LA CHIUSURA DEL
CERCHIO DELL’ANTIPOLITICA SITUAZIONISTA? di FRANCO ASTENGO
La lettura di molte rievocazioni e analisi che sono state
dedicate, in questi giorni, al centenario della fondazione dei fasci di
combattimento ha suggerito una riflessione sulle “linee di faglia” che hanno
attraversato il sistema politico italiano nel corso di un secolo.
Una riflessione in conclusione della quale ci si può
rivolgere una domanda: ci troviamo forse nella condizione di una sorta di “chiusura
del cerchio” rispetto alla fase di origine del fascismo?
Riassumo brevemente il filo di un ragionamento che pure
appare molto complesso da sviluppare e che forse meriterebbe maggior livello di
argomentazione.
Andando però per ordine e per sintesi.
Il fascismo nasce sulla frattura interventisti/neutralisti
verificatasi sul piano europeo all scoppio della prima guerra mondiale.
Il PSI italiano, al contrario dell’SPD e del PSF (l’Italia
entra in guerra un anno dopo la Francia e la Germania), non vota i crediti di
guerra e non entra in alcuna “union sacrée”.
Il PSI porterà questa sua posizione avanti fino a
partecipare ufficialmente alle conferenze pacifiste di Zimmerwald e Kienthal
egemonizzate dai rivoluzionari russi che nel 1917 riusciranno a dare
vittoriosamente l’assalto al “Palazzo d’Inverno”.
Alla posizione dei socialisti ufficiali si opposero forze
disomogenee tra socialisti interventisti, sindacalisti rivoluzionari,
futuristi, decadentisti dannunziani in nome del “vitalismo”, della “giovanilismo”,
della necessità di “non perdere l’appuntamento con la storia”.
Saranno questi soggetti a guerra finita, in nome dell’antipolitica
da esercitarsi rispetto ai partiti in allora esistenti (e in particolare
rispetto al PSI), della “vittoria mutilata”, dell’arditismo cresciuto nel corso
degli eventi bellici a dare origine al fascismo: forze tra loro contraddittorie,
confuse, prive di un ordine strategico preciso.
Si potrebbe riassumere che, alla fine, con il fascismo
trionfa una sorta di “antipolitica situazionista” che rapidamente mette radici e
si trasforma in regime approfittando una fase di fortissimo sbandamento
sociale.
Mi rendo ben conto delle semplificazioni e me ne scuso ma
non si può non evitare, leggendo questi passaggi appena enunciati nella loro
schematicità, ad avere di fronte nell’attualità uno stato di cose che sembra
quasi chiudere il cerchio con gli esiti degli avvenimenti di allora.
Troviamo indubitabili
analogie nella velocità della presa del potere e della rozzezza delle
argomentazioni con cui M5S e Lega si sono misurati con l’attualità.
Attualità contraddistinta da uno scompaginamento sociale dal
quale emerge una forte richiesta di “democrazia del pubblico” che i mezzi di
comunicazione di massa hanno presto mutato in “democrazia recitativa”.
Renzi aveva avuto l’intuizione
del muoversi delle cose in questa direzione ma non era riuscito ad adeguarsi al
trend limitandosi a un buffo populismo.
In questo contesto non registriamo forse un ritorno proprio
a quell’antipolitica situazionista sulla base della quale il fascismo prese le
mosse e consolidò il proprio modo d’essere ponendosi direttamente come elemento
di semplificazione del potere di fronte alle masse?
Abbiamo avuto nel tempo altri punti di divisione verticale
nel nostro sistema: dagli anni’50 quella riferita alla divisione del mondo in
blocchi; poi quella segnata da provincialismo nel momento del rapimento Moro fra
trattativa e fermezza che pure aveva dentro elementi di contrapposizione nella
concezione dello Stato.
Questo soltanto per fare degli esempi.
Poi alla caduta del Muro di Berlino si è aperta una
situazione affatto diversa da quella segnata dalle linee di faglia: trionfò,
infatti, il “pensiero unico”.
L’idea vincente negli
anni’90 era quella che si fosse alla “fine della storia” e che ormai non vi
fosse altra strada che quella dell’appoggio al solo gendarme rimasto al mondo e
all’espansione dell’Unione Europea come sede di un grande indistruttibile
mercato, compiendo il destino di un capitalismo dalle “magnifiche sorti e
progressive”.
Le reazioni a questo “pensiero unico” poteva essere diverse
e anche alternative ma la replica più forte, nel reiterarsi del provincialismo italiano,
è stata proprio quella del “ritorno all’indietro”.
Sembra aver vinto proprio la replica lanciata dall’antipolitica.
Una replica capace, nelle sue espressioni più forti, di
afferrare la situazione dettata dalle contraddizioni emergenti ponendosi come
riferimento di una semplificazione nelle idee e negli atti sulla base della
quale affermare un’egemonia e in prospettiva un regime.
Tutto questo si è verificato in un quadro generale di
mutamento sul piano internazionale attraverso quello che, sempre
schematizzando, è stato definito “ritorno alla geopolitica” all’aprirsi di un
nuovo livello di competizione tra le grandi potenze verificatosi in coincidenza
di un apparente ritrarsi degli USA che avvertono il declino del cosiddetto “ciclo
atlantico”.
Ci troviamo quindi schiacciati tra il persistere dell’opzione
liberista fino a ieri frutto del “pensiero unico” e dell’egemonia della
democrazia occidentale e l’avanzare di un pericoloso situazionismo di regime
che sembra aver raccolto tutti gli “ismi” che avevano caratterizzato il 1919
(in particolare quello più pericoloso: il fascismo).
Così sembra chiudersi il cerchio aperto a suo tempo dall’interventismo
del “carpe diem” e del “bel gesto romantico”.
Sarà possibile ancora avviare una riflessione su di una
possibile “terza via”?
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