SAVONA. CALO DEMOGRAFICO E FUGA DEI CERVELLI di Franco
Astengo
Questa la notizia apparsa nei giorni scorsi sui quotidiani
locali:”Savona resta la provincia più
vecchia d'Italia con il rischio fondato di vedere tra poco, il numero degli
abitanti sotto la soglia psicologica delle 60 mila unità. Non accadeva da 20
anni. E' questo il quadro statistico della città, secondo i dati Istat elaborati
dall'Ufficio studi di Cgil Liguria. Quindi una città sempre più anziana, dove
il numero dei decessi supera di gran lunga quello delle nascite.”
Nonostante questi dati assolutamente preoccupanti se ne
registrano anche altri che, a nostro giudizio, accentuano la realtà di una
crisi di stagnazione dalla quale la nostra provincia non pare proprio in grado
di risollevarsi.
Da un recente sondaggio condotto da “Yougov” per conto dello
European Council of Foreign Relations nel merito dei fenomeni migratori
riguardanti i giovani che dalle province italiane emigrano all’estero o in
altre province del Paese emerge, in maniera assolutamente sorprendente, che
dalla provincia di Savona la media di giovani che emigrano verso altre
provincie italiane in cerca di lavoro e/o di carriera, è ancora superiore alle
media nazionale.
La media savonese infatti è dello 0,76% di fronte ad una
media nazionale dello 0,53%.
Savona invece non compare nella graduatoria delle province
nelle quali la ricerca di emigrazione si rivolge prevalentemente verso l’estero,
come accade invece a Imperia che si colloca in questa speciale classifica alla
pari di Bolzano: è evidente come il fenomeno risulti accentuato dalla vicinanza
delle frontiere e quindi probabilmente si tratta – appunto – di un fenomeno di
carattere transfrontaliero.
Il fenomeno savonese s’inquadra, invece, all’interno di una
ricerca a raggio ridotto con le mete tradizionali di Genova e Milano
privilegiate dai giovani che cercano sbocchi lavorativi più adeguati alle loro
capacità e si sentono soffocati da una situazione locale che davvero non offre
sbocchi praticabili se non in forma precaria e in settori di secondaria
importanza.
Il fenomeno della “fuga dei cervelli” risale molto indietro
nel tempo e deve essere considerato come uno dei fattori decisivi della crisi
che ha investito la nostra provincia nel quadro di quel processo di
deindustrializzazione dovuto soprattutto alla perdita di competitività
tecnologica delle nostre più grandi aziende che ha caratterizzato la situazione
savonese a partire almeno dagli anni’60.
In quel
periodo infatti si avviò, infatti, in una forma quasi “carsica” quella “fuga di
cervelli” che poi esploderà in una misura particolarmente evidente negli
anni'70-'80, quelli che fecero registrare un incontrovertibile impoverimento
generale, mascherato dalla tenuta dei livelli pensionistici degli ex-operai
dell’industria e dei portuali che contribuirono a tenere alto il livello medio
di vita.
Il fenomeno della “fuga dei cervelli” merita un
attimo di approfondimento: a Savona funzionavano allora istituti tecnici di
grande prestigio e in grado di formare forti capacità nel campo della ricerca e
dell'applicazione; ebbene, gran parte dei diplomati da quegli istituti, proprio
a partire dagli anni'60, dovettero cercare lavoro fuori città (in un primo
tempo principalmente a Genova, successivamente anche a Milano) perchè la nostra
industria che, nel frattempo, aveva subito nuovi colpi sul piano occupazionale,
con il ridimensionamento dello stabilimento “Scarpa e Magnano” passato
dall'Edison, al momento della nazionalizzazione dell'energia elettrica, al
gruppo Magrini di Bergamo che in quella città aveva trasferito quadri tecnici
fondamentali per lo sviluppo e il rinnovamento del “know-how” dell'azienda
savonese e la partenza per Trieste del reparto fonderia dell'Italsider, aveva
già mancato l'appuntamento con i punti più avanzati del processo di
riconversione industriale, già in atto in altre parti del Paese: un elemento,
questo, che avrà riflessi davvero decisivi sull'insieme della prospettiva
economico – sociale del savonese.
Ancora sarebbero da ricordare, soltanto come
esempi, la perdita progressiva di know – how della Ferrania dopo la cessione da
parte della 3M e l’apertura di una distruttiva fase di confronto sul tema
lavoro – ambiente riguardante l’ACNA al riguardo delle quale mancò totalmente
la volontà politica di affrontare una questione di portata internazionale.
Per comprendere i fenomeni ancora in atto e che
abbiamo segnalato in apertura è necessario risalire all’indietro nella nostra
storia industriale per capire le ragioni di un declino ormai inarrestabile per
una Città e una Provincia per le quali, nel corso dei decenni, è stato proposto
un modello – fondato sulla speculazione – profondamente e colpevolmente
sbagliato da parte dell’insieme di una borghesia e di un quadro istituzionale
votati alla speculazione e a una visione quasi fatalistica di abbandono all’ineluttabilità
dei fenomeni più negativi.
Senza dimenticare la dirimente “questione morale”
degli anni’80.
Una borghesia, quella savonese, ridotta alla mera conservazione e
accumulazione dei propri patrimoni, incapace di sviluppare un progetto
complessivo di riqualificazione dell’economia, con Camera di Commercio e Unione
Industriali semplicisticamente abbarbicate nel mantenimento di uno “status quo”
che appariva inscalfibile .
Successivamente, quando questi
soggetti si accorsero dell’insostenibilità della loro posizione, non riuscirono
a oltrepassare la logica di proposta interna a una “logica di scambio” .
Le istituzioni, dopo un primo tentativo di programmazione comprensoriale
della gestione del territorio e del conseguente possibile sviluppo economico
(il PRIS che prese avvio nel 1964) cedettero gradualmente alle miopi scelte
compiute da quei privati che erano ancora in grado di utilizzare grandi
concentrazioni di capitali sul territorio.
Fu quello il momento – appunto – dell’apparire sulla scena della già
citata “logica di scambio”.
Si fornì, infatti, il terreno di coltura a forme di intervento
(soprattutto in campo urbanistico) sulla base delle quali si stabilì, in Città
e nel Ponente, un rapporto diretto tra “cultura del cemento”,
deindustrializzazione, pratica delle tangenti.
Si era così aperta la strada alla “fuga dei cervelli”, all’impoverimento
generale, a scelte francamente deleterie come quella legata alla davvero
deprimente presenza delle crociere, i cui effetti oggi abbiamo con drammatica
evidenza sotto il nostro sguardo di ormai anziani osservatori.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie