5 STELLE ALLA PROVA di Franco Astengo
I contenuti della manovra finanziaria 2019 rappresenteranno
senz’altro un banco di prova per la tenuta della popolarità e della raccolta di
consenso da parte del Movimento 5 stelle.
Affermare adesso questa previsione appare soltanto come la
sottolineatura di una banalità.
Cerchiamo però di approfondire alcuni aspetti che senz’altro
possono rappresentare elementi di grande interesse per comprendere meglio non
solo ciò che sta accadendo o potrà accadere attorno al Movimento, ma anche
nell’insieme delle dinamiche in atto nel sistema politico italiano.
Partiamo cercando di sfatare un presupposto corrente circa
la dimensione “effimera” del Movimento: la posta in gioco che il Movimento
stesso ha messo sul tappeto in Italia va molto al di là della contingenza e
delle esigenze immediate dello scontro politico.
Analizziamo soltanto alcuni punti.
Il primo riguarda la trasversalità e il superamento del
concetto di destra/sinistra. 5 stelle hanno teorizzato questo punto da tempo e
stanno cercando di porlo con i piedi per terra anche attraverso il
dispiegamento di “sensibilità” (alcuni accennano già all’ipotesi di “correnti)
all’interno dei gruppi parlamentari. Un dato questo che possiamo ben
considerare come “naturale” per un partito che ha superato la soglia degli 11
milioni di voti in una situazione nella quale, come si è già cercato di
segnalare, la “trasversalità” politica si deve raffrontare con uno
sfrangiamento sociale da cui deriva una vera e propria disarticolazione
presente sia sul fronte del consenso, sia su quello del dissenso. Una società
che non riesce più a esprimere una domanda politica strutturata attraverso
espressioni di riferimento sociale, culturale, ideologico, religioso (ad
esempio è completamente saltata una visione di riferimento almeno maggioritaria
da parte del mondo cattolico anche sui temi etici).
Il secondo riguarda l’impegno espresso e ribadito da parte
dei 5 stelle nella ridefinizione del concetto di democrazia.
Intendiamoci bene a questo proposito. Non è in discussione
quanto è avvenuto in Parlamento nelle procedure di approvazione della manovra
finanziaria: più o meno siamo alle solite tra “canguri”, “ghigliottine”, voti
di fiducia.
La questione centrale è però riferita alla sostanziale
inattività delle Camere sul piano del dibattito politico: inattività che si
prolunga ormai dall’inizio della XVIII legislatura ben accettata dal Movimento
5 stelle e condivisa dall’alleato di governo in un quadro di spostamento
progressivo dei poteri legislativo ed esecutivo (spostamento comunque già
teorizzato in passato sia dal centro destra sia dal centro sinistra).
La novità, a questo proposito, riguarda il fatto che
all’inattività delle Camere appena registrata, non corrisponde assolutamente
una costruzione di meccanismo di democrazia diretta attraverso l’uso delle
tecnologie digitali tale da far pensare all’eliminazione progressiva di
qualsiasi tipo di intermediazione e di rappresentanza.
In realtà pare, invece, costruirsi, al contrario della
democrazia diretta, una nuova oligarchia composta dai soggetti di governo in
intreccio con le rappresentanze corporative dei poteri economici e di alcune
lobbie di Stato all’interno delle quali è stato eseguito un accurato spoil –
system, a partire dall’epicentro del sistema informativo pubblico.
In realtà la critica alla corruzione e alla “casta” si sta
rivelando foriera di un nuovo accentramento di potere e di sostituzione della
democrazia parlamentare con forme mutuate da quelle della destra radicale del
XX secolo.
Il terzo punto risulta essere quello, probabilmente, più
delicato.
A chi ha seguito l’estenuante rimpallo tra Commissione
Europea (nelle sue diverse articolazioni) e Governo Italiano intorno ai termini
della manovra finanziaria deve essere rammentato come la nascita e la crescita
del Movimento 5 stelle si siano verificate nel contesto della crisi dell’Unione
Europea, come questa si era ben delineata tra il 2008 e il 2009 in seguito al
crollo del sistema bancario statunitense.
In poco tempo, quella che era nata come una crisi del
sistema bancario si era trasformata in una crisi del debito sovrano, con tutte
le conseguenze politiche che si sono prodotte nelle nazioni in cui i debiti
pubblici ammontavano al più del doppio dell’economia reale.
Gli effetti che ne sono scaturiti sono ben noti: aumento
della povertà e delle disuguaglianze sociali, impoverimento dei ceti medi,
blocco dei consumi, degli investimenti e della produzione, mentre crescevano –
fino a determinare la Brexit e la formazione del gruppo di Visegrad – le tensioni
e le divisioni tra i diversi membri dell’Unione.
In Italia il costo della crisi è stato pesantissimo avendo come
contraccolpo l’affermazione di un antieuropeismo viscerale.
Nell’assenza della possibilità di poter contrastare i
processi innestati dalla crisi attraverso una mobilitazione basata sul
principio di classe e sull’estensione delle contraddizioni sociali vista da
sinistra: posizioni ormai ridotte a poco più della mera testimonianza per cause
risalenti almeno allo scioglimento del PCI nell’89, si è formato il cuneo
sociale all’interno del quale ha trovato spazio proprio il Movimento 5 stelle
(soltanto in un secondo tempo la Lega capace di afferrare il nodo della lunga
sedimentazione sovranista).
L’antieuropeismo ha dunque connotato con particolare
intensità, fin dal 2011, il Movimento divenendo apparentemente un tratto
distintivo della sua identità.
Sotto questo aspetto si arrivò a teorizzare una divisione
manichea dello scontro, additando al pubblico ludibrio i partiti europeisti
come i responsabili della crisi.
Poi via via questa posizione si è sfumata fino a defluire
prima in posizioni euro – scettiche (si ricorda la scelta avvenuta nel 2014 di
formare il gruppo al Parlamento Europeo con l’UKIP di Farage e il tentativo
respinto di passare all’ALDE) e successivamente su posizioni di “europeismo
alternativo” a quello sostenuto ufficialmente dalle istituzioni comunitarie (un
processo condiviso anche dalla Lega) facendo sparire dal dibattito anche la
stessa questione del superamento dell’euro.
Adesso l’interrogativo si pone appieno: come reagirà alla
manovra finanziaria concordata con
Bruxelles, quella parte di opinione pubblica che si è schierata con i 5 stelle
ed ha avuto, nel quadro della frammentarietà sociale già qui descritta, il tema
dell’Anti – Europa quasi come punto unificante?
Una domanda che richiede anche un punto ulteriore di
considerazione valutando come, proprio l’accoglimento delle richieste avanzate
dalla Commissione Europea, porteranno provvedimenti dall’impatto sociale molto
ridotto proprio attorno ai temi sui quali maggiormente si era sviluppata la
propaganda elettorale: reddito di cittadinanza e legge Fornero, considerati i
punti emblematici del “contro – austerità” imposta dall’UE.
Emerge però un interrogativo ancora più pesante al riguardo
della tenuta dell’intero sistema politico italiano, già complessivamente
carente sul piano di un adeguato dibattito pubblico e in crisi totale nel
rapporto istituzioni/società.
Dallo stato di cose in atto e che qui si è cercato
sommariamente di descrivere emerge una possibilità di crisi rilevante per il
Movimento 5 stelle e l’avviarsi di una fase di forte concentrazione di potere
attorno ad un soggetto come quello della Lega retto, in apparenza, da un potere
mediatico quasi assoluto.
Rimane tutta da valutare la possibilità di apertura di spazi
su altri fronti dello schieramento politico diversi dal coagulo a destra.
Ci troviamo di
fronte, quindi, a una possibilità non remota di ulteriore grave involuzione del
sistema politico italiano sulla cui eventualità chi ha interesse a un innesto
di dinamica alternativa nella definizione del quadro esistente toccherebbe
l’onere di riflettere.
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