Matteo Renzi ha reagito alla seconda ondata di “Mafia
Capitale” più o meno nella stessa maniera nella quale Bettino Craxi rispose
(Febbraio 1992) all’arresto di Mario Chiesa (“un mariuolo”): mele marce da
isolare, cui far scontare la pena.
Anche la maggioranza delle dichiarazioni che si stanno
leggendo e/o ascoltando in queste ore sembrano percorse dallo stesso segno di
strumentalizzazione dei fatti, sia nel senso della sottovalutazione, sia in
quello dell’esaltazione “pruriginosa”.
Da destra si sta tentando un’operazione “scalata” alle
istituzioni romane e laziali cercando di far finta di niente e fidando sulla
smemoratezza del pubblico stordito dai talk-show e messo nella condizione di
dimenticare ciò che è accaduto e che si è realizzato nel corso dei mandati –
invero indimenticabili – di Alemanno e Polverini, al comune di Roma e alla
Regione Lazio.
Del resto i legami della destra e del neofascismo romano,
con punte di vera e propria contiguità, con la malavita e il sottobosco romano
sono “storici” e del tutto consolidati nel tempo.
Da parte del PD prosegue “l’arrampicata sugli specchi”
tendente a negare e a portare in campo un presunto rinnovamento: certo che, con
i nomi che circolano e gli intrecci di cui si legge negli atti della Procura,
considerare le amministrazioni Marino e Zingaretti dei “baluardi” contro la
degenerazione morale della vita pubblica diventa sempre più difficile.
Tralasciamo, in quest’occasione, la legittima indignazione
che sale osservando su quali materie concrete si esercitava il malaffare: in
particolare al riguardo dei migranti, fatti oggetto di sfruttamento e di
occasione di lucro indiscriminato in un quadro complessivo di “carità pelosa” e
di strumentalizzazione ai fini politico – elettorali di grande portata.
Tralasciamo l’analisi di questo punto, che pure risulta
molto importante, per concentrarci sulla “domanda che manca” negli svariati
punti di analisi che pure vengono avanzati, al riguardo di questa vicenda, da
più parti.
Beninteso: le vicende legate alla “questione morale” e alla
logica di scambio tra malavita e politica risultano sempre presenti nella
storia d’Italia, con corsi e ricorsi che si possono facilmente rintracciare
soltanto scorrendo le cronache passate.
Questa volta però il fenomeno pare essere più intenso e più
vasto rispetto al passato e, soprattutto, si verifica in un quadro complessivo
di forte distacco tra il concreto della società e l’astratto del mondo politico
quale mai si era riscontrato in precedenza.
Il sistema sembra minato alla base e i rischi di una
crescita di incredibilità per la democrazia appaiono evidenti, all’interno di
un quadro complessivo di impennata nelle discriminazioni sociali, nelle
diseguaglianze, nei processi di impoverimento generale e di regressione
culturale.
Una regressione culturale che ha investito pesantemente
anche il circuito di costruzione di una classe dirigente posta in grado di
proporsi per rappresentare, per quanto possibile, sul piano politico la
molteplicità e la complessità delle fratture sociali.
La differenza con il passato risiede proprio in questo
punto: nell’assenza di riferimento che, pur tra fortissime contraddizioni,
erano risultati essere comunque in grado di proporre un “passaggio di fase”.
Invece, dalla gestione dell’infinita fase di mai conclusa
transizione da Tangentopoli (e dal trattato di Maastricht) a oggi, non è
sortito alcun soggetto in grado di avanzare una proposta credibile.
Oggi, poi, entra ufficialmente in difficoltà l’illusorio “decisionismo”
attraverso cui il Partito democratico, permeato dall’”uomo solo al comando”
Renzi, aveva tentato di assumere la guida di questo processo cercando di
mortificare (“asfaltare”, il termine tecnico) i competitori e proporsi come
unico soggetto di ruolo pivotale al centro del sistema attraverso il cosiddetto
“Partito della Nazione”.
Una difficoltà che nasce non tanto dalla crescita dei vari
populismi all’interno dell’arena politica, ma da due fattori ben precisi: la
sfiducia crescente dell’opinione pubblica come dimostra la partecipazione al
voto e, in relazione a questa, la funzione di supplenza che la Magistratura
continua a esercitare sulla vita pubblica italiana.
La domanda che manca, a questo punto, riguarda il perché si
è giunti a questo stato di cose via via in fase di progressivo peggioramento
nel corso degli ultimi 25 anni.
Ci s’interroga sui meccanismi tecnici di funzionamento dell’amministrazione
pubblica, sull’assenza di controllo, sulla capacità di gruppi organizzati di
impadronirsi di leve di potere, grandi e piccole.
Non si è aperta, invece, la discussione di fondo sulla
trasformazione di ruolo dei partiti politici e sulla riduzione del sistema a
mera macchina di accumulazione del consenso, al fine di realizzare “ipotesi di
comando”, che ormai non possono essere più definite come governabilità, stante –da
un lato – proprio la supplenza della Magistratura e – dall’altro canto – il ruolo
dell’Europa sulle scelte di tipo economico – finanziario – sociale.
La finzione dell’alternanza e la trasversalità nei fatti
concreti appaiono essere l’esito di questa fase di isterilimento complessivo
della nostra vita pubblica e dell’affermazione di un Regime che oggi appare già
in difficoltà proprio per l’assenza di basi concrete su cui poggiare, al di là
della proposta di riduzione drastica nel rapporto di democrazia tra la
sovrastruttura politica e la società.
E’ questo l’interrogativo di fondo che dovrebbero porsi gli
appartenenti al mondo della politica, della comunicazione, della cultura.
Cercare di sfuggirvi e limitarsi al banale rappresentato dai
fatti quotidiani potrebbe significare il completamento drammatico della fine di
un’epoca.
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie