BUTTATO AL VENTO di
Franco Astengo
Nella storia più
recente non abbiamo mai attraversato una fase di smarrimento culturale e
politico come quella che stiamo vivendo nel corso dell’ultimo decennio.
L’illusione che era stata creata valutando la caduta del muro
di Berlino come il momento di partenza di un’infinita crescita armoniosa stride
con la realtà della crescita delle disuguaglianze e il soffocamento delle
istanze di giustizia sociale.
Per contrastare questo abbruttimento generale del quale
abbiamo segnali evidenti tutti i giorni, può essere sicuramente importante
recuperare un discorso riguardante le istanze fondamentali che hanno
contraddistinto la storia della sinistra, almeno in Italia.
Senza voler
alimentare alcuna nuova retorica e guardando al domani e non al passato questo
ricordo allora è dedicato alle combattenti e ai combattenti delle brigate
garibaldine sulle montagne, alle donne e agli uomini delle GAP e delle SAP
nelle fabbriche e nelle città e ai 16.000 comunisti processati, tra il 1948 e il
1950, per scontri con la polizia in occasione di manifestazioni sindacali in
difesa del posto di lavoro o di occupazione delle terre dei latifondisti.
Alla fine la Magistratura, all’epoca quasi tutta composta
dai giudici di diretta derivazione già in attività durante il fascismo, emise
condanne per circa 8.000 anni di galera.
Sullo sfondo di quelle vicende si trovano Portella della
Ginestra, Melissa, Montescaglioso, Modena, stragi compiute dalla mafia e dalla
polizia (Avola, Battipaglia, Ceccano sarebbero stati teatro di fatti analoghi
in anni successivi fino al Luglio ’60 con i morti di Reggio Emilia).
“Le classi popolari sono diventate in un momento decisivo della storia
nazionale e della vita dello Stato italiano protagoniste di questa vita e di
questa storia.
Esse e non il vecchio ceto dirigente e privilegiato hanno organizzato e
diretto la Resistenza, la Guerra di Liberazione, la riconquista di un regime di
democrazia e di progresso.
Da questo dato di fatto parte e sopra di esso si fonda tutta la situazione
del nostro paese. Ed è un dato che non muta, che conserva tutto il suo valore,
nonostante le trasformazioni profonde che la situazione stessa subisce”.
(Palmiro Togliatti – dall’editoriale del primo numero di Rinascita
trasformato da mensile a settimanale- maggio 1962)
Poche righe che dimostrano ancora adesso a tanti anni di distanza
ciò di cui si è smarrito il senso; quanto è stato gettato via dalla folle
rincorsa all’individualismo, al consumismo, all’ idea della “fine della storia”,
alla bramosia dello “sblocco del sistema politico” per accedere comunque al
governo togliendoci di dosso tutto un passato giudicato ormai un fardello
ingombrante e fastidioso.
In nome di un’indistinta “modernità”, di una subalternità ai
modelli imposti dall’avversario, dal cedimento alle mode passeggere si è
accettato di spezzare una storia, travolgere una memoria, dimenticare la
propria funzione storica.
La funzione storica e politica della quale un popolo venga
reso pienamente consapevole rimane il solo fattore possibile per raggiungere
quell’autonomia di pensiero, che rimane l’unico presupposto valido per
promuovere un’azione che costruisca un’alternativa di società e di sistema.
Sul punto dello
smarrimento colpevole dell’identità ci sarebbe un lungo elenco da compilare a
partire dalla dismissione della forma – partito, dall’assunzione dell’idea
della democrazia maggioritaria, dall’esaltazione della personalizzazione della
politica, dall’accettazione della propaganda strombazzante la fine delle classi
e della distinzione destra /sinistra, ma con questo elenco si potrebbe
continuare ancora quasi all’infinito.
Non può essere cancellata la storia della sinistra italiana
e in questa storia vanno rivendicate con orgoglio le peculiarità di pensiero,
di azione, di rappresentanza politica dimostrate dai comunisti, così com’è
giusto siano ricordate quelle delle altre componenti socialiste , democratiche,
del sindacato, delle forze migliori che confluirono a costruire la Costituzione
Repubblicana.
Queste forze hanno
dato vita alla presenza sociale e politica del movimento operaio e della parte
più impegnata e coerente della società italiana.
Senza dimenticare le difficoltà, le contraddizioni, gli
errori di cui pure quell’itinerario è stato contraddistinto nel corso del suo
sviluppo è stato tragicamente colpevole tentare di dannare questo ricordo
cancellandolo sul piano della rappresentanza politica, fino ad arrivare a
determinare come inutile il concetto stesso di rappresentanza ed esaltando i
meccanismi pericolosi del comando personale e quelli fallaci di una indistinta
“democrazia diretta”.
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