domenica 9 giugno 2019

LUCIO


LUCIO di Franco Astengo
 Un nostro nervo ancora scoperto viene toccato dall’intervista rilasciata da Rossana Rossanda al Corriere della Sera e apparsa oggi 9 giugno 2019 con la firma di Maurizio Caprara.
Si tocca il tasto doloroso del suicidio di Lucio Magri per attraversare il tema del fallimento del comunismo e, più in generale, dell’idea di trasformazione del mondo nell’ottica marxiana “dell’abolire lo stato di cose presenti”.
Nel gesto estremo di Lucio si continua a cogliere pur nel trascorrere del tempo il segno della disperazione per l’abbandono (considerato da lui soggettivamente come totale) di qualsiasi prospettiva collocata dalla “nostra parte”.
Lucio stesso però, ad esempio, con il “Sarto di Ulm” ci aveva ancora consegnato materiali per andare avanti, riportando anche al centro dell’attenzione l’idea gramsciana dello “studio” come unica via per la crescita politica.
Rossana nell’intervista fornisce ancora elementi utili a questa riflessione specialmente quando afferma che sì quello che era un “nostro progetto” è fallito ma aggiunge “adesso poi le cose sono peggiorate”.
Le contraddizioni sociali sulle quali abbiamo lavorato tutti noi, in grande onestà intellettuale, per tutta la vita sono lì a dimostrarci che non solo quel lavoro non è stato inutile ma che c’è ancora molto da fare e che il crollo di un inveramento statuale attraverso un “fraintendimento filosofico” non può fermare i processi storici.
Abbiamo l’obbligo di stare dentro a questi processi, contribuire a comprenderli, ricostruire un’élite (penso di nuovo a Gramsci) capace di parlare alle masse, pur nella consapevolezza del mutamento radicale delle forme di aggregazione e degli orizzonti politici.
Scrive Maurizio Caprara e riprendo il suo discorso per concludere: “Fare i conti con la realtà, cercare di capire qual è il campo di battaglia e se le vie desiderate non funzionano, trovarne di nuove”.
Fuori da qualsiasi quadro di banale esortazione da “ottimismo della volontà” forse sarebbe il caso di ritrovarci ancora una volta tra noi, non per ricordare ma per riprendere a progettare e a disegnare il futuro, nel segno della nostra storia e del nostro impegno.
Una storia incancellabile verso la quale, senza retorica, abbiamo ancora l’obbligo dell’orgoglio.

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