LA NATURA DEL PD di Franco Astengo
Se mai ce ne fosse stato bisogno gli episodi di questi
giorni rappresentano un ulteriore disvelamento della natura del PD, della
logica del potere che ha mosso l’intenzione della “vocazione maggioritaria” e
della “governabilità”.
Altro che “la maionese impazzita” richiamata a suo tempo da
Massimo D’Alema.
La questione non sta tanto nella “qualità” di vera e propria
mostra delle miserie umane evidenziata dalle intercettazioni riguardanti il
giro degli “aggiustatori” del CSM e delle Procure, con tutto il loro corollario
di cene segrete, turpiloqui, millanterie miranti addirittura a coinvolgere il
Presidente della Repubblica.
Il punto sta nella reazione che il PD ha dimostrato anche in
quest’occasione nella quale sotto l’antica spoglia di consuete malversazioni si
delinea una crisi di credibilità della magistratura che rende ancor più debole
il già fragile impianto del sistema politico italiano mandando in pericolo (più
ancora di quanto non lo fosse già qualche giorno addietro) la democrazia
repubblicana.
Da notare, inoltre, che al centro di questa pericolosa
dinamica stanno personaggi protagonisti del tentativo, a suo tempo, di
modificare la natura parlamentare della Repubblica attraverso riforme
costituzionali per fortuna respinte dalla maggioranza di elettrici ed elettori.
La reazione del PD è sconcertante: si permette al
protagonista – principe di questa vicenda di usare la formula ambigua “dell’autosospendersi”
e da notizie giornalistiche il nuovo segretario sta cercando di fare in modo
che una parte del partito coinvolta oggettivamente in questa vicenda non
provochi addirittura una scissione.
Da dove deriva questa preoccupazione di Zingaretti ? Dal
fatto che la corrente di Lotti controlla anche tanti pezzi di partito sul territorio
(citazione testuale da articoli di giornale nei quali si sottolinea anche la
divisione in correnti del gruppo parlamentare e dell’Assemblea Nazionale).
Compreso bene? Il timore è quello di perdere pezzi di cordate
di potere in giro per l’Italia: perché di questo si tratta senza nessun accenno
all’enormità della questione che si sta ponendo che, ripetiamo, non è tanto
quella dell’intreccio (già tante volte visto e mai affrontato) tra “questione
morale” e “questione politica” ma della credibilità dell’intero sistema
soprattutto sul nodo delicatissimo della divisione dei poteri.
Calenda, dal canto suo, non è capace di dire altro che “Riformare
il CSM”: anche in questo caso non si avverte la profondità della situazione, i
rischi per la democrazia, l’alimento ulteriore per l’antipolitica che ormai –
in via di esaurimento la sbornia del M5S – sta sempre di più assumendo i tratti
della cosiddetta “democrazia illiberale”.
I segnali ci sono tutti e rappresentano i frutti avvelenati
della confusione tra governabilità e gestione del potere e dell’assemblaggio
indiscriminato sul piano dei valori e dei contenuti che inevitabilmente sta dentro
all’idea della “vocazione maggioritaria” e della dismissione del ruolo di “parte”
dei partiti (altro discorso quello della politica delle alleanze, tanto per
intenderci).
Il pericolo riguarda, prima di tutto, la qualità della
nostra vita democratica: sarà il caso di rifletterci prima di tutto a sinistra.
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