CORSI E RICORSI di Franco Astengo
“Quali caratteri
avrebbe assunto questo nuovo fascismo? Va respinta ogni facile analogia con il
passato. Non si deve pensare a un ritorno dello squadrismo, ma piuttosto temere
la disaffezione dei cittadini verso una politica che si avvita in crisi lunghe
e incomprensibili, mentre i problemi pressanti della popolazione restano
irrisolti. Un altro pericolo è lo svilimento dell’istituto parlamentare per la
tendenza governativa a procedere attraverso decreti legge, mortificando il
ruolo delle Camere. A ciò va collegato l’allarme per la scelta di usare molto
il mezzo televisivo per pubblicizzare l’azione di governo. L’appellarsi dell’esecutivo
direttamente ai telespettatori si risolve in un aggiramento pericoloso della
normale dialettica democratica”.
Queste osservazioni critiche potrebbero efficacemente
riassumere l’andamento della degenerazione avvenuta in Italia nell’esercizio
dell’agire politico nel corso degli ultimi vent’anni e altrettanto
efficacemente fotografare tratti portanti dell’attualità di governo.
Se non che si tratta di una frase, liberamente adattata, che
testimonia dell’impostazione fornita dal PCI, e più specificatamente, dal suo
segretario Palmiro Togliatti, al tipo di opposizione da condurre, in Parlamento
e nel Paese, al governo DC- PSDI presieduto da Fanfani e formatosi dopo le
elezioni del 1958.
Si apriva la fase poi culminata nel 1960 con i fatti del
luglio e il governo Tambroni, appoggiato dal MSI, fatto cadere in piazza con la
successiva apertura di una diversa fase politica che avrebbe poi condotto al
centro – sinistra.
L’affermazione togliattiana è tratta dalla biografia
recentemente uscita per Carocci e curata da Gianluca Fiocco.
Nel corso dello stesso passaggio si evince anche una forte
critica sviluppata da parte del segretario del PCI a quello che in quel momento
era il crescente intervento pubblico in economia, emblematizzato dall’interventismo
dell’ENI di Mattei.
“Noi non siamo
favorevoli all’intervento dello Stato nell’economia in qualsiasi caso in
qualsiasi condizione; anzi, riteniamo che in determinate condizioni l’intervento
dello Stato nella vita economica può essere cosa cattiva. E lo è quasi certamente nel modo in cui sta
avvenendo in Italia, senza la possibilità di un controllo democratico da parte
del Parlamento e di altri organismi. L’ENI ha i suoi giornali, tiene sotto il
suo patronato questo o quell’uomo politico, questo o quel partito, questa o
quella corrente all’interno del singolo partito. Questa è una degenerazione del
costume democratico e della vita economica, con la tendenza a “occupare” lo
Stato, consolidando la propria inamovibilità al centro del sistema politico”.
Attualizzando è facile individuare le analogie con la storia
dell’ultimo ventennio e il ruolo del “partito – azienda” sull’insieme della
struttura economica e soprattutto sul peso esercitato, anche e soprattutto
sotto l’aspetto dell’accentuazione del meccanismo di personalizzazione della
politica, sulla modificazione intervenuta nel tempo nel rapporto tra struttura
e sovrastruttura.
Così com’è altrettanto semplice individuare nell’affermazione
togliattiana, i tratti salienti della più stretta attualità: con l’evidente
ritorno a una concezione aziendalistica dell’intervento pubblico in economia
(almeno a parole) e il ritorno in scena di un altro partito – azienda, il
Movimento 5 stelle, che ha fatto sentire (proprio nella veste del legame con l’azienda
di riferimento) in maniera squilibrata il proprio peso nel tentativo di
occupare e asservire rami fondamentali dello Stato attraverso la blindatura
delle nomine, anche eseguendo sotto quest’aspetto delle vere e proprie
forzature (vedi ASI, Consiglio Superiore di Sanità, Agenzia del Farmaco soltanto
per fare degli esempi).
Si torna all’interrogativo iniziale: “Forme di un nuovo
fascismo ?” Corsi e ricorsi.
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