A TRENT’ANNI DALLA SVOLTA di Franco Astengo
A trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino e della
cosiddetta “svolta della Bolognina” il PD, subita la scissione di Renzi,
prepara un manifesto rivolto all’idea di un “nuovo inizio”.
Ritorna così alla ribalta la categoria del “nuovo” che
all’epoca costituì il vero e proprio parametro di valutazione per arrivare a
determinare le ragioni dello scioglimento del PCI: utilizzo il termine
“scioglimento” e non quello di “trasformazione” proprio perché ritengo che nessuno
dei due soggetti che uscirono da quella fase di diaspora abbia potuto,
ovviamente per diverse ragioni, misurarsi in seguito con il tema della
“continuità” proprio con ciò che aveva significato e rappresentato nel profondo
la presenza del Partito Comunista nel sistema politico italiano.
Da allora il mondo è
sicuramente cambiato per tanti aspetti, ma non sono assolutamente cambiate
alcune delle dinamiche di fondo che hanno regolato e regolano l’agire
economico, politico, e sociale sulla base di ben precisi “sistemi” di carattere
teorico, che abbiamo chiamato ideologie.
La grande capacità nell’espressione di egemonia è appunto,
quella, di far passare la propria ideologia come una “non ideologia” ma come
un’inevitabile assunzione di buon senso comune, al grido “le ideologie sono morte”.
E’ ciò che è accaduto, a livello planetario, ormai da
trent’anni, diciamo dalla chiusura storica della divisione in blocchi e
dall’esclamazione, presa per buona da molti, di Francis Fukuyama, di “fine
della storia”.
In realtà i fenomeni più evidenti hanno la caratteristica
del “sempre uguale”, portandosi appresso una carica ideologica fortissima e del
tutto sbilanciata e al ritorno a un confronto tra estremismi, con la sparizione
nelle società occidentali avanzate della “middle class”.
C’è stato molto dell’antico nello sbandierato “nuovo”:
finanziarizzazione dell’economia, estensione della condizione materiale di
classe (con la creazione di un “ventre molle” pauperizzato che, sicuramente nel
“caso italiano” preferisce schiacciare chi si trova di sotto e non unirsi in
un’idea di nuovo “blocco storico”), imbarbarimento nelle condizioni della
produzione e delle qualità della vita se pensiamo all’emergente tema ambientale,
al sostanziale mantenimento delle condizioni di “sopraffazione di genere”, all’impatto
violento delle grandi contraddizioni epocali causate dalle guerre e da un
processo di regressivo imbarbarimento che riguarda ampie zone del mondo
causando fenomeni come quelli del terrorismo globale, dei migranti,
dell’instaurarsi di feroci dittature com’è accaduto in gran parte dei paesi
africani.
Insomma: arretramento, a uso di una riduzione del rapporto
tra politica e società, e quindi del meccanismo di regolazione democratica del
consenso e del controllo sociale.
In Italia il punto di saldatura rispetto a questo stato di
cose è stato ricercato nella personalizzazione della politica, che poi è
franata nella ricerca del protagonismo populista alimentato da un utilizzo del
sistema dei media che, in un primo tempo ha ovviamente favorito l’ascesa –
sempre per restare in Italia – di un’estrema destra populista, ma che adesso
pare molto più incerto nei suoi orientamenti di fondo.
In queste condizioni ciò che rimane di sinistra, non può che
ritrovare nella propria storia gli elementi portanti di una ricostruzione di
autonomia di pensiero e di strutturazione organizzativa.
La lettura della storia intesa come fattore decisivo dell’autonomia
culturale.
Per quel che riguarda
l’Italia per una possibile sinistra emerge, sotto l’aspetto dell’autonomia
culturale e politica, una discriminante,: quella definita dalle linee portanti dalla
Costituzione in particolare negli articoli concernenti la forma di Stato, a
quella di Governo e al ruolo del Parlamento.
Un assetto che si può sintetizzare nella centralità delle
espressioni di rappresentanza del pluralismo politico: in una parola nella
democrazia repubblicana.
E’ il concetto di democrazia repubblicana quello dal quale
ripartire.
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