LA MORALE DELLA PIETA’ di Franco Astengo
Leggo sul tema del “fine vita” e della relativa sentenza della Corte molte
dotte argomentazioni di carattere giuridico, sui vincoli che sono stati posti e
quant’altro.
Mi pare sfugga o non sia sufficientemente richiamato il tema etico che
dovrebbe risiedere a fondamento di tutto
questo.
Forse ci si limita a considerare il dato “esterno” della maggiore libertà
ma meno pare si pensi al “vincolo interno”: a ciò che a noi stessi, nella
nostra sensibilità soggettiva si pone sul piano morale in frangenti di questo
genere.
Non disponendo delle capacità culturali sufficienti ma allo scopo di
esprimere una volontà di contribuire ad una riflessione comune, mi è parso
necessario argomentare una definizione della “morale della pietà” attraverso
una citazione di Schopenhauer.
Poche parole per cercare di contribuire a una riflessione posta fuori e al
di là del mero contesto giuridico che pure risulta assolutamente decisivo da
affrontare:
“Perciò è necessario che io partecipi
del suo dolore come tale, che io senta il suo dolore come di solito sento il
mio, e che perciò io voglia direttamente il suo bene come di solito voglio il
mio. Ma ciò esige che io mi identifichi in qualche modo a lui, cioè che ogni
differenza tra me e un altro, sulla quale si fonda il mio egoismo, sia, almeno
in un certo grado, soppressa. Questo complesso di pensieri qui analizzato non è
né fantastico, né campato in aria, ma è realissimo e nemmeno raro: è il
fenomeno della pietà, cioè della partecipazione, immediata e incondizionata, ai
dolori altrui, e perciò alla cessazione o alla eliminazione di questi dolori,
nella quale consiste ogni contentezza, ogni benessere e felicità. Questa pietà
è l'unica base effettiva di una giustizia spontanea e di ogni carità genuina.
Appena questa pietà si fa viva, il bene e il male degli altri mi stanno
immediatamente a cuore allo stesso modo, se non proprio allo stesso grado, del
mio stesso bene: cosí ogni differenza fra lui e me non esiste piú. Questo
evento è misterioso: è un fatto, di cui la ragione non può render conto
direttamente e le cui cause non si possono scoprire mediante la esperienza.
[...] “
(Schopenhauer, Il fondamento della morale)
Affidare, attraverso il passaggio supremo della morte
la conclusione di una sofferenza irreversibilmente senza sollievo è
probabilmente il massimo della pietà disponibile al fondo dell’animo umano:
almeno così mi sento di riflettere cercando di leggere nella realtà di scelte
estreme ma necessarie.
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