martedì 24 settembre 2019

A TRENT'ANNI DALLA SVOLTA


A TRENT’ANNI DALLA SVOLTA di Franco Astengo
A trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino e della cosiddetta “svolta della Bolognina” il PD, subita la scissione di Renzi, prepara un manifesto rivolto all’idea di un “nuovo inizio”.
Ritorna così alla ribalta la categoria del “nuovo” che all’epoca costituì il vero e proprio parametro di valutazione per arrivare a determinare le ragioni dello scioglimento del PCI: utilizzo il termine “scioglimento” e non quello di “trasformazione” proprio perché ritengo che nessuno dei due soggetti che uscirono da quella fase di diaspora abbia potuto, ovviamente per diverse ragioni, misurarsi in seguito con il tema della “continuità” proprio con ciò che aveva significato e rappresentato nel profondo la presenza del Partito Comunista nel sistema politico italiano.
 Da allora il mondo è sicuramente cambiato per tanti aspetti, ma non sono assolutamente cambiate alcune delle dinamiche di fondo che hanno regolato e regolano l’agire economico, politico, e sociale sulla base di ben precisi “sistemi” di carattere teorico, che abbiamo chiamato ideologie.
La grande capacità nell’espressione di egemonia è appunto, quella, di far passare la propria ideologia come una “non ideologia” ma come un’inevitabile assunzione di buon senso comune, al grido “le ideologie sono morte”.
E’ ciò che è accaduto, a livello planetario, ormai da trent’anni, diciamo dalla chiusura storica della divisione in blocchi e dall’esclamazione, presa per buona da molti, di Francis Fukuyama, di “fine della storia”.
In realtà i fenomeni più evidenti hanno la caratteristica del “sempre uguale”, portandosi appresso una carica ideologica fortissima e del tutto sbilanciata e al ritorno a un confronto tra estremismi, con la sparizione nelle società occidentali avanzate della “middle class”.
C’è stato molto dell’antico nello sbandierato “nuovo”: finanziarizzazione dell’economia, estensione della condizione materiale di classe (con la creazione di un “ventre molle” pauperizzato che, sicuramente nel “caso italiano” preferisce schiacciare chi si trova di sotto e non unirsi in un’idea di nuovo “blocco storico”), imbarbarimento nelle condizioni della produzione e delle qualità della vita se pensiamo all’emergente tema ambientale, al sostanziale mantenimento delle condizioni di “sopraffazione di genere”, all’impatto violento delle grandi contraddizioni epocali causate dalle guerre e da un processo di regressivo imbarbarimento che riguarda ampie zone del mondo causando fenomeni come quelli del terrorismo globale, dei migranti, dell’instaurarsi di feroci dittature com’è accaduto in gran parte dei paesi africani.
Insomma: arretramento, a uso di una riduzione del rapporto tra politica e società, e quindi del meccanismo di regolazione democratica del consenso e del controllo sociale.
In Italia il punto di saldatura rispetto a questo stato di cose è stato ricercato nella personalizzazione della politica, che poi è franata nella ricerca del protagonismo populista alimentato da un utilizzo del sistema dei media che, in un primo tempo ha ovviamente favorito l’ascesa – sempre per restare in Italia – di un’estrema destra populista, ma che adesso pare molto più incerto nei suoi orientamenti di fondo.
In queste condizioni ciò che rimane di sinistra, non può che ritrovare nella propria storia gli elementi portanti di una ricostruzione di autonomia di pensiero e di strutturazione organizzativa.
La lettura della storia intesa come fattore decisivo dell’autonomia culturale.
 Per quel che riguarda l’Italia per una possibile sinistra emerge, sotto l’aspetto dell’autonomia culturale e politica, una discriminante,: quella definita dalle linee portanti dalla Costituzione in particolare negli articoli concernenti la forma di Stato, a quella di Governo e al ruolo del Parlamento.
Un assetto che si può sintetizzare nella centralità delle espressioni di rappresentanza del pluralismo politico: in una parola nella democrazia repubblicana.
E’ il concetto di democrazia repubblicana quello dal quale ripartire.


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