IL FUTURO DELLA FABBRICA di Franco Astengo
Il massimo ritardo accumulato
dalla sinistra nell’uscire dal ‘900 si è verificato sulla capacità di delineare
una nuova centralità, diversa da quella della fabbrica fordista.
Attorno alla centralità della fabbrica
fordista si era, infatti, incentrata la capacità della sinistra occidentale di
definire il possibile modello di sviluppo, l’aggregazione sociale, il rapporto
tra idea della trasformazione della società e futuro.
Nel
suo numero del mese di luglio “Le monde diplomatique” edizione italiana, dedica
un’ampia riflessione su quest’argomento, con il contributo di diversi autori.
L’analisi pubblicata dalla rivista poggia su
alcuni presupposti che in questa sede s’intendono semplicemente riprendere con
l’obiettivo di estendere il ragionamento per quanto possibile.
Il tentativo è quello di fornire un
contributo a un lavoro di ricostruzione di un’identità di sinistra.
Un intervento sull’identità che deve procedere
quello di proposta per una soggettività organizzata da costruirsi in modo
adeguato per affrontare i profondi cambiamenti avvenuti soprattutto nel primo
decennio del XXI secolo sul piano dello scambio comunicativo e di conseguenza
politico.
La presunta fine della fabbrica è stata letta
da qualcuno come il risultato di un’evoluzione naturale: come una farfalla
affiora dalla crisalide così l’economia sarebbe passata spontaneamente dalla
fabbrica all’ufficio.
Altri suggeriscono che la
deindustrializzazione dell’Occidente si spieghi innanzitutto con una scelta
politica di de localizzare gli stabilimenti verso i paesi del sud, meno costosi
per il padronato.
L’industria rimane comunque una
delle principali fonti di occupazione ma il suo rilancio solleva opposizioni
ideologiche, tecniche, ambientali.
L’interrogativo di fondo però
rimane uno solo: potrà la sola legge di mercato dare risposte a queste
obiezioni?
In Occidente hanno collassato
interi rami produttivi, specialmente nel settore tessile, calzaturiero, nella
produzione di elettrodomestici, nella chimica, nella lavorazione del legno,
della plastica, del caucciù.
A questo proposito abbiamo
assistito a trent’anni di inerzia politica: adesso il conto viene presentato
con un bilancio assai meno positivo di quanto non fosse mai stato promesso dai
fautori della deindustrializzazione.
I governi, forti della loro fede
nella libera concorrenza elevata a principio costituzionale dell’Unione
Europea, hanno abbandonato dagli anni’80 tutti i propri strumenti di intervento
e assistito passivamente all’erosione della base industriale nazionale.
Solo dopo la crisi del 2008, che
ha messo in luce l’instabilità finanziaria generata dai gravi deficit
strutturali del commercio estero, la necessità di una ripresa produttiva è
tornata a preoccupare almeno a parole i poteri pubblici.
La già ricordata inchiesta di “Le
Monde diplomatique” cita Schumpeter” : “ Lo stato schiacciato dalla
burocrazia e dalla letargia è incapace di stimolare “lo spirito animale dei
creatori. Solo il mercato può far emergere menti innovatrici e fornire loro
strumenti per realizzarsi”.
In questo senso l’esempio più
forte che si può trovare nella storia economica a cavallo tra il XX e il XXI
secolo rimane quello della Silicon Valley, che sicuramente non può essere
considerata una filiale del governo americano.
Il racconto riguardante lo
“spirito del tempo” degli imprenditori californiani omette però un dato di
fatto.
Lo ricorda Marianna Mazzucato (Lo
stato innovatore . Sfatare il mito del pubblico contro il privato. Laterza
2018).
Mazzuccato ricorda come le
maggiori innovazioni tecnologiche degli ultimi decenni sono state raggiunte
grazie al finanziamento attivo dello Stato: Internet è stato sovvenzionato da
un organismo del dipartimento della difesa statunitense (Defense avances restarci
Project agency, Darpa), il GPS (global positioning system) dal programma
militare Navstar; la visualizzazione touch screen da due sovvenzioni della CIA
(Central intelligence agency) e della fondazione nazionale per la scienza
(NSF).
Anche nell’industria
farmaceutica, tanto per sviluppare un altro esempio, il 75% delle nuove entità
molecolari prioritarie sono finanziate da laboratori pubblici.
Naturalmente le start – up e il
capitale di rischio rivestono un ruolo importante ma questo avviene sempre in
un secondo momento, ossia quindici o venti anni dopo che i poteri pubblici
hanno fornito l’apporto economico maggiore e assunto il maggior rischio.
Dal punto di vista della sinistra
si tratta allora di andare a fondo nell’analisi di questo stato di cose.
Si tratta di partire da alcuni
dati fatto, riguardanti delocalizzazione e costo del lavoro intesi come fattori
della deindustrializzazione dell’Occidente e di conseguenza dell’impoverimento
complessivo di una parte fondamentale nell’origine di una prospettiva di
sviluppo per il mondo intero.
Nel testo di riferimento per
questo intervento si esemplifica attraverso il caso francese, laddove a giocare
un ruolo determinante nel fenomeno della deindustrializzazione è stato
prevalentemente il costo del capitale e non quello del lavoro, poiché i grandi
gruppi hanno distribuito agli azionisti una percentuale sempre più elevata di
valore aggiunto a danno dell’investimento e della ricerca.
Trent’anni fa i dividendi
rappresentavano meno del 5% della ricchezza creata dall’industria; oggi questa
percentuale ha raggiunto il 25%.
A causa delle pressioni degli
azionisti, le imprese sono state costrette a rinunciare a progetti di
investimento giudicati non sufficientemente redditizi o a realizzare costose
operazioni finanziarie interne e a vere e proprie bolle speculative per
arrivare alle soglie di redditività richieste.
La causa delle delocalizzazioni e
quindi del regredire industriale in Occidente risiederebbe nella voracità dei
padroni ormai dedicatisi interamente all’immateriale e alla finanziarizzazione
(il caso più clamoroso in Italia rimane quello della FIAT) e non certo alla
crescita del costo del lavoro, con i salari praticamente fermi da oltre
vent’anni.
Come può essere possibile
affrontare questo stato di cose tenendo assieme il quadro di obiezioni
presentato all’inizio di questo intervento e tenendo conto che quelle di
carattere ambientale stanno assumendo un’urgenza quasi assoluta e appaiono
percepite come decisive da parti sempre più consistenti dell’opinione pubblica,
in particolare giovanile.
A sinistra si stanno discutendo
due opzioni possibili:
a) quella di una proposta di
mutamento radicale nei modi di vita, rivendicando la sobrietà contro il
consumismo. Una rivendicazione che risulterebbe insufficiente se non si
trovasse la capacità di precisare quali categorie sociali sarebbe chiamate a
modificare più profondamente il proprio comportamento in nome di un bene
comune. Una proposta dalla quale fosse assente un piano di riclassificazione
sociale rischierebbe di vanificare gli sforzi legati alla protezione
dell’ambiente ma anche all’imposizione fiscale. Se gli ultraricchi emettono
dalle trenta alle quaranta volte più gas effetto serra rispetto al 10% dei più
poveri, l’attuale tassa sul carbonio pesa quattro volte meno sul reddito dei
primi: questa palese ingiustizia provoca il rifiuto generalizzato delle misure
imposte. La riduzione delle diseguaglianze diventa quindi la prima condizione
di accettazione di una proposta di sobrietà energetica e materiale intesa come
condizione essenziale per una modificazione del ciclo di produzione e, di
conseguenza, del suo rilancio;
2) A sinistra si collocano anche
i sostenitori del “protezionismo solidale” che propongono per esempio delle
barriere doganali europee che penalizzino le importazioni dai paesi che non
rispettano alcune norme salariali, fiscali ed ecologiche. L’obiettivo sarebbe
quello di proteggere le industrie nascenti indispensabili alla transizione
ecologica e, soprattutto, al di là della questione industriale, di instaurare
un ordine commerciale più giusto ed equilibrato, partendo dal presupposto che –
al contrario di ciò che afferma il presidente francese Macron – non è il
protezionismo che conduce alla guerra.
I proponenti di queste due opzioni
(decrescita per una società sobria, protezionismo solidale) rispondono così
alle due domande che ci vengono poste direttamente dalla lettura di queste
proposte: quale sarà il peso economico di una industria finalizzata alla
sobrietà dei consumi e vincolata da un “protezionismo solidale”? E come reagirà
la società nel suo insieme a questa nuova sobrietà materiale ed energetica, e
alla trasformazione della produzione e dell’occupazione?
I presupposti per elaborare una
risposta a questi interrogativi dovrebbero essere rappresentati dal
completamento della proposta attorno a due punti: quello riguardante la
protezione dei percorsi professionali dei lavoratori il cui attuale posto è
minacciato nel bacino di occupazione o nelle aree circostanti e quello della
fine delle forme vigenti di esasperazione del produttivismo e del tecnologismo.
Si tratta di proposte appena
abbozzate all’interno di un quadro non ancora completato da una necessaria
rielaborazione di una “teoria delle fratture” che intrecci materialismo e post
– materialismo.
A questo proposito manca
un’analisi compiuta sul valore di “modernità” del capitalismo occidentale, di
fronte ai fenomeni di dimensione globale ai quali stiamo assistendo almeno da
vent’anni a questa parte con l’entrata in scena di nuovi attori protagonisti a
pieno titolo.
Si era scritto di “fine della
storia” e di egemonia incontrastata del “neo liberismo”: oggi quella fase
sembra conclusa per lasciar posto a una transizione confusa nella quale si
ripresentano elementi di pericolosa arretratezza.
Dal nostro punto di vista sul
piano del dibattito, se si resta stretti tra “decrescita” e “protezionismo
solidale” non si può che non registrare un complessivo arretramento rispetto al
livello che sarebbe necessario per poter puntare alla ricostruzione di una
sinistra capace di incidere dentro la crisi dei sistemi liberali
dell’Occidente.
Sarà soltanto misurandoci su di
un’idea di progetto complessivo, infatti, che si potrà tornare a parlare
d’intervento e gestione pubblica dell’economia: obiettivo, però, che una
sinistra rinnovata dovrebbe porre all’attenzione generale senza tema di
apparire “controcorrente”.
Nel quadro di una resa ai
meccanismi perversi di quella che è stata definita “globalizzazione” e dei
processi dirompenti di finanziarizzazione dell’economia, “scambio politico” e
assenza di una visione industriale hanno pesato in maniera esiziale sulle
prospettive di un nuovo sviluppo industriale.
In Italia, tanto per restare
dalle nostre parti, ancora una volta ci si sta muovendo in direzione
ostinatamente contraria, recuperando il “peggio” dell’assistenzialismo, e della
subordinazione delle scelte al clientelismo elettorale arrivato, in occasione
delle elezioni del 4 marzo 2018, a codificare su scala di massa il “voto di
scambio”.
Difficile pensare a una ripresa
industriale in queste condizioni.
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