russificazione” del Comintern, rimettendo in discussione proprio lo stesso
concetto di “partito mondiale”.
Con il 1929 l’orizzonte internazionale divenne ancora
più propizio al consolidarsi di questa visione fortemente unilaterale del
processo rivoluzionario.
Dopo l’esplosione della crisi economica mondiale la
concezione della costruzione del socialismo “in un paese solo” s’impose sempre
più come teoria globale della rivoluzione mondiale.
Sullo sfondo di questa evoluzione la “via obliqua”
(Pannekoek, Vienna 1920: definizione analoga a quella gramsciana della “Rivoluzione
contro il Capitale”) attraverso la quale i bolscevichi avevano assunto il
potere in Russia.
Una storia quella del Comintern che può tornare a essere
studiata con profitto anche guardandoci attorno per riscoprire l’esprit che, in
tempi di allargamento del peso sociale delle contraddizioni, l’analisi marxista
può e deve ancora offrire.
Una cultura della critica politica rivolta in senso
internazionalista, che si basi quindi sulla rielaborazione delle nozioni
acquisite da tutte le correnti rivoluzionarie di un ‘900 che rimane ancora tutto
da studiare, sule loro analisi e sul confronto tra le stesse allo scopo di
recuperare il senso pieno della lotta per mantenere viva l’idea dell’“abolire
lo stato di cose presenti”.
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