ELITE, POTERE E CLASSE POLITICA di Franco Astengo
Gli accadimenti in atto nel sistema politico italiano stanno
dimostrando come si siano profondamente modificate le regole dell’esercizio del
potere in via istituzionale in un quadro generale di profondo cambiamento che si sta verificando
nel rapporto tra governo e parlamento e negli stessi comportamenti soggettivi
degli esponenti politici nella comunicazione e nell’esercizio del potere.
Ci troviamo nuovamente in una fase di formazione di una
sorta di “Costituzione materiale” dai termini contrapposti a quelli della “Costituzione
formale”.
Permane una transizione i cui contorni appaiono assai
incerti salvo verificare un nuovo accelerarsi di meccanismi di
personalizzazione della politica esercitati in forme sempre più evidenti di
vero e proprio disprezzo per quello che si riteneva, a partire dalla
Costituzione Repubblicana, una sorta di “consolidato” nella forma e nella
sostanza istituzionale.
Un “consolidato”, tra l’altro, confermato in almeno due
occasioni (2006 e 2016) da un voto popolare che ha ribadito il concetto di
centralità del parlamento, indicando proprio nelle Camere il luogo dove le
élite dovrebbero formarsi ed esercitare la loro funzione di direzione della
politica del Paese.
Sotto quest’aspetto tutto sembra tornare in discussione e
sorge di nuovo una domanda di grande attualità: come si determinano i
meccanismi di accesso all’effettiva gestione del potere politico in tempi di
società complessa, dove appaiono evidenti i limiti dei “corpi intermedi” e
delle stesse formazioni di governo?
Come può essere possibile non confondere potere e governo,
tanto più che il governo appare ormai esprimersi attraverso la formula a “bassa
intensità” dell’obbligo alla governabilità quale fine esaustivo dell’agire
politico e l’obbligo alla governabilità è esercitato attraverso il prevalere
della funzione del singolo rispetto all’esercizio di un ruolo collettivo, in
una evidente voluta confusione di ruoli?
Per rispondere efficacemente è necessario ricostruire subito
il quadro generale dentro cui ci troviamo: da una parte è cresciuto grandemente
il fenomeno della “personalizzazione” della politica ormai giunto a sfiorare
livelli preoccupanti in un rapporto tra il “capo” e le “masse” veicolato
soltanto dal mezzo televisivo o dal web, attraverso cui si realizza un
inquietante e per certi versi paradossale “dialogo” diretto tra il “politico” e
la folla; contestualmente, e ci verrebbe da aggiungere quasi naturalmente, sono
cambiati profondamente i partiti politici, ormai svuotati dalla partecipazione
di iscritti e militanti ridotti al rango di “fruitori di eventi”.
Partiti politici
trasformatisi in alcuni casi in “partiti personali elettorali” e in altri in
una forma particolare del “partito acchiappatutti”: un modello questo che nella
realtà del caso italiano appare molto più informe nella sua struttura e molto
più caotico nella sua organizzazione di quanto non fosse stato immaginato nel momento
della sua teorizzazione, quale punto possibile di superamento del “partito di
massa”.
Sarà bene intenderci subito su di un’affermazione
essenziale: la democrazia non è possibile senza partiti politici, perché il
“pluralismo si esprime anche in organizzazioni stabili, durature, diffuse, che
si chiamano – appunto – partiti” (Kelsen 1929, trad.it. 1966). I partiti
svolgono funzioni non assolvibili da nessun’altra organizzazione e non soltanto
dal punto di vista della promozione elettorale, ma anche nei compiti oggi
largamente disattesi se non del tutto ignorati della partecipazione alla vita
pubblica, della formulazione di programmi, ai compiti di acculturazione di
massa e di vera e propria integrazione sociale.
Il punto da rimettere in discussione fino in fondo, allora, è
quello riguardante il “come” si formano i gruppi dirigenti, come avviene la
selezione del personale politico, come si costruiscono quelle élite chiamate al
compito di dirigere la vita pubblica.
E’ il caso allora di riprendere la discussione per un
possibile aggiornamento della “teoria delle élite”.
La prima nozione in materia ci proviene da Vilfredo Pareto ,
allorquando individua nell’eterogeneità sociale il costruirsi di una dicotomia
”stabile” tra una classe superiore e una classe inferiore e indica l’unica
possibilità per ritrovare i migliori nelle posizioni di vertice nel continuo
ricambio delle élite e al passaggio di individui da una classe all’altra (Sola,
2000).
Tocca però ad Antonio Gramsci costruire sul piano teorico la
nozione di élite, partendo dall’insoddisfazione per la definizione coniata da
Gaetano Mosca di “classe politica”.
Al pensatore sardo (“Quaderni del carcere” volume III,
edizione Einaudi 1975) la definizione “classe politica” appare “elastica e
ondeggiante”, dal momento che “talvolta essa sembra sinonimo di classe media,
altre volte è impiegata per indicare l’insieme delle classi possidenti, altre
volte ancora fa riferimento alla “parte colta” della società o, più
restrittivamente, al “personale politico” inteso come ceto parlamentare dello
Stato.
Per ovviare a questi inconvenienti e per ancorare la teoria
delle élite alla metodologia marxiana e alla teoria delle classi, Gramsci, che
pure utilizza in diverse occasioni il termine élite, propone di distinguere tra
classe dirigente e classe dominante.
Il criterio che egli adotta è direttamente riferito al
lessico marxista, ma tiene conto anche delle riflessioni di Pareto in tema di
“forza” e di “consenso”.
Premesso quindi che la supremazia di un gruppo sociale si
manifesta in due modi, come “dominio” e come “direzione intellettuale e morale”
Gramsci propone di chiamare classe dirigente quel gruppo che s’impone
attraverso il consenso, ovvero esercita l’egemonia sugli altri gruppi sociali.
Viceversa è classe dominante quel gruppo che tende a
liquidare o a sottomettere i propri avversari.
Una classe può essere dominante e non dirigente oppure
dirigente e non dominante.
Oggi emerge la tendenza a confondere questi elementi: il “Capo”
si pone alla testa ma non alla guida ed esercita il potere soltanto con l’obiettivo
proprio di rimanere “alla testa”., senza esercitare la “guida” se non nelle
forme indicate dalla mutevolezza di sensibilità propria della “folla”.
Il tema della costruzione delle élite dovrebbe quindi essere
strettamente connesso al tema dell’egemonia come conferma anche lo stesso
teorico del “governo” Robert Dahl (1958) allorquando indica che : l’élite deve
costituire un gruppo ben definito; le opinioni di questa élite debbono essere
in contrasto con quelle di ogni altro possibile gruppo analogo; in tali casi,
implicanti questioni politiche fondamentali le scelte dell’élite prevalgono
regolarmente.
E’ proprio l’ultima affermazione che ci riporta
all’attualità perché è proprio l’assenza di capacità nell’individuare le
questioni politiche fondamentali oppure di agire, in questo senso, soltanto
attraverso “specchietti per le allodole” oppure nella ricerca di “capri
espiatori”, che impedisce la formazione stessa delle élite (mancando il
presupposto indispensabile del “gruppo”) e di conseguenza la possibilità di far
prevalere una tesi sull’altra proprio per l’assenza di definizione precisa dei
termini di alternatività tra le tesi stesse.
Gli assunti di paradigma sui quali può poggiare il
rinnovamento di una ricerca attorno alla costruzione di un’élite possono essere
così definiti: la politica è lotta per la preminenza e il potere va concepito
come “sostanza” e non come “relazione”; è necessario avere ben presente la distinzione tra potere reale e
potere apparente; la lotta per il potere e l’attività politica in generale è
fatto “minoritario” nella società; la conquista, il mantenimento, la gestione
del potere corrispondono alla capacità di coordinazione dei gruppi politici; la
società è una realtà irrimediabilmente eterogenea, gerarchica, e conflittuale;
ci si deve soffermare sul ruolo che le idee, i miti e le dottrine assumono nel
processo di legittimazione dell’autorità.
In definitiva, il tratto essenziale della struttura di ogni
società consiste nell’organizzazione dei rapporti che intercorrono tra
governanti e governati, tra minoranza organizzata e maggioranza disorganizzata
e nelle relazioni che si stabiliscono tra i diversi gruppi che detengono ed
esercitano il potere: con buona pace di chi pensa come realistiche proposizioni quali quelle
della “democrazia diretta” e della “democrazia del pubblico”.
Sono questi gli elementi che debbono essere sottoposti alla
riflessione politica nell’attualità del disfacimento del sistema cui stiamo
assistendo : una riflessione da portare avanti attraverso un lavoro di studio
che punti, proprio per citare nuovamente Gramsci, alla riunificazione tra
teoria e prassi con un’ipotesi complessiva di trasformazione sociale collegata a
un’élite ricostruita nell’interezza della sua identità di gruppo.
Naturalmente nell’elaborare questo intervento molte questioni
sono state sottintese: l’analisi delle diverse specie di élite presenti in una
stessa società, il tema delle relazioni tra le élite stesse e le masse,
l’approfondimento circa i meccanismi di legittimazione che debbono essere
attuati nell’acquisizione, nell’esercizio, nella detenzione e nel rovesciamento
del potere.
Si tratta di punti
essenziali da sottoporre, prima di tutto, a un non facile lavoro di vera e
propria “ricostruzione intellettuale”, quello al quale pensiamo ci si debba
dedicare con grande impegno in questa fase, senza dimenticare però l’attualità
drammatica dei fenomeni di vero e proprio arretramento di massa in corso sul
terreno delle condizioni di vita, del venire meno nella disponibilità di
diritti individuali e collettivi, nel restringimento dei termini stessi di
esercizio della democrazia repubblicana.
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