DISEGUALE di Franco Astengo
Maurizio
Ferrera, sulle colonne della “Lettura” del Corriere della Sera
del 28 luglio, rilancia il tema della disuguaglianza partendo
dall’analisi di quelle che definisce come dirompenti trasformazioni
economiche e sociali degli ultimi due decenni.
In questo quadro si ripropongono oggi, a giudizio
dell’autore, antichi problemi: la distribuzione del reddito è
molto più squilibrata, il rischio di povertà e esclusione sociale è
aumentato, la struttura di classe si è riarticolata (Ferrera
individua una classificazione in cinque segmenti: dagli iper ricchi
agli esclusi) ed occorre immaginare “garanzie sociali” a
geometria variabile.
Per la stesura dell’articolo ci si è appoggiati
ad una vasta bibliografia: da Arnsperger e Van Parijs a Atkinson,
soltanto per citare alcuni esempi fra i tanti.
L’occasione
offerta da questo articolo è buona per rilanciare un tema di fondo:
senza una riflessione di ciò che oggi, nella nostra società
occidentale, rappresenta la nuova determinazione delle fratture
sociali e senza l’individuazione dell’elemento basilare che ne
caratterizza la natura (quello dell’intensificazione dei meccanismi
di sfruttamento) non si riuscirà ad elaborare una progettualità
almeno sufficiente per impostare un programma politico in grado di
affrontare questo tema che rappresenta sicuramente, sul piano
globale, “la madre di tutte le battaglie”.
Il
tema dell’insopportabilità delle disuguaglianze deve stare appieno
dentro alla proposta che si sta tentando da tempo di avanzare per la
ricostruzione della soggettività politica della sinistra italiana.
Una
proposta che ha necessità di essere motivata andando “oltre”,
per quanto possibile, alle pur evidenti ragioni legate al fallimento
dei soggetti esistenti, risultati incapaci di promuovere e realizzare
quel livello di presenza politica che sarebbe risultata necessaria
per fronteggiare l’emergenza della controffensiva dell’avversario
e il mutamento complessivo di scenario verificatosi nell’insieme
del sistema politico.
Le
sole ragioni di carattere immediato
però non sono sufficienti: occorre, infatti
è indispensabile andare
alle radici del meccanismo dell’aggregazione sociale, recuperandone
insieme significati ed effetti aggiornandoli ai cambiamenti
culturali, sociali, tecnologici, di costume verificatisi nel tempo.
La
richiesta è quella di aggiornare la “teoria delle fratture”
alla luce di quanto avvenuto negli ultimi tempi e che evidentemente,
nell’insieme della letteratura citata nell’articolo che ha dato
origine a questo intervento, viene evocata ma non affrontata.
E’ evidente, in questo, che il riferimento non è
soltanto semplicisticamente al sistema politico italiano, ma è a
questo che dal nostro punto di vista ci rivolgiamo per inserire la
proposta di una vera e propria ricostruzione di soggettività.
Il più importante aggiornamento nella “teoria
delle fratture” è avvenuto nel 1967 per opera di Lipset e Rokkan,
attraverso la divisione tra “fratture post-industriali” e la
“frattura di classe” che aveva assunto assoluta rilevanza durante
la rivoluzione industriale alla fine del XIX secolo.
Con la “frattura di classe” gli attori sociali
si contrappongono in base a interessi economici divergenti provocando
un conflitto di tipo “verticale” tra attori che si guadagnano da
vivere con il proprio lavoro e attori che si guadagnano da vivere
attraverso lo sfruttamento della proprietà o del capitale.
La definizione più netta e precisa della
“frattura di classe” è sicuramente quella di Karl Marx contenuta
nel testo “La povertà della filosofia” del 1847 “gli individui
fanno parte di una classe in sé in virtù della relazione obiettiva
che intrattengono con i mezzi di produzione”.
Si può dire che per gran parte del XX secolo la
“frattura di classe” abbia rappresentato un punto di riferimento
stabile nelle dinamiche dei diversi sistemi politici, anche oltre le
differenziazioni teoriche e ideologiche e del formarsi di “ceti
politici” di tipo professionale che, alla fine, hanno potuto
perseguire obiettivi distinti da quelli della classe che intendevano
rappresentare.
Un fenomeno di divaricazione degli intenti e di
obbedienza alla “legge ferrea dell’oligarchia” enunciata da
Robert Michels e nelle analisi sulla politica come professione
elaborate da Max Weber.
Era emersa un’ipotesi di “congelamento”
delle fratture esistenti.
Un congelamento che serviva anche per spiegare
perché i partiti politici che dominavano le elezioni negli anni’60
del XX secolo erano gli stessi partiti che avevano dominato le
elezioni decenni prima, negli anni’20 o ’30 ed egualmente per
spiegare l’accumulo di consenso realizzato, comunque, dai partiti
al potere nei regimi dell’Est europeo a cosiddetta “rivoluzione
avvenuta” o di “socialismo reale”.
L’ipotesi del “congelamento” è stata messa
messa in discussione a partire dalla fine degli anni’80 con
l’emergere di nuovi fenomeni sociali quali quelli
dell’ambientalismo e dell’immigrazione al punto che Inglehart nel
1997 afferma come si sia di fronte a un mutamento di valori
all’interno delle società industriali avanzate, passando da valori
“materialisti” a valori “post materialisti”.
Da allora si è assistito ad un declino nella
rilevanza delle fratture più tradizionali e all’emergere appunto
di una non meglio definita frattura “post-materialista”, in
quadro di generale richiesta di espansione della libertà umana.
A questo punto è facile individuare, sotto questo
profilo, le ragioni teoriche di ciò che è accaduto nell’ultimo
decennio del secolo scorso rispetto allo sconvolgimento di sistemi
politici consolidati, alla caduta dei regimi dell’Est europeo, al
mutamento complessivo di paradigma nella natura dei partiti politici
con il rovesciarsi del rapporto tra gli interessi dei ceti politici
professionalizzati (governabilità, personalizzazione) e quelli dei
rappresentati in nome delle “fratture sociali” persistenti.
Nel frattempo si è realizzato un altro
rovesciamento “storico” sul piano della comunicazione di massa e
del rapporto tra questo e il consumo individuale: una novità
fondamentale che ha dato vita al fenomeno della cosiddetta
“globalizzazione”, esplosa in particolare nella prima parte di
questo decennio del X XI secolo.
Su questa base si sono verificati due fenomeni di
portata assolutamente epocale: quello del passaggio da un’idea del
collettivo sociale all’individualismo di massa (sulla base del
quale la democrazia ha assunto le vesti della cosiddetta “democrazia
del pubblico” fino alla forma attuale della “democrazia
recitativa” che si vorrebbe far sfociare alla fine in una
“democrazia illiberale”) e dello smarrimento da parte dei partiti
politici dell’idea della rappresentanza.
Due fenomeni che hanno determinato il formarsi di
nuove élite e di nuovi intrecci tra economia e politica.
Si
stanno così affermando nuovi modelli di governabilità autoritaria
in economia come in politica.
Una
fase nel corso della quale si sono gettate le basi per l’affermarsi
di quella
già citata
“democrazia illiberale”
della
quale abbiamo esempi molto evidenti in diversi regimi al potere.
All’interno di questo quadro, sommariamente
descritto, l’opposizione è stata affidata, in generale e a
prescindere dalla diversa qualità e composizione dei sistemi
politici, alla protesta movimentista, all’idea che le “moltitudini”
potessero provocare con i loro sommovimenti un mutamento di
equilibri, spostando, sul piano teorico, la realtà della “frattura
di classe” verso una ricerca di richiesta di restituzione non
meglio precisata, generando assieme fenomeni di tipo populistico e di
“antipolitica”.
Questo quadro si sta imponendo mentre la
globalizzazione sembra essersi arrestata tornando d’imperio sulla
scena del mondo il primato della geopolitica e la contrapposizione a
livello planetario.
Così non si è riusciti ad invertire la tendenza
proprio nel definire un aggiornamento teorico relativo proprio alla
realtà delle “fratture” esistenti, sulla base del quale
tracciare un progetto di riaggregazione di specifici interessi.
Sembrano due le grandi questioni sul tappeto:
quello del rapporto tra consumo del pianeta in termini complessivi di
suolo e di risorse e la prospettiva di vivibilità del genere umano e
quella della capacità cognitiva, in termini globali di formazione,
informazione, capacità di trasmissione di notizie e cultura (e
quindi di educazione globale) che le nuove tecnologie hanno
prepotentemente messo in campo nel corso degli ultimi anni.
Sono questi i punti di riflessione sui quali
soffermarsi: nel momento in cui appare necessario muoversi sul
terreno di una nuova dimensione collettiva dell’agire politico da
strutturare organizzativamente qui ed ora dove concretamente ci
troviamo.
L’interrogativo è come riuscire a far sì che
il contesto di interessi che legano la classe che s’intende
rappresentare a questo tipo di fenomeni appena descritti attraverso
l’assunzione di una veste politica definita, sia sul piano teorico
di riferimento sia rispetto ad un progetto di radicale trasformazione
sociale e politica.
Non è sufficiente una risposta di semplici
garanzie sociali.
A
questo punto appare indispensabile lavorare su di un aggiornamento
della “teoria delle fratture” del livello di quello che appunto
fu elaborato al momento della comparsa dell’insostituibile e
comunque fondamentale “frattura di classe” rielaborando
adeguatamente un progetto politico di livello sistemico.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie